martedì 25 aprile 2017

Come Uber avrebbe provato a ingannare Apple

la stampa.it
andrea signorelli

L’applicazione tracciava di nascosto gli utenti iPhone anche dopo che avevano smesso di utilizzarla, violando di nascosto il regolamento dell’App Store



Nel corso degli ultimi mesi, Uber si è trovata più di una volta al centro delle polemiche: accusata di tracciare elettronicamente gli autisti dei servizi rivali , di aver sottratto a Google dei progetti per la guida autonoma, di usare stratagemmi per evitare che i suoi autisti vengano controllati dalle autorità e altro ancora. 

Metodi che hanno causato la partenza di numerose figure chiave della compagnia e hanno contribuito alla cattiva fama del CEO di Uber, Travis Kalanick, che ora si è conquistato un lungo profilo del New York Times – intitolato emblematicamente “Il CEO di Uber gioca con il fuoco” – in cui si raccontano le azioni spesso al limite delle regole per portare vantaggi alla sua azienda, senza troppo curarsi dei rischi. 

Un esempio di queste pratiche risale al 2015, quando, secondo il New York Times, Uber avrebbe provato a ingannare Apple, violando di nascosto il regolamento dell’App Store allo scopo di tracciare gli utenti della propria applicazione anche dopo che avevano smesso di usarla e anche nel caso in cui l’avessero cancellata dal telefono.

Gli sviluppatori di Uber avevano infatti trovato un modo per identificare in modo univoco tutti gli iPhone che utilizzavano la app. Una pratica, chiamata fingerprinting , che avrebbe avuto un doppio obiettivo: da una parte impedire che gli autisti creassero molteplici account per approfittare dei bonus economici iniziali; dall’altra evitare che gli utenti cancellassero l’applicazione per non farsi accreditare corse particolarmente onerose. 

Il fingerprinting pone ovvi problemi di privacy ed è per questo vietato dal regolamento dell’App Store: uno scoglio aggirato dagli sviluppatori di Uber, grazie a un sistema che impediva agli impiegati di Apple di accorgersi di quanto stava avvenendo. Il trucco, però, non è durato a lungo e ha portato, nel 2015, a un faccia a faccia tra Kalanick e Tim Cook, CEO di Apple, che ha minacciato la cancellazione di Uber dall’App Store nel caso in cui non fosse stata fatta immediata marcia indietro. Con la prospettiva di perdere da un momento all’altro milioni di clienti, Kalanick è stato obbligato ad accettare le condizioni duramente dettate da Cook, che sarebbe stato talmente furioso da lasciare il CEO di Uber, sempre secondo l’articolo del New York Times, “visibilmente scosso”.

Una parte delle accuse è stata però rigettata da Uber , che afferma: “Non tracciamo assolutamente i nostri utenti o la loro posizione dopo che hanno cancellato l’applicazione. Come si legge anche verso la fine dell’articolo del New York Times, questo è un metodo utilizzato per evitare frodi (...). Tecniche simili sono utilizzate anche per bloccare i login sospetti e proteggere gli account dei nostri utenti. Essere in grado di riconoscere chi vuole introdursi illecitamente nel nostro network è un’importante misura di sicurezza sia per Uber che per usa i nostri servizi”.

Queste precisazioni, però, non smentiscono la ricostruzione del New York Times sulla violazione da parte di Uber del regolamento dell’App Store e l’incontro faccia a faccia tra Cook e Kalanick; che, nonostante risalga ormai a circa due anni fa, ha riportato ancora una volta la compagnia di ride-sharing al centro delle polemiche.