giovedì 23 marzo 2017

Bossi di seppia

corriere.it

di Massimo Gramellini

Un solo leghista è rimasto dentro l’aula di Montecitorio durante il discorso del presidente Mattarella sui sessant’anni, portati malissimo, dell’Europa. “Sempre meglio ascoltare quello che viene detto” ha sentenziato il Bossi, che col passare degli anni sta assumendo i toni e persino un po’ l’aspetto dello Yoda di Guerre Stellari. Ma sarebbe troppo facile attribuire il suo galateo istituzionale all’incedere dell’età che, secondo un frusto luogo comune, renderebbe pompieri anche i più spregiudicati incendiari.

Il vecchio Bossi in cravatta che commemora Bruxelles padrona è identico al giovane Bossi in canotta che sbraitava contro Roma ladrona. Quel Bossi teorizzò l’Europa delle Patrie: una confederazione di province autonome, dalla Padania alla Catalogna, che dovevano sorgere sulle ceneri degli Stati nazionali. Certo, la sua priorità era sganciare il Nord dal resto d’Italia. Ma per ormeggiarlo all’Europa, tanto che qualcuno lo accusò di essere al soldo dei tedeschi.

Venticinque anni dopo, non ha cambiato idea. A differenza della Lega da lui fondata, protagonista di una delle capriole più spericolate della storia. Nel silenzio distratto di tanti, Salvini ha stravolto completamente il Dna del Carroccio, trasformando un movimento federalista ed europeista in un partito nazionalista di estrema destra.

Da Miglio alla Le Pen è come passare dalla zona al catenaccio, ma non è detto che aiuti a vincere. Il leghista rimasto ad ascoltare Mattarella non era il solo. Era l’unico. E forse anche l’ultimo, oltre che il primo.

23 marzo 2017 (modifica il 23 marzo 2017 | 07:44)