martedì 21 febbraio 2017

Vivere sicuri online nell’era dell’economia aperta

lastampa.it
lorenza castagneri

La sfida del presente è garantire la sicurezza informatica: qualche consiglio su come fare per cittadini e aziende

Si lavora dal cellulare e sul tablet. In metro, in trasferta, se non direttamente da casa o da qualunque parte del mondo, come freelance. Chi va in ufficio condivide la sua postazione con altri. E tra i “nuovi colleghi” ci sono sempre più i sistemi di intelligenza artificiale, come i bot. Succede già oggi e succederà sempre di più spesso. Ma nell’era dell’”open economy”, l’economia aperta, come l’hanno definita Samsung e The Future Laboratory in uno studio presentato qualche giorno fa a Londra, la priorità resta la sicurezza delle informazioni digitali. 

LA SICUREZZA INFORMATICA NEL QUOTIDIANO
Quasi il 70 per cento dei giovani ammette di non pensare troppo a questo aspetto. Sembra un concetto astratto. Non lo è. Prendiamo il caso di un tecnico informatico lavoratore autonomo che sta contribuendo al progetto di un nuovo smartphone per un’azienda X. I manager si stanno rendendo conto che quella persona dovrà avere accesso soltanto alle informazioni che riguardano strettamente il suo compito. Gli altri dati, che potrebbero essere ceduti a un concorrente, vanno tenuti ben protetti. 
Scena 2: il dipendente sfrutta lo smart working e lavora al bar. Anche qui le aziende iniziano a pensare che servano paletti: ok se ci si limita a rispondere alle mail, no se si sta sviluppando un prodotto innovativo.

Quello va fatto in ufficio, lontano da orecchie indiscrete, dove la rete è sicura. È una questione anzitutto di fedeltà aziendale e di riservatezza. Di etica. Ma pure di tecnologia. Nel 2020, le macchine connesse saranno, si stima, 7,3 miliardi. Non si parla di computer e telefoni. Ma delle linee nelle fabbriche. Addirittura delle scrivanie, ipotizza qualcuno. E urge attivarsi per proteggere la mole di preziosi dati che produrranno giorno dopo giorno. «La sensibilità delle aziende sul tema è cresciuta . Sia le grandi sia le piccole e medie imprese si stanno attivando per rendere meno obsoleti i loro sistemi di sicurezza», racconta Antonio Bosio, direttore Product&Solution di Samsung Electronics Italia, che da anni, anche con incontri, cerca di sensibilizzare gli attori economici sul tema. 

I PRIMI PASSI PER ESSERE SICURI
E allora, che cosa bisogna fare per essere sicuri online? «Io credo serva un cambio culturale - risponde -. Un dipendente non può scrivere la password del suo computer su un post-it attaccato allo schermo». Nemmeno si deve condividere i codici di accesso con i colleghi. E prima ancora, bisogna impostare chiavi di accesso sicure, cosa scontata ma ancora rara. Sono piccoli gesti, che possiamo fare tutti. Come pure non collegarsi a reti Wi-Fi pubbliche non abbastanza protette. In questi casi è importante installare sui propri dispositivi un VPN, cioè un virtual private network che cripta le nostre informazioni mettendole al sicuro dagli hacker. Basta scaricare una app. Ce ne sono tante. Gli abbonamenti costano pochi euro all’anno. 

IL CASO DI KNOX
Lo stesso principio è alla base di Knox, il sistema di sicurezza che da quattro anni è presente sugli smartphone, sui tablet e sugli smartwatch di Samsung. Cos’è? Compare sullo schermo con un’icona, come una qualsiasi app. Accedendovi, si entra in uno spazio di lavoro parallelo, dove si ritrovano le altre app: Internet, le mail, la fotocamera. 

Si tratta di un “telefono nel telefono”. Tutte le informazioni cercate o prodotte qui dentro, fotografie incluse, non si ritrovano nelle app Internet, mail o galleria che ci sono sullo smartphone al di fuori di Knox. Per ripescarle si deve entrare in Knox e scrivere per ogni app una password. Di più: come detto, lì dentro i dati sono crittografati. Dunque se anche una spia riuscisse a violare il sistema si ritroverebbe in mano un pugno di informazioni incomprensibili. 

Insomma: è come avere uno smartphone personale e uno aziendale in uno, quest’ultimo rappresentato da Knox. «Il fatto di aver messo a punto questo software appositamente per i nostri stessi hardware, cioè i nostri prodotti è una garanzia in più», riprende Bosio. «Assicuriamo la sicurezza, senza limitare la libertà degli utenti. È questa la sfida: riuscire a bilanciare i due aspetti».