sabato 4 marzo 2017

Tende e caporali, ecco i ghetti d’Italia

lastampa.it
flavia amabile

Edifici occupati e casolari diroccati: le condizioni di vita sono disperate. Le situazioni più difficili si concentrano in Puglia. Ma la mafia dei profughi fa affari anche a Nord



L’Italia dei ghetti? In Puglia, innanzitutto. Si concentrano tutte lì le situazioni più difficili, quelle a rischio come il ghetto di Rignano dove è scoppiato l’incendio due notti fa. Ci sono motivi economici dietro questa concentrazione, sono le capitali dell’agricoltura in nero, della raccolta effettuata in condizioni disumane e troppo spesso del tutto illegali. Ecco, quindi il «ghetto dei bulgari» nella campagna di Foggia dove vivono una cinquantina di persone, la metà rispetto a un mese fa. 
Oppure nella zona tra Cerignola, Borgo Tressanti e Borgo Tre Titoli vivono altre 250 persone in casali diroccati. Lo stesso a San Marco in Lamis dove vivono un centinaio di braccianti. Un migliaio si trovano a Manfredonia nella zona dell’aeroporto militare, tutti abusivi, tutti al di fuori di qualsiasi ufficialità.

Ma il ghetto più numeroso, secondo il ministero dell’Interno si trova in provincia di Reggio Calabria, è la tendopoli di San Ferdinando dove, nonostante gli sgomberi del passato, vivono in 2300. In totale si tratta di oltre 3 mila lavoratori ma, come specifica il Viminale, si tratta di dati «destinati ad aumentare in misura esponenziale con l’inizio della stagione di raccolta dei pomodori (da aprile ad autunno inoltrato).

Ma esistono anche altri ghetti, quelli che si creano nei centri di raccolta e smistamento dei richiedenti asilo e soprattutto di chi usa l’Italia come un ponte per andare altrove ma non sempre ci riesce ed è costretto a rimanere all’interno dei confini italiani. Federico Gelli, presidente della commissione d’inchiesta sui migranti, spiega che «in questi ultimi tre anni il flusso di arrivi è rimasto più o meno stabile. L’unica differenza sostanziale è nel fatto che fino al 2015 i migranti arrivavano in Italia e proseguivano verso gli altri Paesi europei. Nel 2016, invece, uscire è diventato molto più difficile, la gran parte di loro è rimasta in Italia».

Le conseguenze sono state evidenti nei centri più vicini ai confini. Oggi a Ventimiglia ci sono circa 270 persone ospitate nel Campo gestito dalla Croce rossa nell’area del parco Roja, mentre tra le 60 e le 70 persone – per lo più famiglie – sono ospitate nella parrocchia di S. Antonio. Anche in questo caso si tratta di cifre limitate dalla stagione. Quando in primavera riprenderanno gli sbarchi in grande numero è molto probabile che la zona tornerà a riempirsi: stando ai numeri raccolti dalla Caritas di Ventimiglia nel corso del 2016 sono stati 15 mila i migranti transitati dalla parrocchia di S. Antonio e dal Centro di Ascolto locale.

A Como ci sono 150 persone circa nel campo aperto dalla prefettura e gestito dalla Croce rossa e altri 70 circa ospiti della parrocchia di Rebbio. Ma per avere idea delle dimensioni dell’afflusso nella zona durante il 2016 basti pensare che sono stati 34 mila i tentativi d’ingresso illegali di migranti in Ticino, quasi tutti attraverso la frontiera di Chiasso.

Milano e Roma restano comunque le città più sotto pressione perché non solo danno ospitalità a migliaia di profughi, ma sono diventate degli snodi di transito per i tanti migranti diretti verso il Nord Europa. Nel capoluogo lombardo in tre anni sono passati 120 mila migranti, prima ospitati come si poteva all’interno della stazione Centrale poi nei paraggi, infine nell’hub di via Sammartini, diventato un centro di permanenza dove in questi giorni si trovano meno di 300 persone, di cui 150 richiedenti asilo, per evitare problemi di ordine pubblico e tensioni con il quartiere. 

Roma è la città che ospita il più alto numero di stranieri inseriti nei circuiti di assistenza, 8785 nel 2016, quasi duemila in più di Milano. Al Viminale lo sanno: con queste cifre i problemi sono all’ordine del giorno. E non è razzismo ma la concretezza della realtà.