mercoledì 8 marzo 2017

Un intervento di un giurista sui profili penali della morte di Dj Fabo

lastampa.it
francesca re*

Il parere di Francesca Re, dottore di ricerca in diritto penale e membro di giunta dell’Associazione Luca Coscioni

Il dibattito sulla morte di Dj Fabo è aperto. Ne parla la politica. Ne discutono i giuristi dopo che la Procura ha iscritto nel registro degli indagati il leader radicale Marco Cappato che aveva accompagnato il malato terminale in Svizzera. Un parere autorevole arriva dalla penalista *Francesca Re membro di giunta dell’Associazione Luca Coscioni: «Il 27 Febbraio 2017 Marco Cappato, accompagnando Dj Fabo in Svizzera, ha – secondo l’ordinamento italiano – commesso un reato contro la persona, la cui esatta qualificazione giuridica dovrà essere definita dagli organi competenti. 

La ricostruzione del fatto è semplice, anzi quasi “confessata” dalle numerose dichiarazioni verbali, fotografiche e video apparse su media e social network nelle ultime ore, nonchè dall’autodenuncia di Marco Cappato del 28 febbraio us. Dunque in relazione a questo caso l’Ufficio del Pubblico Ministero non sarà chiamato ad indagare su nulla che non sia stato già dichiarato apertamente dall’autore del reato e la vittima stessa.

In generale, affinchè un reato si realizzi occorre la presenza contestuale di due elementi fondamentali: l’elemento oggettivo rappresentato dalla realizzazione della condotta descritta nella fattispecie stessa e l’elemento soggettivo costituito da coscienza e volontà personale dell’autore a commettere proprio quel reato (l’elemento soggettivo può assumere varie forme come il dolo e la colpa). Nelle ultime ore si è scritto e detto che la condotta di Marco Cappato è potenzialmente idonea ad integrare un fatto di “istigazione al suicidio” (art. 580 c.p.), determinando una certa confusione sia in relazione alla ricostruzione stessa dei fatti sia in relazione alle potenziali conseguenze penali per Cappato. 

L’inquadramento della vicenda fluttua come sempre fra due ipotesi di reato principali, ovvero quella di omicidio del consenziente (art. 579 cp) e quella appunto di istigazione o aiuto al suicidio. 
La fattispecie di istigazione o aiuto al suicidio si distingue dal reato di omicidio del consenziente nel quale vengono fatte rientrare varie ipotesi di eutanasia, soprattutto in relazione alle modalità attraverso cui si realizza l’evento morte. Nel reato di istigazione o aiuto al suicidio è la stessa vittima a provocare la morte e non un terzo. Questo e’ proprio quello che e’ avvenuto nel caso di Dj Fabo, il quale pur essendo stato inevitabilmente assistito nel percorso e nelle procedure ha autonomamente cagionato la sua morte attraverso l’attivazone del farmaco letale. 

In realtà prima di ragionare sulla punibilità della condotta di Cappato si dovrebbe piuttosto ragionare sulla liceità stessa del suicidio che ad oggi la maggior parte degli ordinamenti privi di strascichi confessionali considerano un libero atto di autodeterminazione e dunque un atto lecito. 
In virtu’ di questa lettura, risulterebbe dunque anomalo punire qualcuno per aver contribuito a realizzare un fatto lecito. Il nostro codice, si pone in una posizione ibrida, non prevedendo la punibilità in caso di tentato suicidio, ma prevedendola in un atipico concorso di persone: nel caso appunto dell’istigazione o aiuto al suicidio. 

Nonostante la non condivisibile scelta di politica criminale di considerare in uno stesso articolo due fattispecie dal disvalore assolutamente dissimile (istigazione e aiuto) occorre chiarire che tale diversità di disvalore può essere gestita attraverso l’ampia discrezionalità sanzionatoria lasciata dal legislatore al giudice, che può applicare una pena compresa fra i 5 e i 12 anni di reclusione.

L’istigazione avviene su un piano prevalentemente psicologico e morale, mentre l’attività di aiuto afferisce ad un piano materiale. Appare lapalissiano che Marco Cappato non abbia determinato Dj Fabo al suicidio nè ne abbia rafforzato il proposito, e che dunque la fattispecie astrattamente riconducibile alla sua condotta non sia quella di istigazione al suicidio bensì quella prevista dalla seconda parte dell’articolo 580 c.p., ovvero l’agevolazione materiale dell’evento morte, avvenuta attraverso l’accompagnamento fisico di Dj Fabo in Svizzera.

Sicuramente in un’ottica strettamente penalistica e dunque prescindendo da speculazioni di teoria del diritto il materiale accompagnamento in macchina di Dj Fabo da Milano alla clinica di Zurigo, finalizzato al compimento della sua morte integra gli estremi previsti dalla condotta di aiuto al suicidio punito dall’art. 580 c.p. Tralasciando le questioni di competenza territoriale che andranno valutate, nonostante in Italia viga il principio processuale dell’obbligatorietà dell’azione penale, occorrerà vedere come la procura competente si comporterà in questo caso.

Infatti l’eterogeneità delle decisioni in tema di eutanasia e dunque la totale assenza di un indirizzo giurisprudenziale unitario non consentono precise previsioni. Il fatto certo è che, a prescindere dalle qualificazioni giuridiche, agli sviluppi processuali e alla eventuale pena concretamente inflitta, ad oggi il nostro ordinamento giuridico punisce chiunque aiuti un malato terminale a porre fine alle sue sofferenze. In questo senso lo Stato non solo non facilita un percorso così doloroso e complesso, ma lo scoraggia e lo condanna attraverso lo strumento piu’ autoritario a sua disposizione: la sanzione penale.