giovedì 23 marzo 2017

Una foto, una storia: le striscioline che distrussero una città

corriere.it
21 MARZO 2017 | di Silvia Morosi e Paolo Rastelli | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

A vederle da vicino non fanno molta impressione: un mucchietto di striscioline con riflessi metallici, custodite in una teca di plexiglass nella cripta della Sankt Nicolai Kirche, la chiesa di San Nicola, al numero 60 di un vialone amburghese intitolato a Willy Brandt, il cancelliere della Ost Politik. Eppure queste strisce di alluminio contribuirono a scatenare su Amburgo la prima tempesta di fuoco mai creata dall’uomo nella notte del 27 luglio 1943 durante l’operazione Gomorra, il gigantesco bombardamento dell’antica città anseatica alla foce dell’Elba effettuato dalla Royal Air Force, l’aviazione britannica. Oltre 750 bombardieri (per la precisione 767: 74 bimotori Wellington, 116 Stirling, 244 Halifax e 353 Lancaster, tutti quadrimotori) uccisero 42.600 persone (in grandissima parte civili), ne ferirono 37mila e distrussero oltre 250mila edifici, provocando la fuga dalla città di poco meno di un milione di persone.

Una mappa che dà un'idea della distruzione di Amburgo: le aree in rosso scuro furono distrutte per oltre 70%, quelle a tratteggio più chiaro tra il 50 e il 70% (Cripta di San Nicola, foto dell'autore)
Una mappa che dà un’idea della distruzione di Amburgo: le aree in rosso scuro furono distrutte per oltre 70%, quelle a tratteggio più chiaro tra il 50 e il 70% (Cripta di San Nicola, foto dell’autore)

Windows – Le striscioline (nome in codice “windows”, finestre), sottili fogli di alluminio incollati su carta e lanciati a pacchi dai bombardieri durante l’avvicinamento all’obiettivo, erano lunghe metà della lunghezza d’onda dei radar tedeschi e avevano l’effetto di accecarli, producendo sugli schermi una nebbia diffusa che impediva agli operatori di distinguere i singoli aerei e di guidare i caccia notturni all’intercettazione. Il risultato fu un massacro. In realtà non tutte le vittime morirono il 27 luglio, poiché Amburgo fu il bersaglio della Raf e dell’Usaaf (l’aviazione degli Stati Uniti) per otto giorni e sette notti.

A partire dal 24 luglio, in quello che fu il primo esperimento di “Round the clock bombing“, con gli inglesi impegnati a colpire nell’oscurità e gli americani durante le ore diurne. Ma l’incursione del 27 luglio fu la più devastante, proprio perchè il clima particolarmente secco (non pioveva da giorni) e l’impiego di un gran numero di bombe incendiarie diedero vita alla tempesta di fuoco: incendi talmente vasti e ribollenti (1.800 gradi) nel centro cittadino, capaci di provocare un surriscaldamento dell’atmosfera. Le violente correnti ascensionali richiamavano aria più fredda dalle zone circostanti, causando venti di oltre 200 chilometri orari che alimentavano ancor più le fiamme e spingevano la gente dentro il rogo. Mentre l’asfato liquefatto bruciava i piedi e imprigionava chi cercava disperatamente di fuggire.

La chiesa – Tra i 250mila edifici colpiti ci fu anche la chiesa di San Nicola, che non è mai stata ricostruita e i cui muri diroccati ospitano sculture dedicate all’orrore della guerra e alla pace violata. Il campanile è rimasto in piedi ed è in corso di restauro, mentre nella cripta c’è un piccolo museo, con fotografie e testimonianze dell’epoca. A onore della Germania e della sua volontà di fare i conti con il passato, il museo ricorda che molti cittadini di Amburgo la cui casa era stata distrutta trovarono posto nelle case requisite agli ebrei. E anche che il compito di portare via le macerie e i cadaveri, in mezzo alle bombe inesplose, fu lasciato ai detenuti politici e ai prigionieri russi del vicino campo di concentramento di Neuengamme, i quali però (come del resto gli ebrei) non avevano il diritto di andare nei rifugi in caso di nuovi bombardamenti.

I prigionieri di Neuengamme sgombrano macerie e cadaveri (Cripta di San Nicola, foto dell'autore)
I prigionieri di Neuengamme sgombrano macerie e cadaveri (Cripta di San Nicola, foto dell’autore)

Testimonianze – Un rapporto ufficiale tedesco dell’agosto 1943, stilato dalla polizia di Amburgo e citato dal sito World War II Today, descrive così gli effetti della tempesta di fuoco:

«Alberi con tronchi spessi un metro furono spezzati o sradicati, gli esseri umani furono gettati a terra o spinti ancora vivi nelle fiamme (…). I cittadini presi dal panico non sapevano dove andare. Le fiamme li spingevano fuori dai rifugi ma le bombe ad alto esplosivo li facevano tornare di corsa indietro (gli inglesi usarono bombe ad alto esplosivo da 1.800 chili per scoperchiare gli edifici e rendere più eficace l’azione delle bombe incendiarie, NdR). Una volta dentro (i rifugi), sono morti soffocati dall’ossido di carbonio e i loro corpi ridotti in cenere come se fossero stati in un forno crematorio, cosa che in effetti i rifugi sono diventati. I fortunati sono stati quelli che si sono tuffati nei canali e sono rimasti immersi fino al collo per ore finchè il calore non è diminuito».
Henni Klank, una giovane madre che scampò al bombardamento, scrisse che intorno a lei «le strade bruciavano, gli alberi bruciavano e le loro cime erano piegate sulla strada. I cavalli in fiamme dell’impresa di traslochi Hertz ci superarono al galoppo, l’aria bruciava, tutto bruciava». Fra coloro che assistettero al bombardamento di Amburgo ci fu anche il tenente Helmut Schmidt, futuro cancelliere tedesco, la cui testimonianza è citata in Apocalisse tedesca di Max Hastings:
«Il cielo si annerì, il sole scomparve. La cosa più terribile era il fetore, come trovarsi nella cucina di McDonald’s... un odore di carne arrostita… ma la carne era la gente».

Una pagina di un giornale dell'epoca dedicata ai funerali collettivi delle vittime (Cripta di San Nicola)
Una pagina di un giornale dell’epoca dedicata ai funerali collettivi delle vittime (Cripta di San Nicola)

Cause e conseguenze – Amburgo venne scelta come bersaglio per il suo indubbio valore strategico (grande porto, in possesso di importanti attrezzature navali come i bacini di carenaggio Blohm und Voss e i cantieri che costruivano gli U-boot, i sommergibili tedeschi), ma anche come simbolo della spietata determinazione britannica a condurre una guerra senza quartiere contro la Germania. Il bombardamento strategico delle città tedesche, senza alcuna distinzione tra obiettivi militari e civili, era l’esempio più eclatante di questa strategia. L’uomo responsabile di tutto questo era il capo del Bomber Command, il Comando Bombardieri della Raf, maresciallo dell’Aria Arthur Harris, soprannominato Bomber (il Bombardiere), ma anche Butcher (il Macellaio) per l’inflessibile volontà con cui colpiva il nemico e mandava alla morte i suoi uomini.

La sua ossessione per il bombardamento a tappeto era una risposta pratica all’incapacità tecnica dell’epoca di colpire con precisione soprattutto di notte: non potendo prendere di mira con efficacia solo fabbriche e installazioni militari, si decise di bersagliare le città industriali per distruggere, insieme agli stabilimenti, anche le case degli operai, i sistemi di trasporto e più in generale per deprimere il morale della popolazione. Ciò portò a rovesciare sulla Germania quantità via via crescenti di bombe (perfino nel 1945 quando il nazismo stava crollando, gli eserciti alleati penetravano nel cuore del Reich) e aggiungere distruzione a distruzione era insensato.

Il bombardamento di Amburgo fu in effetti un colpo durissimo al morale tedesco: Adolf Hitler perse ogni fiducia nella Luftwaffe, l’aviazione tedesca, e nel suo capo Hermann Göring (qui un approfondimento sulla Notte dei lunghi coltelli), che pure era l’erede designato del Führer, mentre per l’intero Paese la sorte della città anseatica fu il presagio di terribili eventi futuri. Tuttavia i bombardamenti sicuramente intralciarono lo sforzo bellico tedesco, ma non ne intaccarono la capacità di resistenza.

Come fece notare Henry Tizard, il consigliere scientifico del ministero britannico della Produzione aereonautica (citato da Max Hastings) , i bombardieri erano armi capaci di produrre effetti catastrofici ma non decisivi. Per quanto poi riguarda il morale, forse il singolo cittadino tedesco si sarebbe arreso volentieri. Ma, come è stato notato, «non ti puoi arrendere a un bombardiere che vola in cielo», mentre sulla collettività  la presa del regime nazista, tetragono a ogni ipotesi di resa, restò salda fino alla fine.

Il Bomber Command Memorial a Londra, Green Park (Foto Raf Benevolent Fund)
Il Bomber Command Memorial a Londra, Green Park (Foto Raf Benevolent Fund)

Recriminazioni – Dopo la guerra la cattiva coscienza delle stragi di civili tedeschi, soprattutto quelle dell’ultimo anno di guerra che culminaro nell’attacco a Dresda (13-14 febbraio 1945, vittime stimate tra 35 e 130 mila), cominciò a pesare subito sulla Gran Bretagna, tanto che Winston Churchill, il premier britannico, non citò il Comando Bombardieri nel suo discorso della vittoria e gli aviatori che ne facevano parte non ricevettero la campaign medal, la medaglia che l’ordinamento militare del Regno Unito prevede per chi abbia partecipato a un fatto d’arme in un certo teatro di operazioni. Harris, che pure aveva eseguito gli ordini del primo ministro (il quale aveva “speso” politicamente i bombardamenti per dimostrare a Stalin che la Gran Bretagna faceva la sua parte nella guerra contro la Germania anche se lo sbarco in Francia tardava), ne fu talmente disgustato che se ne andò in volontario esilio in Sud Africa subito dopo la guerra.

Quanto ai suoi uomini, si sentirono trattati ingiustamente, anche perche il tributo di sangue era stato enorme: 55.500 uomini su 120 mila arruolati, un tasso di perdite di poco inferiore al 50 per cento. Secondo le cifre riportate da Max Hastings, che nel 1979, con Bomber Command, è stato il primo a proporre un’opera divulgativa ma storicamente solida sull’argomento, per ogni 100 uomini, 51 morirono in azione, 9 in incidenti in Gran Bretagna, 3 riportarono ferite gravi, 12 caddero prigionieri, uno fu abbattuto ma sfuggì alla cattura e solo 24 completarono il proprio turno di operazioni (30 missioni). Solo nel 2012, in occasione del Giubileo di diamante (60 anni di regno, mentre qui abbiamo ricordato quello di zaffiro), la regina Elisabetta II ha inaugurato il Bomber Command Memorial a Green Park, a Londra.

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Crimini? – Gli aviatori del bombardamento, troppo impegnati a sopravvivere volando migliaia di metri sopra i loro bersagli in mezzo all’inferno della contraerea e con i caccia notturni in agguato, certo non si consideravano assassini di donne e bambini. Invece senza dubbio lo furono. Quanto ai tedeschi, i loro sentimenti sono ben riassunti dalle parole di Helmut Schmidt, che nei bombardamenti perse genitori, nonni, suoceri e casa: «Fu una cosa assolutamente ingiustificata e ingiustificabile». Molti tedeschi a proposito dei bombardamenti parlarono esplicitamente di crimini di guerra, come quelli giudicati a Norimberga che portarono sul patibolo i capi nazisti.

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Chi scrive, per quel che vale, è d’accordo con Max Hastings, secondo il quale «la scelta lessicale appare francamente malaccorta». «Pur con tutte le sue follie e i suoi tragici errori di valutazione – prosegue lo storico e giornalista britannico – l’offensiva aerea strategica fu un’operazione militare volta ad accelerare il crollo della capacità bellica tedesca. Cessò non appena Hitler smise di combattere. Quasi tutti i massacri tedeschi, viceversa, furono perpetrati ai danni di persone indifese, prive della benchè minima facoltà di nuocere all’impero hitleriano. Persone che furono assassinate per ragioni ideologiche, senza alcuno scopo militare». Una distinzione che ci sembra importante, anche a oltre 70 anni di distanza.