martedì 4 aprile 2017

Cadorna, sconfitto a Caporetto gettò sui soldati la colpa del disastro

corriere.it
di PAOLO MIELI

Un saggio di Luca Falsini (Donzelli) evidenzia il piglio tirannico e le ambizioni
del comandante che guidò l’esercito italiano nella Grande guerra fino al 1917

 

Soldati italiani apprestano le prime trincee lungo il fiume Piave nel 1917

A Caporetto, alla fine di ottobre del 1917, l’esercito italiano fu travolto da quello austriaco e tedesco. Fu una rotta disastrosa e il nome di quella località divenne, non solo nei libri di storia, il simbolo di un disastro etico, politico oltreché militare. Disastro di cui si occupò una commissione d’indagine (per quello che con un eufemismo fu definito «il ripiegamento dall’Isonzo al Piave») istituita, il 12 gennaio 1918, con regio decreto dall’uomo che, dopo essersi dovuto dimettere nel 1916, era tornato a vestire i panni di ministro della Guerra: Vittorio Zuppelli. Giorni, quelli del gennaio 1918, in cui — come nota Luca Falsini nell’eccellente Processo a Caporetto. I documenti inediti della disfatta, in libreria da giovedì 6 aprile per Donz

Luigi Cadorna (1850-1928)
Luigi Cadorna (1850-1928)

Il termine usato da Falsini nel titolo del libro è lo stesso che compariva in un precedente volume di Nicola Labanca, Caporetto, storia di una disfatta (Giunti). E in effetti una disfatta lo fu davvero. La chiave d’accesso di Falsini all’intera vicenda è, però, diversa da quella di chi ha sempre puntato l’indice accusatore contro i militari. E anche da quella di Gioacchino Volpe, secondo il quale le colpe principali per l’accaduto andavano ricondotte al governo eccessivamente debole e accomodante. Un governo, o meglio un ceto politico – accusava Volpe – «dimentico della felice esperienza del maggio radioso del 1915» e ormai incline a farsi prendere la mano dal «parlamentarismo più bieco». Anche se, come vedremo, Volpe non aveva tutti i torti nell’individuazione di qualche responsabilità politica in quell’apocalisse.

Ma — ed è qui la novità — il libro di Falsini vuole essere, più che altro, un atto di accusa contro la «visione caporettocentrica» della Grande guerra. Caporetto, scrive lo storico, non è la guerra italiana: «Non ne è la chiave interpretativa e ancor meno ne rappresenta l’esito finale, perché la guerra italiana non fu solo crisi, sconfitta, diserzione e resa». Se non ci si rende conto di questo, sottolinea Falsini, «si rischia di perdere il senso delle idealità e di destoricizzare». Ciò che «da tempo fanno coloro che osservano la Prima guerra mondiale con lo sguardo dei contemporanei, protesi solo a cercare in essa gli orrori, le inquietudini e a tratteggiarne le assurdità».

Detto questo, non è certo intenzione dell’autore minimizzare l’accaduto. Centrale nel suo racconto è il celeberrimo bollettino del 28 ottobre, nel quale la colpa dello sfondamento nemico fu attribuita senza alcuna remora alla «viltà» di alcuni reparti che si sarebbero rifiutati di combattere «preferendo all’onore e alla morte l’onta della resa». Ma altrettanto centrale è la rimozione dell’autore di quella nota, il capo di stato maggiore Luigi Cadorna, e la sua sostituzione con Armando Diaz. Quel Diaz che volle con sé Pietro Badoglio, uomo, sottolinea Falsini, «particolarmente coinvolto nelle cause della disfatta». Anche il governo presieduto da Paolo Boselli fu costretto in quei giorni a cedere il passo a uno nuovo, guidato da Vittorio Emanuele Orlando (già ministro dell’Interno).

Cadorna, assieme al comandante della Seconda Armata Luigi Capello, con il passare degli anni è stato sempre più individuato come il principale responsabile di Caporetto. Fino all’ottobre del 1917, Cadorna aveva fatto tutto quello che voleva. Travalicando i limiti delle sue pur enormi competenze. Nel maggio del 1916, nel pieno dell’offensiva nemica sull’altopiano di Asiago, si spinse a prospettare al governo il ritiro dal Friuli e dal Veneto orientale. Antonio Salandra, presidente del Consiglio dell’entrata dell’Italia in guerra, si convinse che Cadorna volesse avere nelle zone di combattimento una polizia che rispondesse esclusivamente a lui.

E che, nel contempo, l’uomo aspirasse perfino a «vedersi riconosciuta una certa autonomia in politica estera». Tant’è che pensò di rimuoverlo. Ma né lui, né il suo successore Boselli, riuscirono nell’intento. Anzi, a dispetto dei dubbi sull’operato di Cadorna venuti alla luce persino nei dibattiti parlamentari, il ministro della Giustizia Ettore Sacchi, per andargli incontro, varò il «decreto 1561» che accreditava essere il Paese vittima di una sorta di congiura «disfattista». Un provvedimento, scrive Falsini, che «alimentò in modo sregolato innumerevoli forme di delazione, le quali causarono ingiustificati arresti nonché internamenti e finì col determinare ripercussioni più negli ambiti della produzione industriale che nelle zone di guerra».

Nella deposizione alla Commissione di indagine del deputato Vincenzo Riccio, Cadorna viene fuori come un uomo attento solo a crearsi alibi, la cui principale occupazione consisteva nell’inviare lettere e telegrammi per denunciare presunti movimenti disfattisti tra le truppe. Il 6 giugno del 1917 il «generalissimo» inviò la prima di quattro lettere al presidente del Consiglio «con l’accento di chi sente il pericolo e l’urgenza dei provvedimenti da prendere». Stiamo parlando, ovviamente, di provvedimenti contro i «disfattisti». «Il male peggiora con un crescendo che è pieno di oscuri pericoli», avvertiva Cadorna nella terza lettera (che, come le precedenti e la successiva, rimase senza risposta). Quasi, scrive Falsini, presagisse la catastrofe.

Poi, dopo un rifiuto delle fanterie di obbedire a un ordine di uscire dalle trincee, il generale intravide, nella quarta lettera (18 agosto), un nesso tra la rivoluzione leninista e la disfatta italiana che, entrambe, si sarebbero concretizzate in ottobre: «Lo sfacelo degli eserciti della Russia è conseguenza dell’assenza di un governo forte e capace; ora io debbo dire che il Governo italiano sta facendo una politica interna rovinosa per la disciplina e per il morale dell’Esercito contro la quale è mio stretto dovere di protestare con tutte le forze dell’animo». Il numero dei disertori era andato crescendo tra aprile e agosto 1917 da 2.137 a 5.471 e i processi per diserzione in zona di guerra da duemila a circa seimila.

Si inquadra in questo contesto la decisione ispirata da Cadorna di non aiutare — unico il nostro tra i Paesi coinvolti nel conflitto — i soldati italiani caduti nelle mani del nemico. Patissero pure la fame e il freddo: nessun sostegno andava dato ai nostri prigionieri, ad evitare che i soldati rimasti sul fronte pensassero di poter scegliere e preferire la cattività agli orrori della guerra. Del resto l’accoglienza di questi militari italiani nei campi di prigionia austriaci non fu affatto buona. I vecchi prigionieri raccontarono alla Commissione di averli presi spesso a «pugni, calci e sputi».

Il loro arrivo era «accolto da fischi» e venivano spesso «appellati come traditori». Il capitano Giuseppe Scifoni raccontò che gli austriaci furono costretti a trasferirne un buon numero nel campo di Theresienstadt, in Ungheria, che presto venne ribattezzato «campo del rimorso» perché qui i prigionieri avrebbero avuto modo di pentirsi della loro «turpe azione».Giovanna Procacci, in Soldati e prigionieri italiani nella Grande guerra (Bollati Boringhieri) ha ben documentato come i militari caduti nelle mani degli austriaci venissero considerati in Italia alla stregua di persone che si erano consegnate di proposito, portando con sé soldi, sigarette in abbondanza e qualcuno addirittura una valigia con indumenti di ricambio.

Quando poi quei prigionieri tornarono in Italia, vennero «internati per settimane nei campi di concentramento, interrogati e anche qui mal nutriti». Nel dopoguerra, scrive Falsini, «questi prigionieri non avrebbero dimenticato il trattamento riservato loro dai governi liberali che avevano guidato l’Italia nel conflitto e sarebbero andati in massa a ingrossare le fila di coloro che in nome del valore dei combattenti chiedevano con forza un superamento del liberalismo». Un tema già efficacemente affrontato da Giovanni Sabbatucci in I combattenti nel primo dopoguerra (Laterza) e da Angelo Ventrone in Grande guerra e Novecento (Donzelli). In ogni caso questi comportamenti nei confronti degli ex combattenti furono assai ingiusti. T

anto più che — come ha scritto Antonio Gibelli in La guerra grande (Laterza) — nulla può avvalorare la tesi secondo la quale il disastro di Caporetto può «anche lontanamente essere stato causato da una qualche forma di ribellione o insubordinazione». Ma, a detta di Cadorna, nei giorni di Caporetto «salvo pochissime eccezioni», il contegno delle truppe fu «indegno». Il generale davvero pensava che quei soldati non avevano combattuto «perché non hanno voluto combattere».Secondo Leonida Bissolati, che poté leggere alcune delle sue lettere inviate in precedenza, Cadorna, vista la mala parata, aveva trascorso l’intero 1916 a costruire giustificazioni dei suoi fallimenti. Il generale pensava che il leader socialista manovrasse per sostituirlo con Luigi Capello, del quale Bissolati era buon amico oltre che estimatore.

Bissolati invece cospirava (se così si può dire) contro Orlando, da lui definito, in una lettera del 14 settembre 1917, «un cadavere rimasto tra i piedi all’Italia». Ma torniamo al 1916. Cadorna aveva interpretato come parte di un disegno ai suoi danni la decisione del ministro Zuppelli di inviare, senza avvertirlo, un contingente a Valona e di far poi avanzare quei soldati fino a Durazzo. In quell’occasione il generale protestò con il re. Il quale però gli rispose che era troppo tardi e che quella missione albanese era già un «fatto compiuto». Dopodiché Cadorna promosse una violentissima campagna di stampa contro Zuppelli, fino a che ne ottenne le dimissioni.

Nelle carte della Commissione è documentato anche che dopo questo episodio Cadorna si era vantato di poter «far saltare in aria chiunque avesse congiurato ai suoi danni». Come se avesse un potere di ricatto di cui si intravide una qualche traccia dopo Caporetto al momento della sua promozione/rimozione. E pensare che nel Consiglio dei ministri del 28 settembre 1917 (meno di un mese prima di Caporetto), il ministro Orlando — che di lì a breve sarebbe stato nominato presidente del Consiglio — gli aveva brutalmente detto che l’azione disfattista non risaliva, come da lui sostenuto, «dal Paese all’esercito», bensì discendeva in gran parte «dall’esercito al Paese».

Poi, nei giorni dello sfaldamento, si assistette allo spettacolo di «uomini in preda al panico, senza guida e senza ordini, spesso disarmati, a volte ubriachi, in alcuni casi dediti al saccheggio e a violenze d’ogni sorta». Depositi e magazzini vennero presi d’assalto da soldati affamati e «desiderosi di rompere una disciplina che li opprimeva da mesi, in alcuni casi da anni».

In quegli istanti, secondo Gibelli, l’ubriacatura e la sazietà produssero nei più un senso di libertà illusorio che rinviava al grande desiderio di veder finire la guerra. Un «marasma collettivo», scrive Falsini, ben chiaro anche agli austriaci, che già nel bollettino di guerra del 26 ottobre e di nuovo in quello del 1° novembre parlarono di «corpi d’armata italiani in preda alla confusione», di «sessantamila uomini e centinaia di cannoni catturati con facilità». Non mancarono episodi spregevoli: «saccheggi nelle case, nei negozi e nei magazzini, ma anche grida di soddisfazione e segni di compiacimento per una sconfitta che era sinonimo di pace».

Falsini sa bene che, come scrivono nella biografia dedicata a Pietro Badoglio (Mondadori) Piero Pieri e Giorgio Rochat, «Caporetto resterà per sempre uno di quegli eterni problemi storici che ogni generazione sarà portata a proporsi e a tentare di risolvere». C’è da notare però che i risultati dei lavori della commissione di indagine, per di più con i mancati rilievi a Badoglio per aver disobbedito agli ordini di Cadorna, giunsero a guerra conclusa. Con l’Italia che sedeva al banco dei vincitori. Sicché, come notò allora il «Corriere della Sera», si determinò una strana circostanza: «La diagnosi della malattia mortale viene scaraventata sul degente quand’esso vivo e vegeto cammina pel mondo». L’ennesimo paradosso della storia d’Italia.
Un dramma con uno strascico interminabile di recriminazioni
Esce in libreria giovedì 6 aprile, il saggio di Luca Falsini Processo a Caporetto. I documenti inediti della disfatta (Donzelli, pagine 225, euro 28) che ricostruisce lo scenario militare e politico in cui maturò la pesante sconfitta italiana nell’autunno 1917. A quella vicenda Nicola Labanca ha dedicato il libro Caporetto. Storia di una disfatta (Giunti, 1997). Sulla sorte dei nostri connazionali catturati dagli austro-ungarici si sofferma il saggio di Giovanna Procacci Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra(Editori Riuniti, 1993; Bollati Boringhieri, 2000). Da segnalare anche: Giovanni Sabbatucci, I combattenti nel primo dopoguerra (Laterza, 1974); Antonio Gibelli, La guerra grande (Laterza, 2014); Angelo Ventrone, Grande guerra e Novecento (Donzelli, 2015); Piero Pieri e Giorgio Rochat, Pietro Badoglio (Utet, 1974, Mondadori, 2002).

3 aprile 2017 (modifica il 3 aprile 2017 | 21:13)