giovedì 30 marzo 2017

Volevano rubare la salma di Enzo Ferrari e chiedere il riscatto

lastampa.it
nicola pinna

In manette la banda sarda di Orgosolo, arresti anche nel Nord Italia


Enzo Ferrari, fondatore della casa del cavallino rampante, nel suo ufficio a Maranello

I sequestri dei vivi non sono più redditizi e questo i criminali sardi l’hanno capito già da tempo. E così la banda aveva pensato di fare il colpaccio con un morto. Ma non con uno qualunque: con la salma di Enzo Ferrari. L’intenzione era quella di assaltare la sua tomba e portare via i resti del grande costruttore. Con un’intenzione molto semplice da capire: chiedere il riscatto alla famiglia e mettere insieme un grosso bottino. Il colpo comunque non è riuscito, anche perché i carabinieri erano già sulle tracce della banda, che aveva base a Orgosolo e ramificazioni nel Nord Italia.

L’attività preminente, secondo i militari del comando provinciale di Nuoro, era il traffico di armi e droga e infatti all’alba di oggi è scattato un maxi blitz tra Sardegna, Lombardia, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna. In 19 sono finiti in carcere, altri 4 ai domiciliari mentre per 11 persone il giudice ha disposto l’obbligo di dimora. In campo per far scattare gli arresti, gli uomini dei reparti speciali dei Cacciatori di Sardegna e persino i paracadutisti del Tuscania. Oltre 300 gli uomini impiegati, per un’operazione (coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Cagliari) che era considerata ad altissimo rischio proprio per il profilo criminale dei soggetti interessati. E perché qualcuno poteva anche tentare la fuga.

L’assalto alla salma di Enzo Ferrari, secondo i progetti della banda, doveva servire per finanziare le principali attività dell’organizzazione ed era stato progettato come un classico sequestro, di quelli firmati dall’Anonima. Un gruppo che sarebbe dovuto entrare in azione nel cimitero di San Cataldo e un altro poi avrebbe dovuto custodire il bottino. Poi c’era chi si sarebbe dovuto occupare di attivare i contatti con la famiglia Ferrari o con i vertici dell’azienda per chiedere il riscatto. Ma i carabinieri intercettavano già la banda e così hanno impedito che il blitz ai danni del fondatore della celebre casa automobilistica (morto a Modena nell’agosto del 1988) potesse essere portato a termine.

La banda degli amici di Graziano Mesina era nel mirino dei carabinieri che stavano indagando sul sequestro lampo del direttore di un banca e della moglie (messo a segno nel 2007) e su un traffico di stupefacenti venuto fuori mentre si tentava di scoprire chi fossero gli organizzatori del rapimento. Da quel momento, si è scoperto che nelle campagne di Orgosolo (il paese di Mesina, appunto) c’era la base logistica di una ramificata organizzazione capace di trafficare armi da guerra e di importare in Sardegna ingenti quantitativi di droga. Ventisette chili di cocaina in una settimana, stando ad alcuni passaggi delle intercettazioni: droga di altissima qualità pagata 39 mila euro al chilo, per una spesa complessiva di circa 1 milione di euro in appena sette giorni.

Il capo di tutto, secondo i carabinieri, era Gianni Mereu un 47enne di Orgosolo che però abitava in provincia di Parma. E da lì prendeva ogni decisione e dava ordini specifici ai suoi uomini in Sardegna, Toscana, Veneto, Lombardia e ovviamente Emilia Romagna. Curava persino rapporti con la ‘Ndragheta calabrese e con alcuni personaggi che erano in grado di procurare armi da rimettere in circolo: uno era un vigile del fuoco in servizio a Padova, considerato un esperto balistico, che recuperava fucili, pistole e kalashnikov dal Cerimant di Padova, un centro di distruzione delle armi dell’Esercito. A fargliele avere erano un maresciallo e un dipendente civile del Ministero della Difesa, che oggi sono stati arrestati.