mercoledì 8 marzo 2017

Vittima dell'uranio impoverito lasciato solo dalle istituzioni militari

repubblica.it
di Roberta Salzano



SANT'EGIDIO DEL MONTELABINO - Viene a contatto con l’uranio impoverito dopo due missioni in Afghanistan; da tredici anni il ministero della Difesa gli nega l’assistenza. È la storia di Antonio Attianese, ex ranger del quarto reggimento alpini paracadutisti. Dal 2004 il 38enne di Sant’Egidio del Monte Albino, sposato con due figli, si è sottoposto a più di 35 operazioni e circa 100 ricoveri. Al rientro dalla missione Enduring Freedom avverte i primi sintomi della malattia: tracce di sangue nelle urine. Spunta la presenza di un tumore alla vescica, dovuto alla «esposizione a un inquinamento ambientale contenente polveri di acciaio e tungsteno», il metallo pesante presente nelle munizioni. Come riportato nella relazione della dottoressa Gatti, esperta in nanoparticelle dell’ospedale di Modena.

Dopo il primo intervento le condizioni di salute peggiorano, i sanitari gli asportano la vescica e un rene, costringendolo a utilizzare una sacca per contenere le urine. Affronta le spese sanitarie da solo, ignaro dell’esistenza della circolare 65/84 dello stato maggiore dell’Esercito, che prevede il «monitoraggio del personale delle forze armate affetto da grave patologia, l’assistenza in campo sanitario, amministrativo, spirituale, psicologico, morale e materiale a favore dei militari e dei loro familiari».

Antonio ne viene a conoscenza alla fine del 2005 e chiede all’amministrazione del proprio reparto l’applicazione. L’ufficio risponde picche e il giovane viene chiamato a rapporto da tre superiori. Col timore che le sue richieste e il collegamento tra il carcinoma, l’uranio impoverito e le missioni, avrebbe potuto screditare l’immagine del reparto, viene invitato con fare intimidatorio a rinunciare a ogni iniziativa. Poi, dopo battaglie legali e pareri negativi, ottiene la causa di servizio al tribunale militare di Roma, in stand-by da 10 anni.