mercoledì 15 marzo 2017

Ecco cosa hanno chiesto i governi a Google

lastampa.it
sara moraca

Il Transparency Report dà conto di tutte le informazioni che le autorità cercano di ottenere dal motore di ricerca. Ma rivela anche i dati che vorrebbero fossero rimossi

Il numero di richieste che Google riceve per la rimozione di indirizzi dall’indicizzazione dei risultati di ricerca continua a crescere. Lo dimostrano i dati contenuti nel Transparency Report, il rapporto annuale in cui il motore di ricerca pubblica un resoconto dettagliato di tutte le richieste di rimozione pervenute. Anche i Governi europei sfruttano in maniera crescente la possibilità di eliminare i dati contenuti nei prodotti Google: in soli sei anni, le richieste di rimozione presentate da enti governativi europei sono quasi quintuplicate, passando dalle 1.062 del dicembre 2009 alle 4.931 del dicembre 2015.

LE RICHIESTE DEL GOVERNO ITALIANO
Nel 2009, il Governo italiano ha presentato 57 richieste a Google, nel 2015 questo numero è salito a 125. Ciò che stupisce è la crescente complessità delle richieste presentate: dal 2009 a oggi, è drasticamente aumentato il numero di elementi per i quali è stata richiesta la rimozione. Anche se i dati possono essere imperfetti (perché, ad esempio, possono essere presentate diverse richieste per rimuovere lo stesso dato), le proporzioni sono decisamente cambiate: dalle 49 richieste presentate nel 2009, per un totale di 131 elementi da rimuovere (quindi, in media 2,67 elementi da rimuovere per richiesta), si passa ai 2658 elementi da

rimuovere delle 125 richieste presentate a fine 2015 (circa 21,26 elementi per richiesta). Mediamente, la complessità delle richieste, intesa come numero totale degli elementi da rimuovere, è quindi decuplicata in 6 anni. Nel secondo semestre 2015, le tre principali cause che hanno spinto enti governativi e tribunali italiani a chiedere la rimozione dei contenuti sono state rispettivamente: casi di diffamazione (59% dei casi), violazione della privacy o della sicurezza (22% dei casi), bullismo e molestie (10% dei casi). 

LE RICHIESTE DI ACCESSO AI DATI
Le richieste presentate dai Governi non riguardano solo la rimozione dei contenuti, ma anche l’accesso ai dati relativi agli account Google. Ricevuta la richiesta, il motore di ricerca si assicura che sia conforme alla legge e che non risulti troppo generica. Quando le circostanze lo consentono, la richiesta può essere circoscritta, limitando ad esempio il periodo di tempo preso in esame per una data estrapolazione di dati. Nel primo semestre 2016, le autorità governative e di polizia italiane hanno presentato 1.092 richieste di questo tipo: nel 38% dei casi sono state accolte e il motore di ricerca ha fornito informazioni precise per l’identificazione di 1.469 utenti/account.

CRESCONO I DATI PERCHÉ CRESCONO GLI UTENTI
“I dati forniti da Google sono certamente significativi ma dobbiamo considerare che spesso le richieste di rimozione dai risultati di ricerca intervengono soltanto quando non sia possibile (o risulti difficoltoso) riuscire a rimuovere il contenuto alla fonte. E ciò nel senso che spesso, una volta che sia stato rimosso un contenuto alla fonte, non vi è più la necessità di scomodare Google”, spiega Francesco Paolo Micozzi, avvocato esperto di diritto dell’informatica e nuove tecnologie. 

“In altri casi (soprattutto con riferimento ai casi di diffamazione) – continua Micozzi- è possibile che la richiesta di rimozione indirizzata a Google si riferisca alla copia cache dei contenuti originari. Altre volte, invece, ci si rivolge a Google per la rimozione di contenuti ospitati direttamente sui propri server: pensiamo, ad esempio, ai prodotti “Blogger” o, ancora, ai contenuti pubblicati su YouTube”. 

La crescita costante dei dati, spiega l’esperto, non è certo una sorpresa: “Aumentando il numero dei soggetti presenti in rete, aumenta la possibilità che taluno pubblichi contenuti lesivi dei diritti altrui. Un ruolo importante, per l’impennata dei dati relativi alle richieste di rimozione (soprattutto quelle relative ai casi di violazione della privacy), ha giocato, certamente, la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel noto caso “Google Spain” che nel 2014 ha stabilito che il gestore di un motore di ricerca su Internet può essere ritenuto responsabile del trattamento da esso effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi”.