venerdì 3 marzo 2017

Il figlio bandiera

lastampa.it
mattia feltri

Carissimo Nichi Vendola, è con profondo rispetto e un po’ di ritrosia che mi accosto alla sua vita, a quella del suo compagno Ed e soprattutto di suo figlio, nato un anno fa. Lo faccio perché ho letto una sua lunga intervista al Corriere della Sera, ultima di non poche. Nell’intervista lei parla dei suoi diritti non riconosciuti, di un limbo giuridico, della dolorosa idea che per lo Stato il suo bimbo e lei non siate nulla l’uno per l’altro. Dice che presto contrarrà unione civile e avvierà le pratiche per l’adozione, e che non lo ha ancora fatto perché siete stati travolti. È comprensibile. 

Poteva essere un primo passo. E nemmeno voglio mettere becco sul suo diritto di desiderare un figlio, e magari un secondo, ma ho notato che, forse per la concitazione, lei non parla di doveri. In questo Paese è un’abitudine, e non le apparterrà, parlare molto di diritti e poco di doveri. Ho infatti pensato a lungo alla frase in cui lei dice «non voglio fare di mio figlio una bandiera». Le fa onore. Ma suo figlio, purtroppo, è già una bandiera. Lo è dal momento in cui è diventato il figlio di Vendola, e ogni volta che lei ne parla in pubblico.

Tutti sanno tutto di lui. Chi sono i suoi due padri, che di là dell’oceano una donna ha donato un ovulo e una l’ha portato in pancia. Dove vive, come si chiama, ne abbiamo viste le foto. Per quale desiderio e con quale metodo è nato. Crescerà e saprà di essere stato un bambino e di essere diventato un caso. Saprà di non essere stato solo messo al mondo, ma in mezzo al mondo.