venerdì 31 marzo 2017

Le dieci regole per chi cerca di curarsi con “dottor Google”

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Nove italiani su dieci cercano online informazioni sulla salute e ben il 44% crede che affidarsi a «dottor Google» sia «poco o per nulla rischioso». Mettersi al riparo dalle false informazioni è una necessità percepita dagli stessi internauti, a giudicare dal successo dei numerosi decaloghi di buone norme per non farsi ingannare. 

Lo scorso gennaio, in occasione dell’incontro «E-HealthKit: tra bufale e verità. Le due facce della salute in rete» in cui è stato presentato anche un decalogo sulla «health literacy», il dirigente di ricerca Dipartimento del farmaco, direttore del reparto di medicina di genere dell’Istituto Superiore di Sanità, Walter Malorni, aveva annunciato che entro aprile prossimo l’Istituto lancerà un portale anti bufale contenente informazioni certificate per i cittadini su patologie e falsi miti.

L’ultimo decalogo, in ordine di tempo, è stato lanciato in occasione della speciale edizione di #MeetSanofi dal titolo «Social Health, istruzioni per l’uso» svoltasi a Riccione in occasione del meeting «Home of Therapies» che ha riunito oltre 350 infermieri. Lo riportiamo di seguito.

1)Le fonti prima dei contenuti
È importante verificare le fonti, per capire chi sta offrendo quella specifica informazione. Meglio affidarsi a siti istituzionali o ufficiali, che garantiscono autorevolezza e rigore scientifico.
2)Il dottor Google non è laureato in medicina
Non dimenticare mai che la ricerca su Google spesso porta in primo piano contenuti personalizzati in base a ciò che Google sa di noi o siti che vantano molte visite per motivi non sempre legati alla loro autorevolezza. 
3)Blog e forum: belle storie, poca scienza
Su blog e forum si possono trovare storie di pazienti e racconti di familiari che suscitano empatia e coinvolgono emotivamente. Da leggere con occhio critico. 
4)Sempre chiedere la data
La data di pubblicazione di un articolo è importante. A volte notizie vecchie di anni vengono nuovamente condivise da siti o blog per motivi spesso strumentali in modo da ottenere molte visite. 
5)Ho cercato i miei sintomi: sto per morire
Quando si cercano sintomi o condizioni patologiche sul web, spesso si innescano meccanismi psicologici che portano a porre più attenzione alle informazioni negative. Importante leggere con senso critico e affidarsi sempre al medico.
6)Più è facile, meno è affidabile
Se un sito propone soluzioni facili o rimedi universali, è probabile che sia poco affidabile. Ogni paziente è differente (in base a età, sesso e caratteristiche fisiche) e richiede un percorso di cura personalizzato e specifico, che solo il medico può indicare. 
7)Lo dice Las_Tampa!
Anche per i contenuti con migliaia di condivisioni sui social vale la regola delle fonti. Spesso i siti che condividono notizie costruite ad hoc per raccogliere like e condivisioni usano nomi simili ai più importanti quotidiani (es. «Corriere della Serra» o «Fatto Quotidaino»).
8) Complottisti della salute: no grazie
Capita spesso di incorrere in siti e blog che pubblicano notizie catastrofiche relative a farmaci, patologie o inquinamento ambientale con effetti sulla salute. Queste notizie spesso sono create apposta per generare condivisioni e non hanno alcun fondamento scientifico.
9)Farmaci online: solo sui siti sicuri
Attenzione alla vendita dei farmaci online da parte di siti non ufficiali e non autorevoli. La vendita attraverso il canale digitale è riservata ai farmaci da banco e il sito deve essere autorizzato alla vendita dei farmaci online: si può verificare questo requisito grazie al bollino di sicurezza.
10)Basta: vado dal medico!
Medico e farmacista devono restare i principali punti di riferimento per decidere in materia di salute. Cercare informazioni può essere utile per saperne di più, ma sulla scelta di un percorso di cura solo il medico può fornire informazioni corrette e ponderate. 

La secessione di Roma

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mattia feltri

Roberto Maroni e Beppe Sala sono volati a Londra per spiegare quanto è bella, moderna ed efficiente Milano. Sperano di ospitare l’Agenzia europea del farmaco che abbandonerà il Regno Unito, ormai extracomunitario. Nel caso andrà nel Pirellone in attesa della nuova sede, forse nelle vecchie acciaierie Falck dove sta per nascere un polo della ricerca e della salute fra i più grandi al mondo e con l’Agenzia, che porterebbe 140 mila visitatori l’anno, sarebbe il più importante d’Europa.

Siccome Brexit è un’opportunità enorme, ci sono stati incontri con Jp Morgan, Goldman Sachs, Merril Lynch. Più o meno nelle stesse ore, Virginia Raggi, reduce dagli sci, si è occupata del piano nomadi e del Punto verde qualità della Madonnetta, due delibere di iniziativa popolare, mentre il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, parlava delle eccellenze regionali a Vinitaly. 

Non è una questione di partiti: Maroni è della Lega, Zingaretti e Sala sono del Pd, Raggi del M5s. È che Milano ormai gioca un’altra partita, in un altro campo, in Europa. E infatti il suo Pil pro capite è di 45 mila euro, quello di Roma 31 mila. Da Roma stanno scappando, verso Milano, Sky e Almaviva e forse Eni. Non si faranno le tre torri di Libeskind in opposizione ai palazzinari, e a cui erano interessate alcune multinazionali (che parola terribile!).

Ci si affida alla saggezza del popolo, che magari ha idee interessanti ma non altissima visione. In un lombardo che vive nella capitale, come chi scrive, l’orgoglio per Milano non lenisce il dolore per Roma.

Il lupo sull’uscio

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mattia feltri

La storia dei delfini delle Eolie, ammirati fra gridolini di gioia dai turisti, e combattuti dai pescatori perché si mangiano tutto il pesce, suggerisce scanzonate analisi antropologiche. Anzitutto pare che i pescatori esagerino un po’, e ci marcino per spuntare sussidi, ma un pescatore è un pescatore, non un milionario, mentre il turista, dopo l’emozionante contatto con l’amorevole cetaceo, se ne torna in città nel suo caro asfalto. Dove, però, comincia a essere inseguito dall’esotica fauna: tutti sanno che i cinghiali, detestati e dispotici padroni della Maremma, sono arrivati in periferia: a Roma un motociclista ci è andato a sbattere ed è morto.

Un meraviglioso esperto ci ha spiegato che fare in caso di incontro col cinghiale: non dargli le spalle, non guardarlo negli occhi, e se attacca schivarlo all’ultimo, come i toreri. L’ha detto davvero, abile mossa e olé, in punta di piedi. Di conseguenza i fan dei lupi si sono rianimati: proteggiamoli, che mangiano i cinghiali! E però, sarà per non farsi mangiare, ma tutti i cinghiali sembrano essersi trasferiti a Roma. In compenso i lupi si mangiano le pecore dei pastori di Amatrice. «La modernità ci ha portato il lupo sull’uscio», ha detto un giorno un saggio pastore amatriciano.

Dunque, molta commozione e solidarietà col terremotato, purché lasci stare i lupi. Quelli se li tenga. E così vien da dire che gli animalisti abbondano dove scarseggiano gli animali, e viceversa. Ma si fa per scherzo, eh, ché il lupo va protetto, ma il rubrichista lo abbattono volentieri. 

Il telegramma di Himmler al Gran Muftì di Gerusalemme: al vostro fianco contro gli ebrei

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giordano stabile

Il documento scoperto nella National Library di Israele, spedito il 2 novembre 1943


Heinrich Himmler e il Grand Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini (Foto Bundesarchiv)

Un documento riemerso dalla National Library di Israele getta nuova luce sui rapporti fra la Germania nazista e il Grand Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini. E consolida in qualche modo la tesi del premier Benjamin Netanyahu che il religioso abbia giocato un ruolo nell’incitare allo sterminio degli ebrei. E’ un telegramma spedito dal capo delle Ss Heinrich Himmler a Husseini, il 2 novembre 1943, nel ventiseiesimo anniversario della Dichiarazione di Balfour.

Himmler ricorda che la Grande Germania è stata una “strenua sostenitrice” della battaglia “degli arabi in cerca di libertà, in particolare in Palestina, contro gli ebrei invasori”. In nemico in comune, continua, “sta creando una solida base per l’unità fra la Germania e gli arabi nel mondo. In questo spirito, vi auguro, nell’anniversario della Dichiarazione di Balfour, di continuare la lotta fino alla grande vittoria”.

Proprio la citazione della Dichiarazione di Balfour ha portato a riemergere il documento. La biblioteca stava infatti conducendo una ricerca di tutte le testimonianze sul tema nel centenario della Dichiarazione. Il telegramma era stato confiscato dall’esercito americano nel 1945, dopo la disfatta della Germania nazista, dove viveva il Gran Muftì. Poi era entrato in possesso dell’Haganah, l’organizzazione ebraica che ha portato alla nascita di Israele. E infine era arrivano alla National Library, dove è rimasto sepolto fino ad ora.

Il documento originale, ingiallito ma in perfetto stato di conservazione, è stato pubblicato sul giornale Haaretz. E naturalmente si è riaccesa la discussione sulle frasi di una anno e mezzo fa di Netanyahu, quando aveva accusato il Gran Muftì di aver suggerito a Hitler di “bruciare” gli ebrei, il loro sterminio. Poi il premier aveva fatto marcia indietro in mancanza di prove storiche. Il telegramma non prova che quella conversazione abbia veramente avuto luogo ma conferma i rapporti “calorosi” fra i nazisti e il leader religioso.

L’incontro fra Hitler e il Gran Muftì è però del novembre 1941, due anni prima del telegramma di Himmler. Lo sterminio degli ebrei, come conferma Dina Porat del Museo dell’Olocausto Yad Vashem, sempre citato da Haaretz, “era già cominciato da un pezzo” e i nazisti stava già uccidendo gli ebrei “e avevano già abbandonato l’idea che l’emigrazione forzata e l’espulsione fossero una soluzione”. Il telegramma ribadisce comunque l’esistenza di un’alleanza ideologica fra nazisti e il Muftì in quel preciso momento storico.

Sondaggio

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giovedì 30 marzo 2017

Dagli agricoltori al whisky, il glossario della Brexit

lastampa.it
a cura di alberto simoni

Agricoltori. 91mila di loro prendono sovvenzioni dalla Ue come protezione dalle fluttuazioni del mercato. Ogni anno Londra incassa 2,5 miliardi di sterline. I «farmer» esportano nella Ue il 73% dei loro prodotti. Che ne sarà? La rovina è dietro l’angolo senza accordo con l’Ue.

Birra. I prezzi delle celebri pinte nei pub del Regno sono schizzati in alto, colpa dell’inflazione e della sterlina debole. Heineken, Carlsberg e i maggiori produttori hanno alzato i prezzi e non sembra che il trend cambierà. Ma difficilmente i pub perderanno clienti.

City. Il cuore pulsante dell’economia, la fortuna della Londra contemporanea: investitori, banche, istituti d’affari e melting pot. Solo sottovoce banchieri e analisti confessano di aver timori che l’ombelico del mondo finanziario possa spostarsi. A Milano ci sperano.

Downing Street. Al numero 10 sta Theresa May. Passerà comunque alla storia per aver avviato i negoziati con la Ue. Se avranno successo, sarà ricordata per la sua abilità (oltre che per le scarpe colorate), altrimenti perderà mestamente il posto e finirà nella polvere.

Elisabetta. I tabloid hanno provato a tirare la Regina per la giacca ai tempi del referendum ipotizzando una sua simpatia per il Leave. Mai confermata. Né smentita tuttavia. Certo è che in un Regno Unito che rischia di perdere pezzi, l’unica certezza resta la monarchia.

Giocattoli. La Brexit non è amica dei bambini. I celebri mattoncini colorati Lego costano già il 5% in più e la Hobby Association prevede un altro 15% di rialzo nei prossimi mesi. Anche nel fantastico mondo di Legoland, insomma, le case con giardino saranno meno abbordabili.

Hard Brexit. Ovvero Regno Unito chiuso nella sua splendida solitudine. Barriere, tariffe, file agli aeroporti, commercio farraginoso. Nessuno crede che andrà così, altrimenti sarà (non solo per i britannici) davvero «hard» (dura) ma non la Brexit, la vita nella perfida Albione.

Industria ittica. Ovvero i pescatori. Vedi alla voce agricoltori. I pescatori hanno le loro quote di pescato concordate con l’Ue, ne faranno a meno, pescheranno quel che vorranno ma rischiano di non poterlo esportare o quantomeno a condizioni vantaggiose. Chi getterà ancora le reti?

Johnson (Boris). Vulcanico, geniale, istrionico, gaffeur, uomo copertina della Brexit. Quando è sceso in campo, aprile 2016, i Brexiteers hanno recuperato e vinto le elezioni. Come ministro degli Esteri parla di tutto, e poco di Brexit. Troppi tecnicismi. Non è materia per un cavallo di razza come lui.

Khan. Il sindaco di Londra sembra Don Chisciotte. Lotta con i mulini a vento per far capire agli europei che Londra li ama e che vuole essere amata come un tempo. Il leader laburista Corbyn non gli dà manforte. Anche perché, lo scorso 23 giugno nel segreto dell’urna Corbyn - dicono i maligni - ha votato Leave.

Low cost. Come le compagnie aeree, quelle che negli Anni 90 hanno reso la perfida Albione meta privilegiata di milioni fra turisti e lavoratori. Scordatevi di viaggiare con 9,99 sterline dall’Italia a Stansted. Soprattutto se sarà hard Brexit.

Migranti. Frontiere chiuse, anzi no. Metteremo le quote. Sì, ma solo per i lavoratori stranieri non specializzati. Anzi nel Regno Unito post Brexit saranno tutti benvenuti. Purché paghino le tasse. Per ora il ministro Davis tiene calmi gli spiriti. Saremo sempre ospitali. Vedremo fra due anni.

Passaporto. Il signor Philips ha votato Leave. Oggi è fiero che la sua nazione abbia riconquistato la sovranità ceduta per 40 anni ai cattivoni di Bruxelles. Chissà se la penserà ancora così quando arriverà a Roma per visitare il Colosseo e sarà costretto a fare la coda a Fiumicino al controllo passaporti insieme a ghanesi, keniani e cinesi.

Sterlina. L’amata moneta, simbolo della sovranità britannica, continua a perdere. Dal luglio scorso ha lasciato oltre il 16% sul dollaro e poco più del 10% sull’euro. L’11 ottobre ha toccato il punto più basso (1,21 sul dollaro) in 32 anni. E per gli analisti non è ancora finita.

Tabloid. Non cambieranno mai. L’ultima copertina del Daily Mail, le gambe di May e Sturgeon in mostra e il titolo che riporta la storia indietro agli Anni 50 (parole di Ed Miliband) lo dimostrano. Sesso, sangue, soldi e scalpore. Con o senza Brexit.

Ukip. Il partito indipendentista ha vinto il referendum e poi è sparito. Ha perso anche l’ultimo di tre deputati a Westminster. Intanto lo storico leader Farage continua a percepire il salario da parlamentare europeo. Il suo erede Paul Nuttall dice: saremo i guardiani della Brexit. Ma nessuno lo ascolta più.

Whisky. Basta una cifra: 4095 milioni di sterline, l’export del celeberrimo liquore Made in Uk. Tre quarti delle esportazioni di cibo e liquori finisce sugli scaffali europei. Londra confida che agli europei si sostituiscano i cinesi: con gli americani lo scorso anno hanno bevuto e mangiato prodotti britannici per 20 miliardi di sterline.

Berlino, rubata la moneta da un milione di dollari: pesa 100 chili, è la più grande del mondo

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I ladri hanno agito poco dopo le tre del mattino, aggirando il sistema di allarme del Bode-Museum. La “Big Mapple Leaf” è entrata nel Guinness dei primati nel 2008



La moneta più grande del mondo è stata rubata. Complicato usarla per giocare a testa o croce, dato che pesa 100 chili e ha un diametro di 53 centimetri (spessore di tre). D’oro massiccio, era esposta al Bode-Museum di Berlino. Un colpo da un milione di dollari, questo il valore della moneta secondo gli esperti di numismatica. Nel 2008 è stata citata nel libro del Guinness dei primati come la più grande moneta d’oro del mondo.

Su un lato ha inciso il volto della regina Elisabetta II, sull’altro presenta invece una foglia d’acero, simbolo del Canada. Ed è per questo che è stata chiamata «Big Mapple Leaf» («la grande foglia d’acero»). È arrivata in Germania dall’Australia nel 2010.

Gli investigatori credono che gli autori del furto si siano serviti di una scala per entrare nel museo, fuggendo poi su un treno della metropolitana di superficie. La scala, infatti, è stata ritrovata nei pressi dei binari. Il colpo è avvenuto fra le 3:20 e le 3:45 del mattino. Si indaga su come sia stato possibile, per i ladri, aggirare i sistemi di allarme del museo. 

Perché i ragazzi sono in maglietta anche con il freddo

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alberto mattioli



È cambiata la percezione del tempo. Non il Tempo nel senso di fluire delle ore, ma come tempo meteorologico, temperatura, sole-pioggia, caldo-freddo e, in questo periodo, oddìo non si sa come vestirsi. I vestiti, appunto: sono loro a certificare che si è verificata una mutazione antropologica, o forse fisica, per cui oggi i «gggiovani» sembrano impermeabili al freddo e più in generale ai mutamenti climatici. Sono diventati atermici.

Fateci caso in questi giorni di termometro incerto, quando al sole non ci vuole il golfino, all’ombra sì, e di sera in ogni caso meglio mettere il soprabito. Macché: qualsiasi under 30, e magari anche qualche over (a questi però poi viene la febbre) va in giro dall’inizio di marzo in maniche corte, senza calze e, nei casi più estremi, in bermuda e infradito. Per lui, pare, fa sempre caldo. Sicché in questi giorni, per la strada, nella metro, sui tram, si vedono la madama con il cappottino e la ragazzotta in microgonna, il signore con ancora il cardigan sotto la giacca e il barbuto senza calze. Sotto il risvoltino, niente.

Le ragioni sono almeno tre. Intanto, quella modaiola e la moda, come insegnava Leopardi, è più forte anche della morte, quindi del Tempo con la maiuscola. L’hipsterismo è ormai un isterismo che si accanisce sulle calze, capo di vestiario contro il quale una parte sempre più consistente della popolazione sembra nutrire un’inspiegabile avversione. Qui c’è una curiosa contraddizione, almeno d’inverno quando, anche con dieci gradi sottozero, l’hipsterino de’ noantri sfoggerà in alto barbone e sciarpone egualmente lussureggianti e in basso pantaloni strappati e niente calze.

Figuriamoci con venti gradi sopra. In questi giorni a spasso per Montenapo si aggirano giovin signori con completi impeccabili e scarpe griffatissime intervallati da quei raccapriccianti cinque centimetri di pelle nuda. I ragazzi a scuola, intanto, sono già in infradito. Ci vuole certamente un fisico bestiale. Ma, in effetti, le generazioni più giovani, che vivono in palestra trascurando colpevolmente il calcetto (ecco perché non trovano lavoro, direbbe il ministro Poletti), il fisico ce l’hanno e, giustamente, lo mettono in mostra nel più naturale dei modi: spogliandosi.

Poi, anche in questo caso il merito, o la colpa, di quel che succede è della globalizzazione. Se a Torino fa ancora effetto vedere qualcuno che vive in maniche corte da marzo a ottobre compresi, a New York è del tutto normale. Lì il nonno gira in cappotto, il figlio in giacca, il figlio del figlio in t-shirt. A Londra in dicembre nei locali si vedono fanciulle con i piedi nudi che poi, o per l’uso dei tacchi a spillo o per l’abuso di alcol, assumono quella colorazione rossastra che ricorda il roastbeef sul carrello degli arrosti del ristorante Simpson’s, sullo Strand. Insomma, se cambia lo stile di vita, è inevitabile che cambi anche lo stile dell’abbigliamento.

Infine, c’è una ragione climatica. Com’è noto, la madre di tutti i luoghi comuni, «non ci sono più le mezze stagioni», è stata confermata dalla scienza. Di conseguenza, sono spartiti anche i famigerati abiti, appunto, «da mezza stagione» dei diversamente giovani, quando si abbandonava lo spigato siberiano alla Fantozzi per qualcosa di meno pesante ma in ogni caso più del «fresco di lana» estivo (per i signori - intesi come categoria antropologica, non di genere - consisteva quasi sempre, chissà perché, in completi principe di Galles). Con la tropicalizzazione della Pianura padana, il passaggio dalle nebbie invernali (benché, com’è ri-noto, non ci siano più i nebbioni di una volta) a un’estate torrida con complicazioni monsoniche è diventato rapidissimo e repentino. Con grande gioia dei diversamente anziani, ancora capaci di illudersi che l’estate duri tutto l’anno.

Persino "l'Unità" inseguiva le lettere tra Churchill e il Duce

ilgiornale.it
Roberto Festorazzi - Mer, 29/03/2017 - 08:07

In un articolo del 1949 a firma di Gianni Rodari si trovano nuove tracce delle trame degli 007 inglesi

Il 7 luglio 1949, l'Unità, organo del Partito comunista italiano, pubblicò, in prima pagina, in posizione di testata e su quattro colonne, un ampio articolo intitolato: «Due inglesi si sono impadroniti di una parte del tesoro di Dongo?».Si trattava di un servizio, denso di dettagli di prima mano, nel quale veniva rilanciata e accreditata la notizia del disseppellimento di carteggi mussoliniani in Friuli.

L'autore dell'articolo era una penna che, di lì a poco, avrebbe acquisito celebrità: il giornalista e scrittore, nonché ex partigiano, Gianni Rodari. Il giornale del Pci, per il rilievo conferito all'articolo, e per il tono generale del servizio, mostrava, non soltanto di essere al riguardo molto bene informato, ma soprattutto di poter contare su fonti di sicuro affidamento.

Riferiva infatti l'Unità che, nella località friulana di Marzovalis di Verzegnis, «due persone sono scese giorni or sono da una lussuosa automobile britannica e dopo aver consultato una carta si ponevano a scavare il terreno nelle vicinanze della casa di un tale Filetti. L'operazione era di breve durata: poco dopo i due risalivano in macchina con una cassetta, frutto delle loro ricerche e si allontanavano rapidamente. Che cosa conteneva la cassetta? Testimoni oculari riferiscono di avervi intravisto dei documenti e dei preziosi».

Il rinvenimento della preda cartacea, da parte di agenti segreti stranieri, era avvenuto tra le frazioni di Chiaicis e di Intissans, del comune di Verzegnis, in Carnia, non lontano da Tolmezzo. Il Messaggero Veneto era stato il primo quotidiano a pubblicare una notizia di cronaca al riguardo, ripresa, e alquanto sviluppata, come abbiamo visto, dal giornale del Pci.

Rodari, per non lasciare nulla all'immaginazione del lettore, aveva poi aggiunto: «Riteniamo di poter affermare che un filo rosso unisce Dongo al villaggio friulano, ed è la targa inglese della macchina a fornirci la traccia». L'Unità aveva anche identificato uno dei due misteriosi personaggi che erano discesi dall'automobile straniera: si trattava dell'enigmatico uomo di intelligence Angelo Zanessi, alias capitano Zehnder, che gli Alleati, nell'ultima fase del conflitto, erano riusciti a infiltrare nell'entourage di Mussolini, sul lago di Garda, per carpire al dittatore segreti e carteggi esplosivi.

Zanessi-Zehnder si era mimetizzato abilmente nella colonna italo-tedesca, fermata a Dongo dai partigiani, ed era stato autore di una delle più vaste operazioni di recupero dei fascicoli duceschi spariti sul lago di Como, nelle giornate di fine aprile del 1945. Parte dei materiali, era stata da lui occultata in Friuli, già alcuni mesi dopo la caccia grossa di Dongo. Ora, poniamoci la domanda più interessante: perché l'Unità scelse di sparare una notizia che aveva le sembianze di una indiscrezione? Perché, evidentemente, al Pci constava, con assoluta certezza, che, tra le carte trafugate a Dongo, vi fosse anche il famoso epistolario intercorso tra il Duce e Winston Churchill.

Scrive infatti il cronista d'eccezione Gianni Rodari: «Tornano in scena gli inglesi e con essi torna in scena Churchill. Il vecchio leone conservatore ha soggiornato a lungo, come si sa, dopo la Liberazione, sul lago di Como. Anch'egli inseguiva qualcosa che Mussolini portava con sé al momento della fuga. Nei giorni scorsi si è appreso che Churchill ha prenotato una villa di dodici locali sul lago di Garda per trascorrervi un periodo di riposo. Alla luce degli ultimi avvenimenti il nuovo viaggio di Churchill acquista lo stesso sapore del primo».

Bum. Con quasi venti di giorni di anticipo, sul suo arrivo in Italia, l'Unità era riuscita a pubblicare la notizia della nuova, strana vacanza dello statista britannico, nel cosiddetto Lake District della Lombardia ove si erano svolti gli eventi dell'epilogo del capo del fascismo.

Villeggiature alquanto sospette, che consentivano al leader politico d'Oltremanica di coordinare, sul campo, la ricerca di spezzoni della sua corrispondenza con il Duce, i quali, per un dispetto della storia, parevano essersi talmente dispersi, segmentati, da rendere problematico, se non impossibile, il loro integrale recupero. Ecco perché, all'affacciarsi di ogni nuova minaccia, riguardante l'esistenza di sue lettere segrete a Mussolini intercettate in Italia, Churchill, puntualmente, si precipitò nella Penisola, in zona di operazioni.

Nel pomeriggio di lunedì 25 luglio di quel 1949, l'ex premier inglese, sbarcato da un bimotore da trasporto C-47 Dakota atterrato all'aeroporto di Orio al Serio, si installò così in un'intera ala del Grand Hôtel di Gardone Riviera, insieme alla sua corte di fedelissimi, tra i quali due detectives di Scotland Yard. Che fosse venuto esclusivamente a dilettarsi di pittura, come sostengono, da sempre, non soltanto gli storici inglesi, negazionisti in materia, ma anche taluni loro colleghi italiani, come i malinformati Mimmo Franzinelli e Gianni Oliva? Difficile crederlo.

Frederick William Deakin, stretto collaboratore di Churchill, il quale viaggiò al seguito dello statista conservatore in questa seconda vacanza nella Penisola, nel 1986 ebbe a confessare il genere di pressione, al limite del ricatto, che venne esercitato sull'illustre ospite britannico. Questo il suo racconto: «Una sera, il portiere del Grand Hôtel dove alloggiavamo, mi portò una busta indirizzata a Churchill e che era appena stata consegnata al suo banco. Il plico conteneva copie microfilmate di certi documenti, apparentemente autografi, di Mussolini.

Tra essi ve ne era uno del 2 ottobre 1935 relativo alla dichiarazione di guerra all'Etiopia, e un altro del 10 giugno 1940 relativo alla dichiarazione di guerra all'Inghilterra e alla Francia. Il latore del plico aveva chiesto di potersi incontrare con Churchill, ma quando mi recai nella hall non c'era più nessuno. L'episodio, perciò, non ebbe seguito. Io mi limitai ad annotare: Sembra che in questa regione fotocopie di documenti provenienti dagli archivi di Mussolini siano capitate, alquanto misteriosamente, in mano di privati». Occorre aggiungere altro?

Craxi/Di Pietro, il duello è ricominciato…

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Tiberia de Matteis

Suona ironica la classica iscrizione “La legge è uguale per tutti” che domina l’aula processuale ricreata sul palcoscenico sui generis del Teatro Golden di Roma in cui si celebra più che si rappresenta fino al 16 aprile, come un rito giudiziario e sociale, lo spettacolo Tangentopoli, scritto dall’avvocato penalista Vincenzo Sinopoli e da Andrea Maia, che firma pure la regia.

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Parentesi seria nella programmazione solitamente brillante che tanta fortuna regala allo spazio del quartiere San Giovanni, questa proposta ricorda ai più e svela ai giovani un passaggio decisivo della storia italiana che troppo spesso lasciata sprofondare nell’oblio. Si immagina l’incontro, mai avvenuto in tribunale, fra Antonio Di Pietro e Bettino Craxi: un dialogo vibrante, incisivo e non privo d’umorismo in cui dovrebbero emergere tante verità sepolte del Paese fra responsabilità non assunte o rimbalzate ad altri. Nei panni del magistrato si muove con sorvegliata disinvoltura e una ben calibrata sensibilità Sebastiano Somma, che non cade mai nella tentazione imitativa, né nella pulsione caricaturale, offrendo la multiforme e tormentata umanità del personaggio.

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Augusto Zucchi offre poi un’immagine credibile, interiorizzata e convincente di un Craxi, sofferente per la sua sorte quanto per il diabete, impegnato ad allontanare il suo destino di capro espiatorio, testimoniando un’abitudine ai finanziamenti irregolari spontanei diventata prassi consolidata e condivisa da tutti i partiti. Vero colpo di scena la presenza in platea, la sera della prima, di Di Pietro, pronto a dichiarare: “Sono emozionato nell’essere ricordato da vivo. Se tornassi indietro, non mi dimetterei né farei politica!”.

Almeno

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jena@lastampa.it

La domanda che tutti gli sportivi italiani si pongono è: ma il ministro Poletti è almeno capace di giocare a calcetto?

Volevano rubare la salma di Enzo Ferrari e chiedere il riscatto

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nicola pinna

In manette la banda sarda di Orgosolo, arresti anche nel Nord Italia


Enzo Ferrari, fondatore della casa del cavallino rampante, nel suo ufficio a Maranello

I sequestri dei vivi non sono più redditizi e questo i criminali sardi l’hanno capito già da tempo. E così la banda aveva pensato di fare il colpaccio con un morto. Ma non con uno qualunque: con la salma di Enzo Ferrari. L’intenzione era quella di assaltare la sua tomba e portare via i resti del grande costruttore. Con un’intenzione molto semplice da capire: chiedere il riscatto alla famiglia e mettere insieme un grosso bottino. Il colpo comunque non è riuscito, anche perché i carabinieri erano già sulle tracce della banda, che aveva base a Orgosolo e ramificazioni nel Nord Italia.

L’attività preminente, secondo i militari del comando provinciale di Nuoro, era il traffico di armi e droga e infatti all’alba di oggi è scattato un maxi blitz tra Sardegna, Lombardia, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna. In 19 sono finiti in carcere, altri 4 ai domiciliari mentre per 11 persone il giudice ha disposto l’obbligo di dimora. In campo per far scattare gli arresti, gli uomini dei reparti speciali dei Cacciatori di Sardegna e persino i paracadutisti del Tuscania. Oltre 300 gli uomini impiegati, per un’operazione (coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Cagliari) che era considerata ad altissimo rischio proprio per il profilo criminale dei soggetti interessati. E perché qualcuno poteva anche tentare la fuga.

L’assalto alla salma di Enzo Ferrari, secondo i progetti della banda, doveva servire per finanziare le principali attività dell’organizzazione ed era stato progettato come un classico sequestro, di quelli firmati dall’Anonima. Un gruppo che sarebbe dovuto entrare in azione nel cimitero di San Cataldo e un altro poi avrebbe dovuto custodire il bottino. Poi c’era chi si sarebbe dovuto occupare di attivare i contatti con la famiglia Ferrari o con i vertici dell’azienda per chiedere il riscatto. Ma i carabinieri intercettavano già la banda e così hanno impedito che il blitz ai danni del fondatore della celebre casa automobilistica (morto a Modena nell’agosto del 1988) potesse essere portato a termine.

La banda degli amici di Graziano Mesina era nel mirino dei carabinieri che stavano indagando sul sequestro lampo del direttore di un banca e della moglie (messo a segno nel 2007) e su un traffico di stupefacenti venuto fuori mentre si tentava di scoprire chi fossero gli organizzatori del rapimento. Da quel momento, si è scoperto che nelle campagne di Orgosolo (il paese di Mesina, appunto) c’era la base logistica di una ramificata organizzazione capace di trafficare armi da guerra e di importare in Sardegna ingenti quantitativi di droga. Ventisette chili di cocaina in una settimana, stando ad alcuni passaggi delle intercettazioni: droga di altissima qualità pagata 39 mila euro al chilo, per una spesa complessiva di circa 1 milione di euro in appena sette giorni.

Il capo di tutto, secondo i carabinieri, era Gianni Mereu un 47enne di Orgosolo che però abitava in provincia di Parma. E da lì prendeva ogni decisione e dava ordini specifici ai suoi uomini in Sardegna, Toscana, Veneto, Lombardia e ovviamente Emilia Romagna. Curava persino rapporti con la ‘Ndragheta calabrese e con alcuni personaggi che erano in grado di procurare armi da rimettere in circolo: uno era un vigile del fuoco in servizio a Padova, considerato un esperto balistico, che recuperava fucili, pistole e kalashnikov dal Cerimant di Padova, un centro di distruzione delle armi dell’Esercito. A fargliele avere erano un maresciallo e un dipendente civile del Ministero della Difesa, che oggi sono stati arrestati. 

Il custode del paese fantasma: “Io non mi muovo da qui, il mondo viene a cercarmi”

lastampa.it
niccolò zancan

Giuseppe Trunfio è l’unico abitante di Roscigno Vecchia (Salerno): sono scappati tutti per paura delle frane ma io salverò questo borgo


Giuseppe Trunfio è l’ultimo abitante di Roscigno Vecchia, un piccolo borgo antico sulle montagne del parco del Cilento, in Campania

Sono arrivati anche quelli di National Geographic per fare un servizio su di lui come su certe specie in via d’estinzione. Gli scrivono dalla Germania e dall’Olanda. Da ogni parte d’Italia. Saluti, baci e abbracci: «Torneremo presto!». Gli hanno mandato cento cravatte. Sette pipe. Dei salami.
Il signor Vincenzo Tronchetti da Lagonegro, proprio ieri, ha lasciato scritta questa dedica: «Tranne Trunfio Giuseppe, qui non c’è niente. Questo è il bello!».

Giuseppe Trunfio è l’ultimo abitante di Roscigno Vecchia, un piccolo borgo antico sulle montagne del parco del Cilento, in Campania. In realtà è una specie di custode della memoria. Qui dove qualsiasi altro Paese avrebbe già inaugurato un museo, un set cinematografico e una mostra permanente, adesso ci sono dei ruderi che cadono a pezzi e questo signore folcloristico che replica se stesso. La cravatta, la pipa: «Prego, venite, vi faccio vedere». La sua casa con l’impianto elettrico del 1950, una grande manopola beige che ancora gira e, assicura, «funziona perfettamente».

Perché ha capito che vivere nel suo vecchio paese disabitato poteva diventare un mestiere. È l’unico residente dal 2001. «Prima di tornare qui, dove è nata la mia famiglia di contadini, sono stato un emigrante. Era la primavera del 1963 quando sono partito per andare a fare l’aiuto carpentiere in Lombardia. Poi spaccapietre in Svizzera. Servizio militare a Como, due anni nella Finanza, trent’anni da operaio edile in giro per il Nord Italia, durante i quali ho fatto tre figli, che ora vivono sparsi per il mondo. Sono tornato quando non avevo proprio più nessun impiego».



Era nato come un borgo di pastori e greggi in transumanza. Roscigno Vecchia deve il suo nome agli usignoli che ancora cantano fra i tigli, l’acero e i castagni che risalgono la vallata fino al Passo della Sentinella. Ma essendo alla confluenza fra il torrente Ripiti e il fiume Calore, non è mai stato facile vivere qui. La signora Anna Roberto compirà novant’anni il 16 aprile, ne aveva dodici quando i suoi genitori annunciarono il trasferimento al paese nuovo. «C’erano frane tremende e fango. Mettevamo le briglie, ma il terreno scantonava sempre. A me non importava perché ero giovane, ma ricordo la tristezza e i tormenti degli anziani. Negli anni ci siamo trasferiti tutti tranne pochi residenti».

Del signor Luigi Passerella dicevano che era strano, che non si adattava a nulla. Rimase con i suoi pensieri irregolari, lì dov’era nato, fino alla morte. Della signora Dorina Alessandro dicevano anche peggio: «La cacciarono dal convento dove voleva farsi suora. Era una donna fatta a modo suo, in realtà bravissima. Ha fatto la contadina, ed ha vissuto a Roscigno Vecchia fino alla fine dei suoi giorni». Il terzo abitante, l’ultimo, è l’emigrante Giuseppe Trunfio ritornato a casa. «Questo è il vero paese, non l’altro», dice a tutti.

È successo qualcosa di inaspettato. È stata un po’ la leggenda del borgo fantasma animato da chissà quali creature, e molto la bellezza di questa piazza vuota riconquistata dall’erba. Il passaparola ha iniziato a richiamare turisti. L’anfiteatro di Paestum è a 50 chilometri da qui, Salerno all’orizzonte, ma ci vuole più di un’ora d’auto perché la strada è quella che è. Eppure ogni giorno dell’anno qualcuno arriva fin quassù. Forse, più che altro per sentire il silenzio e abitare il passato.



Il custode con la pipa e la cravatta sta seduto vicino al pozzo, accoglie i nuovi arrivati: «Qui facevamo il grano, il vino era dolce. Ecco il vecchio bar Roma, quello era il tabacchino». I turisti americani sgranano gli occhi di pura meraviglia.

Il paese vecchio sta rinascendo seppur nell’abbandono, quello nuovo soffre come tutti i borghi italiani. Sono partiti in tanti. Dei 1200 residenti ne sono rimasti 550. Il bilancio del 2016 è impietoso: 54 morti e 2 nati. E tutti ti raccontano della casa di riposo costruita a metà e mai inaugurata. Del Bar Iris che ha chiuso, come il negozio del fotografo e la piccola rivendita di mobili. Della famiglia più famosa di Roscigno: «Quella del senatore Maurizio Gasparri».

Ma la ricchezza del paese nuovo potrebbe essere proprio il paese vecchio. Negli Anni Ottanta era stato definito addirittura la «Pompei del Novecento». Ma tutti i buoni propositi sono sfioriti per lasciare spazio alle piante rampicanti, alle piogge che fanno marcire i legni e aprono nuovi squarci nei vecchi tetti delle case antiche. «Dovrebbero farne qualcosa di bellissimo», dice la signora Veronica Trimarco venuta qui a curiosare. «Chissà i francesi cosa avrebbero saputo fare di un gioiello come questo».

L’unico che ne ha capito le potenzialità è il solo residente Giuseppe Trunfio. Gli chiedono di farsi fotografare vicino ai peperoncini secchi che tiene appesi nella sua cucina. Gli chiedono di mostrare la foto dell’ultima nevicata dell’inverno del 2005. Arrivano tre ragazzi con gli occhi da esploratori. Sono studenti dell’Università di Stoccolma, facoltà di Legge. «Che posto incredibile», dice Evelyn Kachaye. «Ma è vero?».

È l’Italia originale, rimasta identica dai tempi della Seconda guerra mondiale. Canti d’uccelli, odore di legna che arde nel camino dell’unica casa illuminata. «Mi scrivono da tutte le parti per ringraziarmi. Hanno esposto le mie foto in Cina. Guardate questa cartolina da Amsterdam. Non mi manca niente. Non cambierei la mia casa di due stanze con nessun’altra. Amo definirmi così: unico abitante libero abusivo e speciale di Roscigno Vecchia. Sono qui da solo, non lo discuto. Ma il mondo intero gira intorno a me». 

Il poema dei folli

lastampa.it
mattia feltri

L’eterno poema della follia ha trovato una struggente, commovente, irresistibile interprete in Valeria Bruni Tedeschi, che sul palco per il David di Donatello come migliore attrice ha ringraziato Franco Basaglia, che cambiò l’approccio alla malattia mentale, ha ringraziato Barbara che le propose la sua amicizia il primo giorno d’asilo dandole la focaccia, e facendola sentire magicamente non più sola, ha ringraziato Leopardi, Ungaretti, Pavese, Natalia Ginzburg che la illumina e la consola, la sua povera psicanalista, Anna Magnani, Brassens, Chopin, De André, sua mamma, sua zia, sua sorella, gli uomini che l’hanno amata riamati e anche quelli che l’hanno lasciata, il regista Paolo Virzì che la guarda senza paura, il mondo triste buffo e fantasioso del cinema.

Ha ringraziato tutti, interminabile, desacralizzante, ridendo e piangendo. E ridendo e piangendo ha distrutto pezzo a pezzo la liturgia della presentabilità sociale di questi show di cartone,
autocelebrativi, mascherati di falsa modestia, fitti di complimenti vicendevoli e speculari, di grazie al pubblico, senza non sarei nulla. Ha frantumato l’ultima inutile recita buttandoci dentro la vita, la bimba che era, la donna che ha amato, ha letto, è cresciuta, il riso e il pianto, la forza fragile e l’abbandono, il profondo e il profondissimo. Dicono i medici che la normalità è una questione statistica, soltanto un comportamento consueto è normale. E poi salta su una donna e dice: è la vostra consuetudine vile a essere folle. Dovremmo ringraziarlo tutti, Franco Basaglia. 

mercoledì 29 marzo 2017

Memeo junior come il padre. Il giudice: devastare le città è solo un'azione squadrista

ilgiornale.it
Luca Fazzo - Mer, 29/03/2017 - 08:42

Altro che antagonisti o no Tav: sono "squadristi". Un giudice del tribunale di Milano l'ha scritto in una sentenza



Milano - Altro che antagonisti o no Tav: sono «squadristi». Testuale. In tempi di dilagante buonismo giudiziario verso gli incappucciati che trasformano i cortei in sarabande di violenze e distruzioni (da ultima, l'assoluzione in appello a Milano dell'unico condannato per devastazione per i fatti del Primo Maggio) arriva una sentenza fuori dal coro: che cerca di riportare nei binari del diritto (e del buon senso) il trattamento giudiziario dei violenti, ricordando l'impatto che le loro imprese hanno sulla vita civile del Paese.

E, en passant, offre un interessante dettaglio sulla continuità generazionale, di padre in figlio, tra le violenze degli anni Settanta e le loro repliche al giorno d'oggi. La sentenza depositata nei giorni scorsi dal giudice Guido Salvini, presidente della Prima sezione del tribunale milanese, riguarda un episodio di tre anni fa: l'attacco con spranghe ed esplosivi alla sezione del Partito democratico di via Archimede.

A mettere il Pd nel mirino degli attentatori, l'appoggio alle opere dell'Alta velocità ferroviaria in Val Susa, uno dei cavalli di battaglia preferiti del movimento antagonista. Nella notte tra il 20 e il 21 novembre 2013, da una Opel Agila scendono in due, mentre un terzo resta alla guida, cercano di sfondare la porta di ingresso, non ci riescono, allora collocano un grosso petardo sulla finestra accanto e lo fanno esplodere distruggendola: ma è la finestra della casa accanto, dietro cui dorme un ignaro cittadino che si trova i vetri fino in camera.

Un passante prende la targa dell'Agila: è intestata alla mamma di un giovane militante dello Zam, uno dei centri sociali più arrabbiati dell'area milanese. Il cellulare intestato al padre del ragazzo è attivo a quell'ora, alle 2,20, proprio in quella zona. Da quel numero, pochi minuti prima, partono una serie di telefonate verso un altro numero intestato a un nome che riporta dritto nel cuore degli anni di piombo: Giuseppe Memeo detto «Terun», militante delll'Autonomia Operaia e poi dei Proletari Armati per il Comunismo. È lui l'uomo che appare nella foto-simbolo di quegli anni, mentre a gambe larghe in via De Amicis spara sulla polizia: un giovane agente, Antonino Custra, rimane ucciso.

Oggi Memeo ha un figlio, anche lui militante dell'Autonomia, che spesso usa quel telefono: e, secondo la sentenza, era nel gruppetto che tre anni fa dà l'attacco alla sede del Pd in via Archimede.
Memeo junior non può venire giudicato perché la Procura non lo ha neanche incriminato; per il suo compagno, incastrato dalla targa dell'auto e dai telefoni, la Procura aveva comunque chiesto l'assoluzione. In aula, il giovanotto aveva ammesso che l'auto apparteneva alla madre e che ogni tanto la usava pure lui, ma ha aggiunto che spesso la prestava anche agli amici, e quella notte proprio non poteva dire chi la guidasse: «Io di sicuro in via Archimede non c'ero ma proprio non so ricordarmi dove passai quella notte».

Dei petardi, della maschera antigas, dei manuali di guerriglia urbana che gli sono stati sequestrati in casa, ha spiegato che si trattava solo di materiale da studio e da collezione. Il giudice Salvini non gli crede e lo condanna a sei mesi con la condizionale. E quel che conta sono le motivazioni: «All'interno degli atti di violenza politicamente motivati si tratta di un episodio minore, ma il suo significato non deve comunque essere sottovalutato.

Si tratta di un'azione che aveva come finalità quella di spaventare e intimidire i frequentatori di un circolo di un partito colpevole di avere in merito a un determinato una posizione diversa da quella del movimento no Tav. Quello che è avvenuto la notte del 21 novembre 2013 semplicemente un attacco, il cui il valore simbolico è ben più significativo del danno materiale, portato alla libertà altrui di esprimere liberamente opinioni politiche diverse da quelle degli aggressori: una azione definibile come squadrista».

Apple sempre più verde: meno inquinamento, più riciclo

lastampa.it

Pubblicato l’annuale rapporto sui fornitori: l’impegno per l’ecologia e le energie rinnovabili prosegue e coinvolge anche i fornitori. Uno solo dei quali è italiano

Apple ha appena pubblicato il consueto report annuale sulla responsabilità dei fornitori, disponibile su questa pagina . Dopo gli anni dei suicidi alla Foxconn, Apple ha cominciato a prendere molto sul serio le condizioni di lavoro non solo dei diretti dipendenti ma anche dei fornitori. Una delle prime mosse pubbliche di Tim Cook poco dopo il suo insediamento come Ceo fu appunto visitare gli impianti cinesi, e da allora molte cose sono cambiate.

Nel 2016, l’azienda di Cupertino ha effettuato controlli su 705 fornitori e ha verificato che il rispetto del limite massimo di 60 ore nell’arco della settimana lavorativa ha raggiunto il 98%; sono stati risolti 22 casi di violazione dei diritti umano e/o dei lavoratori.

“L’impegno di Apple verso un approvvigionamento responsabile - si legge nel report - è stato esteso al di là dei minerali ‘conflict-free’ arrivando ad includere per la prima volta il cobalto. Per il secondo anno consecutivo, il 100% delle fonderie e raffinerie dello stagno, tungsteno, tantalio, e oro (3TG) utilizzato da Apple stanno partecipando a controlli indipendenti di terze parti”. Apple ha anche collaborato con numerose organizzazioni non governative, tra cui Pact, per garantire una formazione di base sulla salute e sulla sicurezza nelle attività minerarie artigianali e creare programmi per aiutare i bambini a continuare a frequentare la scuola.



Per la prima volta i fornitori di Apple hanno raggiunto il 100% di validazione UL del programma “zero rifiuti in discarica” per tutti i siti di assemblaggio finale in Cina. Dal 2013, il programma Clean Water di Apple ha risparmiato oltre 14 milioni di metri cubi di acqua, sufficienti a fornire ad ogni persona sul pianeta 18 bicchieri di acqua. Il report completo è qui , e scorrendolo si trovano altri numeri interessanti: 99 % della carta è riciclata o arriva da foreste sostenibili, l’immissione di biossido di carbonio nell’atmosfera è scesa di 150.000 tonnellate rispetto al 2015, che corrisponde all’inquinamento prodotto da 31.000 automobili in un anno.

Nel 2016, Apple ha coinvolto in attività di formazione oltre 2,4 milioni di lavoratori sui loro diritti come lavoratori dipendenti. Dal 2008, più di 2 milioni di persone hanno partecipato al programma SEED di Apple (Supplier Employee Education and Development). Il programma offre la possibilità di ottenere titoli di istruzione superiori, di partecipare a corsi di formazione professionale, e frequentare lezioni di varie arti, finanza e lingue.

Qui invece l’elenco dei principali fornitori di Apple : figura solo un’azienda italiana, la ST Microelectronics.

Gli Stati Uniti cancellano le tutele della privacy online. Si potranno vendere i dati degli utenti

lastampa.it

Il Congresso smantella le regole varate da Obama. La denuncia delle associazioni dei consumatori: «Così saremo sempre controllati»



Il Congresso degli Stati Uniti ha azzerato le tutele della privacy su internet. Seguendo l’analoga mossa del Senato, la Camera dei Rappresentanti (con 215 voti a favore e 205 contrari) ha abolito ieri la normativa che avrebbe imposto ai provider di ottenere il consenso degli utenti statunitensi per poter vendere alle agenzie pubblicitarie la cronologia delle loro ricerche o le app scaricate.

Ora manca solo la firma del presidente Donald Trump ma la Casa Bianca ha già fatto sapere di sostenere lo smantellamento delle regole varate lo scorso ottobre, nell’era di Barack Obama, dalla Federal Communication Commission (Fcc), l’agenzia Usa per le comunicazioni, che sarebbero dovute entrare in vigore il prossimo 4 dicembre. La risoluzione è stata approvata sfruttando il “Congressional Review Act”, lo strumento per impedire l’entrata in vigore di nuove norme federali e assicurare che non vengano ripresentate in futuro nella stessa forma. 

PRIVACY AZZERATA
Senza tali restrizioni, gli internet provider come Comcast, Verizon o At&t potranno vendere al miglior offerente la cronologia delle ricerche, informazioni preziose per gli inserzionisti pubblicitari che avranno a disposizione profili altamente personalizzati. Dalle ricerche web emergono dati che vanno dalle abitudini di acquisto alle preoccupazioni relative alla salute, dai ristoranti preferiti alla la musica che si ascolta, da dove si va in vacanza alla nostra banca, fino ai nostri orientamenti sessuali, religiosi, politici. Non a caso, At&t, in vista dell’entrata in vigore delle norme per la tutela della privacy alla fine dell’anno, aveva già ipotizzato un canone ridotto per chi accettava di cedere tutti i dati di navigazione. Non ne avrà più bisogno. 

LA POLEMICA
«Perché volete dar via tutti i vostri dati personali con il semplice scopo di consentire la loro vendita? Datemi una buona ragione per cui Comcast dovrebbe sapere quali siano i problemi medici di mia madre», ha provocatoriamente dichiarato il deputato democratico Mike Capuano, contestando la decisione dei repubblicani di smantellare l’eredità di Obama. «La scorsa settimana ho comprato biancheria su internet - ha insistito Capuano - perché tutti dovrebbero conoscere la mia misura o quale colore ho scelto?». Per contro, la deputata repubblicana Marsha Blackburn ha definito le norme sulla tutela della privacy abolite «una grande morsa del potere del governo» che avrebbe danneggiato i contribuenti. «Sono grata alla Camera - ha dunque sottolineato in una nota - per il fatto di aver preso questa importante decisione che tutela i consumatori e le future innovazioni di internet».

“COSÌ SAREMO SEMPRE CONTROLLATI”
La Electronic Frontier Foudation (Eff), un’organizzazione per la tutela dei diritti civili nel mondo digitale, denuncia il rischio di essere controllati in ogni aspetto della nostra vita e la messa a repentaglio della sicurezza informatica. «Eff continuerà la battaglia per ripristinare il nostro diritto alla privacy su tutti i fronti», è stato assicurato in un comunicato, annunciando ricorsi legali. La cancellazione delle tutele, e questa è una delle argomentazioni dei repubblicani, consentirà ai provider internet di accedere al ghiotto mercato della pubblicità on line, oggi dominato da Google e Facebook, che però non sono indispensabili come gli Isp per l’accesso al web e consentono di cancellare la cronologia delle ricerche. 

Il Washington Post sottolinea come il prossimo passo del Congresso potrebbe essere quello di mettere in discussione la neutralità della rete, cioè il principio in base al quale il traffico internet debba essere trattato allo stesso modo, senza discriminarne l’accesso, ovvero senza che i provider possano trattare in modo diverso dati e connessioni dando priorità ad alcuni servizi a scapito di altri.

Samsung spegne il Galaxy Note 7, mercoledì il lancio dell’S8

lastampa.it

L’azienda coreana pensa a un piano di riciclo per gli smartphone che comprende la vendita di dispositivi ricondizionati, destinati anche al noleggio, dove le autorità e gli operatori lo consentono



Si abbassa definitivamente il sipario sul Galaxy Note 7, il telefono ritirato dal mercato per problemi alla batteria. Con un aggiornamento da remoto Samsung disabiliterà la funzionalità di ricarica per quei dispositivi rimasti in circolazione, si presume prevalentemente per collezionismo. E pensa a un piano di riciclo per gli apparecchi che comprende anche la vendita di dispositivi ricondizionati, destinati anche al noleggio, dove le autorità e gli operatori lo consentono.

L’azienda ora punta tutto sul telefono del rilancio, il Galaxy S8, che sarà presentato il 29 marzo a New York e di cui circolano in rete molte indiscrezioni. Ad ottobre 2016 Samsung ha annunciato lo stop della produzione del Galaxy Note 7 dopo i problemi di surriscaldamento ed esplosione alla batteria, confermati anche da una indagine interna della società. Dopo l’interdizione sui voli da parte delle autorità di diversi paesi, l’azienda coreana ha deciso un programma di ritiro e sostituzione degli smartphone. Su oltre 3 milioni di Galaxy Note 7 venduti a livello globale sono ancora in circolazione nel mondo alcune decine di migliaia di pezzi, si presume per interesse collezionistico.

Per disincentivare i possessori, Samsung ha deciso nel tempo di rendere sempre più inutilizzabile il dispositivo attraverso aggiornamenti software. Di volta in volta hanno limitato l’accesso alla rete o ridotto le funzionalità della batteria fino ad arrivare a quello più definitivo annunciato poche ore fa. Entro fine marzo arriverà un aggiornamento che disabiliterà totalmente la ricarica: il Galaxy Note 7 potrà essere utilizzato solo collegandolo all’alimentatore, diventando in pratica un telefono fisso. Una prospettiva che rende complicato poter continuare ad utilizzarlo nella quotidianità e in mobilità. Inoltre, il colosso coreano ha anche stabilito delle regole per garantire che i Note 7 vengano riciclati in modo ecologico, recuperando i metalli preziosi e i componenti elettronici, questi ultimi da destinare solo ad attività di test di produzione.

Il leader mondiale di smartphone, tv e microchip che nei conti ha superato l’impatto del Galaxy Note 7, ora punta tutto sul nuovo smartphone. Il rilancio d’immagine potrebbe passare infatti per il Galaxy S8 che sarà presentato tra due giorni a New York. E da settimane circolano in rete diverse indiscrezioni sul rivale diretto dell’iPhone. Avrà un display da 5,8 pollici contro i 5,1 pollici dell’S7 mentre la versione Plus arriverà a 6,2 pollici. Il display sarà sempre più pieno grazie alle cornici assottigliate ai lati, ci sarà lo sblocco tramite la scansione della retina, un processore potenziato, la ricarica veloce. La novità software dovrebbe essere l’assistente virtuale Bixby, rivale del Siri di Apple. L’arrivo sul mercato è atteso a fine aprile. 

L’ultimo volo dello Sparviero Va in scena l’aereo scomparso

ilcorriere.it
di Sara Bettoni

A Varese una compagnia porterà in teatro l’intrigo del bombardiere Savoia Marchetti scomparso mel 1941 e ritrovato in Libia nel 1960



Alle 5 di pomeriggio del 21 aprile 1941 il trimotore da combattimento S.M. 79, ribattezzato «Sparviero», si alza in volo da Berka, base italiana in Libia. Ha l’ordine di attacco, lancia un siluro contro un convoglio inglese nel Mediterraneo. Da quel momento sparisce. La storia del velivolo con il marchio della Savoia Marchetti di Sesto Calende rimane sospesa per vent’anni. Solo nel 1960 la sabbia del deserto restituisce — in parte — i resti di quella missione, a 400 chilometri di distanza da dove avrebbero dovuto essere.

Un altro salto nel tempo e la vicenda dell’apparecchio S.M.79 si riannoda al punto di origine, Sesto Calende. Qui è nata la squadra che porterà sul palcoscenico il mistero dell’aereo inghiottito dal deserto libico. «Vogliamo raccontare il lato nascosto della storia», spiega Antonio Zamberletti, scrittore e sceneggiatore varesino. Scopre lo «Sparviero» a Volandia, il museo del Volo dell’aeroporto di Malpensa. La ricostruzione del velivolo lo colpisce, l’intrigo irrisolto lo seduce. L’autore si mette quindi al lavoro per allestire la narrazione. «Penso a un monologo — specifica — che sappia tratteggiare anche il contesto».

Al centro della scena la lunga marcia del primo aviere Giovanni Romanini, armiere 25enne all’epoca dei fatti. Le sue ossa sono state il punto di partenza del ritrovamento. Erano a 90 chilometri dall’aereo. A scoprirle, il 21 luglio del 1960, una squadra di italiani in cerca di petrolio. Forse l’aviere si era incamminato per cercare aiuto. Di lui sono rimasti la borraccia, l’orologio e la targhetta di una chiave che ha rivelato il suo nome. Altri resti umani e la sagoma ricurva del «Gobbo maledetto» (altro nomignolo del trimotore) riappaiono invece qualche mese dopo a un’altra squadra di esploratori.

«Vorrei provare a immaginare i pensieri e le paure di Romanini — spiega lo sceneggiatore —. Probabilmente mentre camminava sotto il sole ricordava la famiglia, casa sua a Parma». Al racconto si accosteranno documenti, filmati e testimonianze forniti dall’ufficio storico dell’Aeronautica militare. «Ma abbiamo contattato anche i vecchi operai della Siai Marchetti — prosegue Zamberletti — per tenerli informati». Il testo andrà in scena tra settembre e ottobre 2017, a Varese e in altri teatri. Si procede a ritmi serrati. Nei giorni scorsi è stato girato un video di presentazione all’Idroscalo di Sesto, là dove un tempo si collaudavano gli aerei prodotti in zona. Il primo aviere Romanini avrà il volto di Massimo Barberi, attore sestese, la regia sarà curata da Elisa Strada.

Poi ci sono gli story editor Giorgio Martignoni, che lavora anche per Walt Disney, e Rossana Girotto. La parte tecnica e di fotografia è affidata a Barbara di Donato e Raffaele Ferrazzano. «Siamo una squadra a tutti gli effetti, ciascuno gioca un ruolo fondamentale» spiega Zamberletti. La parte più difficile del progetto? «Tutto, a partire dai finanziamenti». Il budget minimo stimato è di 12 mila euro, da raccogliere grazie a una campagna di crowdfunding che partirà la prossima settimana. E poi c’è la paziente ricerca di tutti i dettagli della storia, per provare a ricomporre in modo verosimile l’ultimo volo dello «Sparviero».

Sparare sulla Croce Rossa

corriere.it
di Massimo Gramellini

Nei pressi di Torino c’è un’ambulanza con un paziente grave a bordo che per evitare l’ingorgo imbocca a sirene spiegate una strada contromano. Ma ecco che due Batman di borgata le si parano davanti come a un posto di blocco, intimandole l’alt. Il codice della strada è uguale per tutti. Uno vale uno. E per addolcire il rigore dei nuovi giacobini non basta che quell’uno abbia un camice bianco, una croce rossa dipinta sulla fiancata e un malato rantolante a bordo. Nel nuovo mondo della rabbia che rende ottusi, l’Autorità e l’Istituzione sono per definizione inaffidabili.

Favorisca la patente, chiedono all’autista dell’ambulanza i due poliziotti improvvisati, uno dei quali è un tassista e probabilmente vive la strada come un sopruso continuo da cui riscattarsi. Pur di non perdere altro tempo, l’autista innesta la retromarcia e si rimette in fondo all’ingorgo: arriverà in ritardo e il malato si salverà solo per il rotto della cuffia. Ma i due giustizieri issano su Facebook lo scalpo fotografico dell’ambulanza in ritirata, commentando euforici: «Vergogna, vergogna!».

Sembra un selfie dell’Italia 2017. Un malato grave, a bordo di un’ambulanza che cerca di destreggiarsi nel traffico, rischia di crepare per eccesso di zelo da parte di chi, sentendosi dalla parte giusta della strada, si irrigidisce nel rispetto presunto delle regole. Senza capire che la sua testa prevenuta è un cimitero di astrazioni, mentre dentro l’ambulanza c’è quel che rimane della vita. Anche della sua.

29 marzo 2017 (modifica il 29 marzo 2017 | 07:08)

I brand lasciano YouTube, la rivolta al dominio senza controlli

corriere.it

di Gianluca Mercuri



La scorsa settimana è stata davvero difficile per Google: grandi aziende hanno sospeso le loro campagne pubblicitarie su YouTube (che appartiene a Big G) dopo aver scoperto, grazie a un’inchiesta del Times, che i loro annunci erano associati a video di propaganda razzista o jihadista e ne avevano involontariamente foraggiato gli autori. Per il gigante del web, una perdita di milioni di dollari. Il caso potrebbe avere effetti importanti, perché mette a rischio il dominio incontrollato di Google (e Facebook) sull’industria pubblicitaria, il loro bullismo gentile nei confronti dei media tradizionali e, alla lunga, la (forse troppo) grande influenza che hanno sulle nostre vite.

Non abbiamo a che fare infatti solo con una perdita in termini di reputazione, come nello scandalo delle fake news che ha costretto il social network a introdurre meccanismi di verifica (tutti da verificare a loro volta). Qui si tratta di soldi: Google, come Facebook una macchina da pubblicità, viene colpita al core (business). Finora, come spiega il Guardian, i signori della Silicon Valley hanno contato sulla naiveté degli inserzionisti. I brand non sanno nemmeno dove finiscono i loro annunci. Il «programmatic advertising» promette loro una «targetizzazione» precisa, gli fa cioè credere che il loro messaggio raggiungerà le persone giuste nel modo giusto.

Ma è tutto sulla parola: i network non danno mai i dati, mentre si calcola che la somma che gli inserzionisti perdono quando i loro annunci sono aperti da bot anziché da persone sia pari al 20% del mercato. Promettendo salvaguardie più efficaci e più controllo sui contenuti, Google e Facebook ammettono di fatto di essere media company e non asettiche piattaforme non responsabili di ciò che divulgano. E l’industria pubblicitaria potrà ora essere meno in soggezione nei confronti dei giganti che controllano il 90% del mercato online e prosciugano i proventi degli editori. È sulla trasparenza che servono passi. Da giganti.

27 marzo 2017 (modifica il 28 marzo 2017 | 00:37)

La nuova sterlina a dodici lati: sarà la moneta più sicura del mondo

corriere.it
di Paolo Virtuani

Dal 28 marzo nelle tasche dei cittadini britannici. Ha sofisticati sistemi per rendere difficile la contraffazione. Sostituirà la moneta tonda da 1 sterlina, di cui il 3% degli esemplari in circolazione si ritiene falso

Dodici lati

Da martedì 28 marzo è disponibile la nuova moneta da 1 sterlina. La particolarità è che, a differenza di quella che andrà a sostituire, non è rotonda ma dodecagonale, ossia ha dodici lati.

Tre pence

La forma richiama la moneta da 3 pence lanciata nel 1937 che all’epoca lasciò molto perplessi i cittadini britannici. Infatti venne pochissimo usata fino agli anni della seconda guerra mondiale quando, un po’ per la scarsità delle monete in bronzo da 1 penny e un po’ perché si riconosceva anche al tatto nel buio dei rifugi antiaerei, divenne popolare. La threepenny (così venne soprannominata) rimase popolare fino al 1971 quando venne ritirata dalla Zecca reale nel periodo in cui entrò in uso il nuovo sistema monetario decimale.


Più sottile

La nuova moneta è più sottile (2,8 millimetri contro 3,15) e meno pesante (8,75 grammi contro 9,5). Sarà però più grande: il diametro è di 23,43 millimetri contro i 22,50 di quella vecchia. Al momento quella nuova però non è utilizzabile negli apparecchi in cui si può pagare con le monete perché non ancora adeguati ad accogliere una moneta dodecagonale.


La più sicura

Secondo la Zecca reale sarà la moneta più sicura al mondo grazie a un complicato sistema di ologrammi che a seconda dell’angolazione modificano la forma della £ (simbolo della sterlina) nel numero 1. Inoltre sono presenti altri sistemi di sicurezza realizzati all’interno della moneta che non sono stati divulgati


Non sempre è un successo

Introdurre una moneta nuova non sempre è un successo. La gente si abitua alle monete (e alle banconote) e occorre un po’ di tempo prima che quelle nuove vengano accettate. Per esempio il doppio fiorino (quattro scellini) del 1887 con l’immagine della regina Vittoria non piaceva proprio a nessuno. Tanto che dopo appena quattro anni venne ritirato dalla circolazione.



È tutta in oro zecchino e pesa 100 chili, il valore nominale è di 1 milione di dollari canadesi, quello reale di 3,7 milioni di euro. La «monetona», chiamata la Grande foglia d’acero, è stata rubata il 27 marzo dal Museo di Berlino. Era stata data in prestito dal 2010 da una collezione privata, è spessa tre centimetri e ha un diametro di 53 centimetri.

La moneta che piace (ai ladri)

È tutta in oro zecchino e pesa 100 chili, il valore nominale è di 1 milione di dollari canadesi, quello reale di 3,7 milioni di euro. La «monetona», chiamata la Grande foglia d’acero, è stata rubata il 27 marzo dal Museo di Berlino. Era stata data in prestito dal 2010 da una collezione privata, è spessa tre centimetri e ha un diametro di 53 centimetri.

(Ap)
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martedì 28 marzo 2017

Quegli incontri segretissimi tra Almirante e Berlinguer

lastampa.it
fabio martini

I due leader si vedevano di nascosto alla Camera il venerdì sera per scambiarsi informazioni sugli opposti estremismi. Nel libro “Destra senza veli” di Adalberto Baldoni scene e retroscena inediti di 70 anni di storia dal Msi ad An, fino all’ attuale diaspora


Giorgio Almirante durante una manifestazione del MSI in Piazza Castello a Torino, nel 1971

Sul finire degli anni Settanta, in gran segreto, Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante – leader carismatici del Pci e dell’Msi - iniziarono ad incontrarsi: di solito il venerdì all’imbrunire, quando alla Camera dei deputati non circolava più nessuno, perché se si fosse saputo che quei due usavano parlarsi, la notizia avrebbe fatto scandalo. Militanti ed elettori del Pci e dell’Msi non avrebbero capito. Erano anni nei quali i parlamentari comunisti e missini non prendevano un caffè insieme neanche per cortesia e invece, ad un certo punto, i due leader cominciarono a vedersi.

Siamo nel 1978-79 e personaggi così diversi si trovavano a condividere una comune preoccupazione: che il terrorismo brigatista e quello neofascista potessero infangare la credibilità di due partiti, Pci e Msi. Insidiando entrambe le denominazioni: le Br erano comuniste, i terroristi di estrema destra erano neo-fascisti. I due leader decisero di scambiarsi idee e informazioni utili ad entrambi. Perché negli anni Settanta, dopo aver tenuto per decenni nel proprio grembo spinte opposte, i due partiti si trovarono a fare i conti con la propria storia: per il Pci i brigatisti appartenevano all’ “album di famiglia”, come scrisse Rossana Rossanda; per l’Msi alcuni terroristi che sparavano per strada erano stati in “famiglia” sino a pochi mesi prima.

Tremila nomi
Gli incontri Berlinguer-Almirante sono tra i tantissimi episodi editi, inediti o poco conosciuti, contenuti nel libro “Destra senza veli”, scritto da Adalberto Baldoni (giornalista e scrittore di destra atipico, da sempre fuori dagli schemi), sulla storia dell’Msi e poi di An, fino all’attuale diaspora. Settecento pagine, un indice che comprende oltre tremila nomi (impresa da Guinness dei primati), il libro dà soddisfazione a chiunque voglia ritrovare dettagli e senso di una storia politica, soprattutto per una caratteristica: della lunga e vivacissima storia missina Baldoni non nasconde nulla, contribuendo a restituire l’originalità di una vicenda che ha coinvolto milioni di persone, ma è stata totalmente ignorata dalla stragrande maggioranza degli italiani, di più generazioni.

Al netto di tante teste calde, di tanti picchiatori violenti e di qualche avventuriero, il libro - come scrive Gennaro Malgieri in una vibrante introduzione – racconta ”la storia di una passione civile come poche altre se ne sono viste”, perché ”la politica era davvero bella una volta”, “ci si incanagliva, affettuosamente e anche rancorosamente, girando attorno a tattiche e strategie”, tra militanti e dirigenti nostalgici di una storia autoritaria ma immersi in un contesto democratico che li induceva a ”confronti e scontri, lacerazioni, non di rado amori”, con le idee che ”illuminavano vite raminghe e soddisfatte ed accendevano giornali, libri, precarie case editrici”.

“Rosso e nero”
E proprio alla vivacissima produzione di cultura politica che fermentò in quel mondo ostracizzato e ghettizzato, il libro di Baldoni (edito dalla editrice Fergen, dei fratelli Gennaccari) dedica alcune delle pagine più originali. In quell’area politica fermentarono riviste, gruppi dai nomi bizzarri, il primo e irriverente “Bagaglino”, le vacanze militanti dei Centri Hobbit, il gruppo sportivo Fiamma, una miriade di radio, un giornale come il “Secolo d’Italia” fucina di bravi giornalisti ma anche di futuri politici, da Fini a Gasparri, da Urso a Storace.

Appartengono a quel fermento anche iniziative originalissime e trasversali. Come il locale pop “Rosso e nero”, fondato nel 1966 dallo stesso Baldoni. Criticato dagli ambienti più conservatori dell’Msi, sull’onda di un grande successo, il locale (presto ribattezzato “Dioniso”) era frequentato anche da giovani di sinistra: sui muri l’immagine di Che Guevara si mischia a quella croce celtica, si esibiscono personaggi come Lucio Dalla, gruppi come l’Equipe 84, i Nomadi, i Pooh.



La foto simbolo del Sessantotto

Quella breve stagione di mischiamento destra-sinistra nella comune contestazione del “sistema” culmina nel Sessantotto: le prime occupazioni universitarie vedono protagonisti giovani di entrambe le parti politiche. Al punto che una delle foto-simbolo di quella stagione – quella che coglie un gruppo di ragazzi sulla scalinata di Valle Giulia a Roma – non ritrae, come comunemente si immagina, giovani di sinistra ma invece di destra, alcuni dei quali faranno parlare di loro, per diversi motivi: Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, Mario Michele Merlino, Guido Paglia. Nel libro si ripercorrono tutti i passaggi della storia delle destra italiana con un’attenzione ai personaggi più incisivi: i leader (Romualdi, Michelini, Almirante, Rauti,

Fini) ma anche personalità che per le idealità e l’esempio hanno lasciato un’impronta: Mirko e Marzio Tremaglia, Beppe Niccolai, Teodoro Buontempo, Pinuccio Tatarella, Tomaso Staiti di Cuddia. Una storia, quella della destra italiana, finita nella diaspora. Una chiave per capire quella storia e una coesione persa forse per sempre, la offre Gennaro Malgieri: la destra si è dispersa perché caduta in azzardi politicisti, che hanno finito per perderla come comunità, perché, ”questa era la sua forza: una comunità di destino”, nella quale ”i principii dell’autorità, della gerarchia, il culto della memoria storica e del primato della politica, della lealtà e della fedeltà valevano più di ogni altra considerazione”.

Dal comprimere i dati alla chiusura delle app Sette accorgimenti per risparmiare i Giga di Internet

corriere.it
di Maria Rosa Pavia

Usare determinate opzioni del cellulare quando non si è coperti da wi-fi può farci raggiungere velocemente la famigerata extra soglia. Ecco le dritte per evitare di rimanere senza rete

Connessi senza spendere troppo

Ascoltare un brano su Youtube, inviare una foto a un’amica, aggiornare lo status su Facebook. Queste attività quotidiane che ci portano ad avere una vita, almeno parzialmente, mediata dallo schermo di uno smartphone, possono incidere in maniera rilevante sul proprio budget. Non a caso, la quantità di Giga per la connessione a Internet è sempre la voce meno generosa nelle tariffe proposte dagli operatori telefonici. Sul tema ironizza anche Rovazzi nel suo ultimo singolo «Tutto molto interessante» in cui canta: «L'offerta che proponi è così piena di vantaggi, due minuti, mezzo Giga, tremila messaggi».



Per evitare di raggiungere la famigerata extra soglia - divoratrice dei risparmi dei consumatori poco avveduti – è necessario ricorrere ad alcuni accorgimenti. Anche per scongiurare il rischio che, oltre alle somme a propria disposizione, il termine della connessione coincida con altre conclusioni: «Stavo per fidanzarmi ma ho finito i Giga» è una frase, ormai diventata virale, che rappresenta l’essenzialità della connessione per portare avanti i propri rapporti sociali.

Usare il wi-fi

Sì, a volte può essere così semplice. Basta ricordarsi e mettere da parte l’eventuale imbarazzo nel chiedere la password. Molti comuni italiani offrono una copertura wireless anche se con risultati altalenanti. Ma basta varcare la soglia di un bar e di un ristorante per rimanere connessi: ormai la maggioranza degli esercizi pubblici offre questo servizio. Quando ci si trova a casa di amici, poi, sebbene la netiquette imponga di evitare di navigare in situazioni sociali, si può sempre chiedere la password del wi-fi per l’invio di un messaggio whatsapp o messenger di emergenza.


Ricorrere al Bluetooth

Per evitare il consumo di dati che deriva dal trasferimento di qualsiasi tipo di file, se ci si trova in prossimità del contatto cui si desidera condividerli, ci si può affidare al Bluetooth. Metodo vecchio ma efficace.


Limitare streaming e video chiamate

Scaricare in streaming, in particolare video di alta qualità, può liquidare rapidamente la quantità di Giga disponibile dalla vostra offerta. Sempre meglio, in questo caso, limitarsi quando si è coperti solo da rete mobile. Stesso discorso vale per le video chiamate: vere e proprie mangiatrici di Giga.


Passare a browser «comprimi dati»

Ci sono browser che consentono di ridurre il traffico per la navigazione da smartphone o da tablet. Uno di questi è Opera Mini, gratuito, e che - in base ai dati ufficiali- permette di consumare il 90% dei dati in meno. Tra l’altro, Opera consente anche di comprimere i video, basta accedere in impostazioni e selezionare compressione video. Un'altra piattaforma di navigazione amica del consumatore è Uc browser. Se, però, siete affezionati a Chrome, basta usare un accorgimento: accedere alle impostazioni e attivare l’opzione «Riduci l’utilizzo dei dati». Il prezzo da pagare è un leggero rallentamento al momento del download delle pagine, ma si evita il consumo del 30% dei dati.


No ad aggiornamenti e upload automatici

È necessario disattivare l’aggiornamento automatico delle applicazioni e consentirlo solo sotto rete wi-fi. Stesso discorso vale per gli upload automatici, ossia le sincronizzazioni di foto, video o altri dati su iCloud o Google+.


Usare whatsapp in modo furbo

Chi si affida a Whatsapp per le chiamate oltre che per l’invio di messaggi può usare un’opzione per il risparmio dei dati presente nel software. Basta accedere alle impostazioni, selezionare utilizzo dati e selezionare la voce Consumo dati ridotto. Nella stessa schermata ci sono anche voci relative al download automatico dei file: assicuratevi di aver impostato “Quando connesso tramite wi-fi” per scaricare file audio, video e documenti.


Evitare troppe applicazioni in background

Le app consumano dati anche quando non sono attive, per esempio per condividere informazioni fornite dal Gps. Per eliminare il problema alla radice basta andare su Impostazioni – utilizzo dati per trovare la lista delle app attive e dei dati che stanno utilizzando. Selezionandone una è possibile selezionare l’opzione “limita dati in background”. I nomi dedicati a queste opzioni variano da dispositivo a dispositivo ma hanno pari funzionalità. In generale, cercate di utilizzare quei servizi di cui ritenete necessari gli aggiornamenti in tempo reale. Ci sono applicazioni ad hoc come Onavo Extend che caricano le immagini solo quando si scorre lo schermo e comprimono i dati scaricati durante la navigazione. Un’altra app simile è Opera Max. Entrambi i software possono essere scaricati gratuitamente.

Luci della città

lastampa.it
mattia feltri

Dopo i casi di Palermo e Bologna, quello di Roma autorizza il dubbio che i Cinque stelle abbiano qualche serio problema con la raccolta delle firme. Forse per disattenzione, o per disorganizzazione, o per disinvoltura (disonestà no, non ci permetteremmo). Poi che il 70 per cento dei romani abbia votato Virginia Raggi dovrebbe spingere tutti ad andarci piano: non sarà un cavillo da legulei, per quanto i cavilli sappiano essere seri, a dichiarare discutibile il risultato. E però viene in mente che i buoni (per autoincoronazione) tendono da millenni a fare come gli pare perché lo fanno a fin di bene, e soltanto perché il resto del mondo fa come gli pare, ma a fin di male. Ed è così che si va dritti all’arbitrio. Ma l’aspetto più comico della vicenda è lo sdegno degli altri partiti:

Raggi spieghi! Le regole! Bugiardi! Un coro di geremiadi, soprattutto di Pd e Forza Italia, due partiti che negli anni non hanno dimostrato una venerazione sacrale per le regole, e ora arresi alla miseria del dibattito. Per capire come funziona la testa dei grillini, e per amore delle nostre città, è forse più utile ricordare che il New York Times, disinteressato agli abusi d’ufficio di Raffaele Marra, ha scritto una intera pagina sulle luci di Roma: da settimane si stanno sostituendo le vecchie luci gialle con nuove ed economiche luci bianche a led, di modo che i vicoli un tempo fiammeggianti paiono ora celle frigorifere. Ecco, che il bello sia incasellabile alla voce degli sprechi, dice molto dell’Italia che si ha in mente. Molto più di una firma farlocca.

Italiani, l’immaginazione applicata alla guerra

lastampa.it
andrea cionci

Le mongolfiere da osservazione, i modellini di mirabolanti teleferiche e di fortini coloniali “portatili”, i mimetismi per cannoni e le foto scattate dai piccioni viaggiatori: viaggio tra i segreti del Museo del Genio a Roma (visitabile su richiesta)


L’aerofono, antenato del radar, fu utilizzato durante l’ultima guerra da soldati non vedenti

Museo del Genio o del genio? Il pur facile gioco di parole si presta a descrivere bene una delle realtà museali più interessanti d’Italia (visitabile su richiesta). Si tratta dell’Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio, un colosso in travertino da 4400 mq situato sul Lungotevere della Vittoria, a Roma. Al suo interno sono conservate le testimonianze della più alta espressione dell’inventiva italiana applicata all’uso militare, ma non solo.

Dalle Guerre d’Indipendenza fino al secondo conflitto mondiale, troviamo la prima radio da campo di Marconi, il prototipo di telefono di Meucci, le mongolfiere da osservazione, i modellini di mirabolanti teleferiche e di fortini coloniali “portatili”, il primo aereo di uso bellico, i mimetismi per cannoni e, ancora, insieme alle fotografie realizzate dai piccioni viaggiatori, un’intera colombaia militare perfettamente conservata. Materiali di una straordinaria tecnologia pre-digitale tutta tesa a superare i limiti imposti dalla terra, dall’aria e dall’acqua.

Un museo da record
Lo stesso Museo, voluto per accogliere le prime collezioni curate, fin dal 1906, dal Gen. Mariano Borgatti in Castel Sant’Angelo, è il frutto di un “superomistico” cimento costruttivo dato che fu edificato in soli due anni, dal 1937 al 1939. Il Ten. Col. Gennaro De Matteis, che lo progettò, ebbe l’intuizione di creare uno dei primi edifici museali appositamente costruiti con criteri espositivi. La sua pianta, a percorso circolare, è ideata in modo da guidare il visitatore attraverso le varie sale secondo un percorso coerente e continuo.

Oltre a ricordare le glorie conquistate sui campi di battaglia, il Museo testimonia l’intima connessione che vi è sempre stata tra società civile e Genio militare, l’arma tecnica per eccellenza, che, nelle recenti emergenze sismiche e meteorologiche, si è particolarmente distinta. Nonostante sia poco conosciuto in Italia, architetti, storici dell’arte e ingegneri di tutto il mondo vengono a visitare questo museo anche per la sua raccolta di progetti architettonici antichi, alcuni dei quali risalenti al 1600. Va ricordato, infatti, che l’Architettura stessa nacque, di per sé, per fini militari, applicandosi alla costruzione di ponti, fortezze, castelli. 


Arruolati i non vedenti

Tra i mille cimeli conservati, spicca l’unico esemplare di Aerofono ancora esistente, l’antenato del radar che fu usato soprattutto durante l’ultima guerra. E’ uno strumento consistente in due enormi “orecchie” metalliche, padiglioni che servivano per captare in lontananza il sopraggiungere di aeroplani nemici e localizzare, con ottima approssimazione, la loro direzione.
Questo dava modo al personale contraereo di indirizzare fasci di luce verso gli apparecchi in arrivo e, agli artiglieri, di direzionare opportunamente il tiro dei cannoni. La cosa più interessante è che gli aerofoni venivano gestiti da soldati ciechi i quali, grazie al particolare sviluppo dell’udito, riuscivano a identificare modello, distanza, e perfino quota dei velivoli nemici. Nel 1939, una legge - voluta da Mussolini in persona – aveva consentito ai non vedenti di arruolarsi nella Milizia Contraerea e nell’Artiglieria costiera in questo ruolo speciale.

L’addestramento si svolgeva tramite un apparecchio simulatore, sempre conservato nel Museo, che riproduceva registrazioni dei motori degli aerei dell’epoca. Molti reduci che, durante la Grande Guerra avevano perso la vista, si arruolarono con entusiasmo e al provvedimento fu dato un certo risalto propagandistico, con lo stile tipico del periodo: “Con le pupille spente, appuntate sincronicamente sulle invisibili strade del suono, i ciechi sembrano implorare nelle deprecate tenebre che nuovamente si abbattono sull’Europa il rapido avvento di quella giustizia che il Duce ha, da tanti anni, annunziata e cui, infallibilmente, il suo genio ci guida”.

Furono 832 i non vedenti arruolati e svolsero i loro compiti contraerei fino alla fine della guerra, considerato che l’Italia non valorizzò in modo adeguato i pur fruttuosi esperimenti sulle onde elettromagnetiche che i nostri ricercatori avevano compiuto fin dai primi anni ’30, né il prototipo di radar che la Germania ci aveva messo a disposizione.


Quelle visioni diventarono opere d’arte

Un referto medico descrive le visioni sonore di queste “sentinelle uditive”: il rombo lontano dei velivoli produceva nella loro immaginazione una sorta di codice composto da macchie e forme colorate. Il giovane artista abruzzese Alessandro Cicoria si è ispirato a questo fenomeno e, in giugno, esporrà presso l’Istituto di Cultura Svizzero, a Roma, una serie di opere ispirate alle immagini interiori degli aerofonisti. Per trasferire sulla carta le rarefatte sensazioni visive dei soldati non vedenti, l’artista ha fabbricato da solo dei gessetti colorati particolarmente friabili. 

La colombaia militare
Di grande interesse è anche la colombaia del Regio Esercito, conservata nel cortile del Museo, che fu usata in entrambe le guerre mondiali. Come spiega il Prof. Giacomo Dell’Omo, ornitologo che, tutt’oggi, utilizza una colombaia militare (svizzera) per i suoi studi sui piccioni viaggiatori: ”L’uso di questi uccelli è, come noto, antichissimo, ma si è protratto anche fino alla seconda guerra mondiale poiché a differenza delle trasmissioni radio, i colombi non potevano essere intercettati. Un soldato addetto (il colombofilo) doveva passare almeno tre ore al giorno in compagnia dei volatili, affinché questi prendessero, con l’uomo, la dovuta dimestichezza. Bastavano due settimane di ambientamento perché una colombaia semovente, spostata in qualsivoglia posizione sul territorio, potesse essere riconosciuta come base di ritorno dai colombi e consentire alle retrovie di ricevere i messaggi dalle prime linee”. 


L’aereo Bleriot

Il capostipite di tutti gli aerei militari italiani è lì, in una delle sale: il monoplano monoposto Blériot XI, con cui il Capitano di artiglieria Carlo Piazza compì il primo volo operativo su truppe nemiche il 28 ottobre 1911, durante la Guerra di Libia. Il velivolo, con le sue ruote da bicicletta, i tiranti a vista e la carlinga in tela e compensato appare spaventosamente fragile, ma offre, allo stesso tempo, un’idea delle capacità e del coraggio del suo pilota. Nonostante il vento impetuoso e la nebbia fitta, l’impresa di Piazza dimostrò che l’aereo permetteva l’osservazione delle mosse del nemico con un enorme profitto tattico. 


Le vetrate di Cambellotti
Il sacrario, vero fulcro simbolico del Museo, è illuminato dai colori delle vetrate disegnate da Duilio Cambellotti (1876-1960) l’eclettico artista pioniere dell’Art Nouveau italiana. La finestratura dell’abside riprende episodi della vita di S. Barbara, protettrice dell’Arma e, in basso, scene realistiche delle varie specialità operative dei genieri. Invenzione, simbolo e pura stilizzazione per illuminare di colori irreali un ambiente dedicato alla memoria dei Caduti del Genio militare.