venerdì 17 marzo 2017

La banca digitale N26 supera i 300.000 utenti

lastampa.it
andrea nepori

Parla il fondatore Maximilian Tayenthal: “Siamo la più grande smartphone bank d’Europa”. Presto in arrivo anche risparmio gestito, credito e fido



Nessuno porta una cravatta e non ci sono regole sull’abbigliamento. L’arredamento strizza l’occhio alle ultime tendenze hipster, come i murales realizzati da famosi street artist, mentre l’area PlayStation, il biliardino e il tavolo da ping pong rispettano alla lettera il manuale della perfetta startup di grido. Chi arrivasse qui per la prima volta senza sapere dove sta entrando mai penserebbe di trovarsi nella sede di un istituto bancario.

Sono gli uffici di N26, la banca digitale per smartphone da poco arrivata anche in Italia. Rispetto ai concorrenti non è appoggiata da alcuna banca tradizionale: è un servizio indipendente, grazie all’autorizzazione della BCE ottenuta a luglio 2016.

Maximilian Tayenthal l’ha fondata a Vienna, due anni fa, assieme a Valentin Stalf. Poco dopo l’avvio delle operazioni, quando il nome era ancora Number26, la startup si è trasferita a Berlino. Per una ragione molto semplice: «Qui è molto più facile trovare i talenti che servono ad un’azienda tech». Incontriamo Tayenthal in una delle sale riunioni dalle pareti in vetro della sede berlinese. «Ci piace comunicare l’idea della trasparenza».

Partiamo dai numeri: come sta andando N26?
«Molto bene! Nel giro di due anni abbiamo superato 300.000 clienti. Ad oggi si iscrivono più di 1000 nuovi utenti al giorno e i nostri server processano una media di 1900 transazioni all’ora».

Cosa vi ha spinto ad avviare una startup in un settore così complicato?
«Abbiamo capito che il settore era pronto per essere sovvertito, per una “disruption”, come si dice in gergo. Il modello di business ruota ovviamente attorno al cosiddetto cross-selling, la possibilità di vendere servizi accessori a partire dall’offerta di un conto gratuito, ma abbiamo intuito amplissimi margini di miglioramento rispetto a quanto stavano facendo le banche tradizionali».

Ad esempio?
«Principalmente il fatto che abbiamo costi molto bassi. L’acquisizione di un cliente ci costa pochissimo rispetto a una banca tradizionale. Spendiamo meno anche rispetto ai quei servizi digitali che comunque si appoggiano a una grande banca. Basti pensare a quanto si risparmia grazie all’apertura del conto tramite videochiamata, una delle nostre funzioni. Anche il costo/utente delle nostre strutture informatiche è molto basso. Del resto abbiamo costruito il nostro sistema per lo smartphone. Non abbiamo riadattato in un’app qualcosa di esistente e obsoleto».

E lato clienti?
«Per noi il focus principale è l’esperienza d’uso che offriamo agli utenti. Abbiamo creato, o almeno spero, una delle migliori interfacce del settore, per trasparenza e facilità d’uso. E ovviamente il “real time”, che per noi è al centro di tutto. Nessuna banca, se si va a vedere, offre soluzioni davvero istantanee. Quando il cliente usa una nostra Mastercard, è in grado di ricevere una notifica del pagamento in meno di mezzo secondo».

Molte banche offrono prodotti digitali validi, però. Non temete la concorrenza delle grandi?
«Seguiamo tutti gli sviluppi, ovviamente, ma non mi preoccupa la concorrenza digitale dei colossi europei del settore. Cercano di innovare ma non riescono a farlo davvero; sono rallentati dalla burocrazia. Steve Jobs diceva che il design non è come le cose appaiono, ma come funzionano. Ecco, credo che per le grandi banche il problema sia proprio questo: pensano che innovare significhi soltanto cambiare l’aspetto dei loro servizi, non il modo in cui funzionano».

Perché le grandi banche non riescono a innovare davvero?
«Per tre motivi principali. Primo: i sistemi informatici che usano sono antiquati, a volte vecchi di quarant’anni, non sono flessibili. E non è facile cambiarli, perché ci sono milioni di utenti attivi in ogni momento. Secondo: non riescono ad attirare i talenti giusti. Un bravissimo programmatore preferisce lavorare per SoundCloud, o per aziende come Google o Apple, di certo non per una banca che ha ancora codice scritto in Cobol (linguaggio di programmazione ancora usato nel settore finanziario, nato nel 1959; ndi). Terzo: non c’è abbastanza pressione. Le decisioni importanti le prendono i grandi manager cinquantenni o sessantenni, che non capiscono davvero le abitudini dei nuovi clienti giovani, dei nativi digitali».

Come è andato il lancio italiano di N26?
«Bene, siamo contenti. L’italia è uno dei mercati da cui abbiamo avuto una risposta positiva. Di solito aspettiamo di capire come reagisce il pubblico, qual è il livello di fiducia, se ci sono tanti iscritti che vogliono provare il conto dal primo giorno di lancio. E se c’è risposta continuiamo ad investire, ad esempio nella localizzazione e in un servizio clienti dedicato».

Vi definite banca “paneuropea”, ma quanto cambia il servizio da paese a paese?
«Molto poco. Le necessità dei vari mercati sono molto simili. Tutti vogliono gli stessi servizi di base. Ma allo stesso tempo il mercato bancario europeo è molto frammentato, così anche il livello di avanzamento tecnologico e certe regole cambiano a seconda del paese. La Spagna, ad esempio, è un mercato più costoso rispetto a quello tedesco. In Francia serve un documento di conferma dell’esistenza di un conto corrente, da fornire al datore di lavoro. In Italia abbiamo dovuto implementare delle soluzioni per accettare vari documenti di identità. Sono tutte modifiche che possiamo fare rapidamente, sempre grazie alla flessibilità del nostro sistema».

Quali saranno le principali novità in arrivo nei prossimi mesi?
«Lanceremo i servizi che i clienti ci chiedono con maggior insistenza. Attiveremo presto una serie di prodotti per il risparmio gestito e procederemo a internazionalizzare il fido e il credito. Un altro servizio interessante sarà la gestione del portafoglio assicurativo: si potrà scegliere da un’ampia gamma di polizze, da sottoscrivere e gestire sempre in maniera semplice tramite la nostra app per smartphone».