martedì 4 aprile 2017

«Controlli anti italiani»: accuse contro la Svizzera

corriere.it
di Marco Cremonesi

certificati penali chiesti a chi entra dall’Italia e i tre valichi chiusi. Laura Ravetto (Fi), presidente del comitato parlamentare di controllo sul trattato di Schengen, afferma: «L’ambasciata chiarisca»

di Marco Cremonesi
Sta per diventare un caso diplomatico la vicenda dei tre valichi tra Italia e Svizzera che le autorità elvetiche hanno deciso di chiudere nelle ore notturne. «Né il governo né la Commissione europea sono stati informati delle decisioni svizzere. Per questo ho convocato l’ambasciatore di Berna per un’audizione. Ho poi predisposto una lettera per i ministri di Esteri e Interno perché si attivino per capire quel che succede». Chi parla è Laura Ravetto presidente del comitato parlamentare di controllo sul trattato di Schengen. Ravetto vuole sollecitare chiarimenti anche sulla richiesta di un certificato del casellario penale per chi intenda lavorare in Svizzera, misura di sicurezza in vigore da due anni in Ticino e già oggetto di una convocazione dell’ambasciatore elvetico a Roma nel 2015: «Non risulta — spiega la deputata — che misure simili siano state prese per i cittadini francesi o tedeschi nella Svizzera settentrionale».
La replica elvetica
Sul fronte elvetico non sembrano intimoriti dalla mossa italiana: «Altri punti di frontiera verranno chiusi. Il certificato penale? Chi è in regola non ha nulla da temere» tira dritto il responsabile del dipartimento sicurezza del Canton Ticino Norman Gobbi. Che aggiunge: «Solo in Italia sono presenti pericolose organizzazioni criminali». Ravetto nei giorni scorsi è stata in Canton Ticino per discutere della vicenda con i rappresentanti della Confederazione: «Ho fatto presente che queste decisioni rappresentano una potenziale violazione dell’accordo di Schengen che prevede che i cittadini di tutti i Paesi che hanno firmato l’accordo siano trattati in maniera non discriminatoria e circolino liberamente».

Poi sbotta: «La Svizzera ha saputo attuare un’efficace politica fiscale che ha attratto nel suo territorio parecchie imprese italiane. Ma non si possono prendere le imprese e discriminare i lombardi». Tra l’altro, ricorda Ravetto, «in Ticino il tasso di disoccupazione è bassissimo. Non vorrei che fosse un’iniziativa propagandistica di alcuni partiti identitari del Cantone». Un riferimento alla Lega dei Ticinesi: «I rapporti con la Svizzera e Berna sono eccellenti. Credo che la sicurezza dei cittadini si garantisca con la regolamentazione dei confini esterni a Schengen. La chiusura di quelli interni al trattato è una perdita per chi la attua».

Alla Lega dei Ticinesi appartiene Norman Gobbi, componente del governo cantonale ticinese e responsabile dei servizi istituzionali. La cui replica non si fa attendere. Partiamo dalla chiusura notturna dei tre valichi al confine tra Lombardia a Svizzera italiana (Cremenaga, Colverde e Novazzano), punti di passaggio minori, da poche centinaia di auto al giorno. «Appunto — conferma Gobbi — i disagi per il traffico dei lavoratori italiani sono nulli: tre chilometri a est o a ovest di ognuno di essi ci sono altri valichi dunque i principi di Schengen sulla libera circolazione sono intatti. La nostra intenzione è concentrare i controlli sugli assi di traffico principali, specie dopo gli ultimi crimini nei paesi di confine. È un esperimento, ma se funziona lo estenderemo».
Il certificato penale
Altro punto: il certificato penale richiesto solo ai lavoratori provenienti dalla frontiera con l’Italia. «Alt — precisa Gobbi —, non è una norma che colpisce solo gli italiani ma chiunque venga a lavorare qui proveniente dall’Italia, indipendentemente dalla nazionalità». Ma come mai la restrizione non si applica agli stranieri che entrano da Francia o Germania? «Perché in quei Paesi non esistono le organizzazioni criminali presenti in Italia. E comunque le persone senza precedenti penali non hanno nulla da temere; è solo un argine alle infiltrazioni malavitose».

3 aprile 2017 (modifica il 3 aprile 2017 | 23:30)