giovedì 9 marzo 2017

Il boia di Salvo D’Acquisto che nessuno ha mai cercato

corriere.it
di Alessandra Arachi

Nel fascicolo desecretato non c’è nulla su chi ordinò l’esecuzione. Non fu fatta nemmeno mezz’ora ora di indagine. I sospetti su un tenente paracadutista



Il nome del suo assassino non è sui libri di storia. Nelle pagine dove si raccontano gli orrori della seconda guerra mondiale, al capitolo Salvo D’Acquisto si può leggere, soltanto: fucilato il 23 settembre 1943 per ordine di un ufficiale nazista. Ma il nome di quell’ufficiale che ha dato ordine di uccidere il nostro eroe nazionale non c’è. Eppure avrebbe potuto esserci, bastava fare un’indagine. Forse neanche troppo complicata. Leggere le carte, per credere. Leggendo il fascicolo di Salvo D’Acquisto non risulta che sia stata fatta nemmeno mezz’ora ora di indagine per far luce sull’identità del suo carnefice.

È un fascicolo di 14 pagine in tutto, nove delle quali sono testimonianze raccolte nel lontano 1945. Il resto è la richiesta di archiviazione di indagini che il 17 ottobre 1996 il Procuratore militare avanza al gip e il conseguente decreto di archiviazione del gip. Stop. Ce lo ricordiamo che Salvo D’Acquisto aveva appena ventitré anni quando diede la sua vita ai nazisti in cambio di quella di ventidue civili brutalmente rastrellati intorno alla Torre di Palidoro? Ce lo ricordiamo che davanti al suo plotone di esecuzione il giovane vice brigadiere dei carabinieri non soltanto non piegò la testa, ma addirittura alzò la voce per gridare, forte: «W l’Italia»?

È proprio un’altra esecuzione attorno alla Torre di Palidoro, a pochi passi da Roma, che avrebbe potuto portare dritto al carnefice di Salvo D’Acquisto. Perché pochi giorni dopo il suo martirio, vennero giustiziati altri tre poveri cristiani, con le stesse orribili modalità: Renato Posata, Pietro Fumaroli, Giuseppe Canu. E sul loro fascicolo giudiziario questa volta c’è il nome dell’ufficiale che li ha fatti fucilare: Hansel Feiten, tenente dei paracadutisti.

Si può pensare che in un pezzetto così piccolo di terra fosse stato inviato dalla Germania soltanto un ufficiale nazista, nell’arco di una settimana? Si può dedurre quindi che Hansel Feiten fosse lo stesso ufficiale che ordinò la morte di Salvo D’Acquisto? Si può pensare, dedurre, supporre tutto. Ma la verità giudiziaria non la possiamo avere. E dire che le carte giudiziarie della Seconda guerra mondiale hanno un passato oscuro, che a un certo punto sembrava aver trovato una direzione luminosa. Questi fascicoli, infatti, vennero archiviati «provvisoriamente» subito dopo la seconda guerra mondiale e lì rimasero sommersi dalla polvere fino a quando, nel 1994, vennero rinvenuti casualmente in un armadio seminascosto della Procura generale militare.

Ed è allora che finirono sui tavoli dei procuratori militari competenti di quelle stragi, di quei delitti. Di quegli orrori. C’erano fascicoli e fascicoli dentro quell’armadio e contenevano i crimini più nefasti perpetuati dai nazisti contro gli italiani. Crimini che allora erano rimasti impuniti. Si è detto fossero stati nascosti ad arte, i fascicoli, per problemi allora di rapporti con la Germania quando ancora era in piedi il muro di Berlino e la guerra fredda non era un film di spionaggio. Tutta questa storia sarebbe rimasta oscura anche a noi, se un po’ di tempo fa Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, non avesse deciso di togliere il segreto su tutte le carte di quel periodo, atti giudiziari prima di tutto, e di renderli trasparenti e accessibili a tutti. Il fascicolo di Salvo D’Acquisto è lì, in mezzo a quel mare di carte che avrebbero dovuto servire a scrivere i libri di storia.