martedì 14 marzo 2017

Il partigiano in camicia nera: due vite e una morte nell’Italia del’45

corriere.it

14 MARZO 2017 | di Silvia Morosi e Paolo Rastelli | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

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Partigiano e fascista, eroe e traditore, spia e disertore, pluridecorato di Salò e uomo della Resistenza. Un vincitore e un vinto. Un uomo che a guerra ormai persa cambia casacca, deluso dal regime, e viene giustiziato per tradimento dai suoi stessi camerati repubblichini all’alba del 24 febbraio 1945. Un personaggio che a Mantova compare tra i Caduti della Liberazione, mentre a Reggio Emilia rimane la spia che per anni i partigiani cercano e vogliono uccidere per vendicare l’uccisione di due di loro.

A raccontare agli autori di questo blog la storia di Uber Pulga è stato Alessandro Carlini attraverso le pagine di “Partigiano in camicia nera”. Classe 1919, repubblichino convinto, aguzzino di Slavi nei Balcani, infiltrato tra i partigiani di Reggio Emilia dopo essere stato addestrato dalle SS, è un uomo cresciuto nel solco del regime fascista, che ne abbraccia gli ideali. Carlini ha deciso di raccontare questa storia per non venire meno a una promessa, fatta al nonno Franco Pulga, cugino del protagonista.

Prima che mio nonno morisse, nel 2005, gli promisi che avrei cercato la verità su quello che era una sorta di eroe per la famiglia. Sono emersi dettagli piuttosto inquietanti, che per qualche anno mi hanno fatto interrompere le ricerche. Ma sono poi giunto alla conclusione che solo una figura come quella di Uber potesse spiegare in modo completo quel biennio terribile del 1943-45, quando una guerra civile divideva l’Italia, e si insinuava fra la gente e nelle famiglie. Nel caso del protagonista si può dire che la guerra civile fosse dentro di lui.
Le ricerche in tutta Europa
La ricerca di Carlini è iniziata dai documenti custoditi gelosamente dalla sua famiglia, come la lunga lettera di Don Augusto Sani che, commosso, dopo averlo confessato, descrive le ultime ore di Uber prima della fucilazione. Il religioso è l’unico amico rimasto a Uber che si sente di ”aver tradito tutti” e di dover pagare con la vita per le persone che ha fatto uccidere agendo come spia infiltrata fra i partigiani. L’unico in grado di capire quel percorso di sacrificio che il sottotenente ha compiuto mettendo la sua vita al servizio della Resistenza dopo averla combattuta, odiata e disprezzata per anni. Gli studi continuano, poi, negli Istituti per la storia della Resistenza delle province di Reggio Emilia, Parma, Mantova, negli Archivi di Stato in Italia e in quelli all’estero, in Gran Bretagna e Germania.
Non è stato facile, anche dal punto di vista emotivo, compiere le ricerche, “in particolare quando mi è stato riferito che il capo partigiano del Reggiano Egidio Baraldi (Walter) aveva riconosciuto in Uber ”quel porco” che aveva fatto la spia e fatto uccidere due patrioti”.
La storia di Uber, dalla Balcania a reggio Emilia
Ma quali sono state le tappe che hanno segnato la vira del protagonista? Uber viene arruolato nel 1940 nel Regio esercito e nell’aprile 1942 conosce uno dei teatri d’operazione più difficili per gli italiani: la Balcania, come il regime fascista chiamava l’ex Jugoslavia. I fanti della divisione Murge, nella quale era caporale, dislocati a Mostar, partecipano alla guerra anti-partigiana senza esclusioni di colpi, tra rastrellamenti ed esecuzioni sommarie. Richiamato in Italia, entra nei parà della divisione Nembo. Con loro si trova in Sardegna l’8 settembre del ’43.

Il suo battaglione, il XII guidato dal maggiore Mario Rizzatti, si ammutina perchè vuole restare al fianco dei tedeschi andando contro la volontà degli alti comandi e del maresciallo Badoglio. Inseguendo qualcosa che non esiste ancora, la futura Repubblica di Salò. In Germania, viene inquadrato nella divisione Italia e addestrato dai servizi segreti delle Ss per infiltrarsi fra i partigiani di Reggio Emilia e annientare la 77esima brigata Sap. Prima di riprendere la sua (vecchia) identità, consegnando il foglio di salvacondotto con cui rivela di essere un agente del controspionaggio e aiuta a catturare e poi torturare un partigiano. Una vicenda che, inevitabilmente, fa cambiare qualcosa in lui.

La ribellione (di un popolo) contro il fascismo
Carlini ha offerto una visione senza sconti delle contraddizioni di un individuo che in sé racchiude quelle di un intero popolo. Un popolo che subisce l’ingiustizia, ma è anche in grado di ribellarsi e rialzarsi, di rispondere alla crisi di coscienza e coltivare un ideale di libertà. Uber ripercorre in modo drammatico quello che fecero milioni di italiani, in tempi e modi diversi. Un Paese intero da fascista si ritrovò a mettere in discussione e a rifiutare un regime che l’aveva condannato alla rovina e alla distruzione. Tanti furono i ”voltagabbana” che lo fecero per opportunismo, pochi quelli che come pagarono con tutto quello che avevano. Un improvviso cambiamento di rotta che il protagonista urla prima di essere fucilato: “Viva l’Italia”.
Quell’urlo quasi gli muore in gola, perchè la sua esperienza da patriota è appena iniziata e già finita nel modo più tragico quando viene fucilato da un plotone misto di repubblichini e tedeschi. Ma è già un primo germoglio di quella Liberazione che dopo soli due mesi arriverà, con la primavera. Non è un caso se Uber dice, da uomo che arriva da Felonica, Bassa mantovana: “Io vengo dalla campagna, sarò il concime di quello che poi verrà e spero ci crescano belle cose”.
La Liberazione che germoglia
La sua crisi di coscienza avviene all’apice della sua carriera militare: quando Mussolini in persona, mentre è nel Parmense in visita alla Divisione Italia all’inizio del 1945, lo promuove da caporale a sottotenente. Stringendo la mano fredda di un Duce con il volto pallido e scavato, Uber capisce che quell’uomo ha portato un popolo intero alla rovina e decide di prendere l’ultima decisione estrema della sua vita. Risoluto, temerario, tormentato.
Il mio affetto per questa storia – racconta Carlini – deriva da quella che considero una eredità lasciatami da mio nonno, ma anche da quello che spero possa essere un contributo a una riconciliazione nazionale che ancora stenta ad affermarsi. Viviamo in un’epoca pericolosa, con razzismo e intolleranza che hanno rialzato la testa, sentiamo tornare slogan che sembravano consegnati al nostro passato più buio. I testimoni di quegli eventi negli anni Trenta e Quaranta sono purtroppo sempre meno, spetta quindi ai giovani difendere e tramandare la memoria, uno dei pochi antidoti che abbiamo contro il ripetersi di certi tragici errori.
E la storia di Uber Pulga può essere esemplare: un giovane di 25 anni che ha messo tutto il suo ”mondo” in discussione e ne ha cercato uno migliore pur sapendo che sarebbe morto prima di vederlo”.