sabato 18 marzo 2017

Perché il «caso Minzolini» è destinato a ripetersi

lastampa.it
ugo magri

Leggi assurde regolano lo scontro tra politica e giustizia. Ma nessuno se ne occupa seriamente.

Un cittadino qualunque non capisce come mai, se la legge Severino stabilisce la decadenza di un «onorevole» condannato, debba pronunciarsi pure la Camera di appartenenza (come è successo ieri per Minzolini). Delle due l'una: se l'ultima parola dev'essere quella dei giudici, sembra assurdo che si chieda il via libera del Parlamento. Anche perché i suoi membri non possono essere trattati come semplici passacarte, è logico che si esprimano liberamente.

Ma se deputati e senatori esercitano il loro diritto di entrare nel merito e di sostituirsi ai magistrati, per quale diamine di motivo è stata approvata una legge sulla decadenza che poi non viene onorata? Chiaramente, nel meccanismo c'è qualcosa che offende la logica. Anzi, sembra studiato apposta da qualche mente malata per aggiungere discredito sulle nostre povere istituzioni. Né risulta che qualcuno se ne stia occupando. Per cui il «caso Minzolini» è destinato a ripetersi.

In realtà, questa legislazione assurda fotografa un campo di battaglia, quello tra politica e giustizia. Dove la linea del fronte si sposta a seconda delle fasi storiche. Nella Prima Repubblica (cioè fino a Tangentopoli, inizio anni '90) la volontà democratica era sacra, il popolo sovrano aveva diritto di eleggere perfino i ladri e i conclamati assassini. I magistrati non potevano nemmeno azzardarsi a iniziare le indagini senza un'apposita «autorizzazione a procedere» del Parlamento, che di regola veniva negata. Dopodiché la politica ha commesso suicidio e le parti si sono invertite. Alle Camere è rimasta la facoltà di negare provvedimenti estremi come l'arresto o, appunto, la decadenza.

E quando esercita questo diritto, che sta nella Costituzione, se ne vergogna un po' perché sa tanto di Casta.Sarebbe bello se si trovasse finalmente un equilibrio onesto e rispettato. Per realizzarlo, non occorre chissà che. Basterebbe ad esempio abolire le «porte girevoli» tra Parlamento e magistratura, che generano solo sospetti (e alibi). Perché è vero che Minzolini è stato condannato per la carta di credito Rai, ma a rovesciare l'assoluzione in primo grado è stato un giudice che prima era stato deputato, poi senatore, quindi sottosegretario, salvo tornare come se niente fosse a rivestire la toga. Dunque un avversario politico dichiarato dell'ex direttore del Tg1. E' una commistione di ruoli contro cui si batte a ragione la stessa Anm, nella persona del suo presidente Camillo Davigo. Ma si procederà in tal senso? Molti segnali fanno temere di no.