mercoledì 8 febbraio 2017

Udine, la lettera del 30enne suicida: «La mia generazione è perduta. Mai un lavoro, vi dico addio»

Corriere della sera

di Andrea Pasqualetto

La lettera in cui un 30enne spiega il suo suicidio. «Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili. Troppi no. Di no come risposta non si vive, di no si muore...» Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi... La felicità Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità

Una lettera d’addio, un lungo, spietato, violento atto d’accusa. Dopo averla scritta, il 31 gennaio scorso Michele è andato a casa della nonna, ha preso una corda e l’ha fatta finita. «Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere... Di no come risposta non si vive, di no si muore», ha vergato con rabbia e grande delusione per un mondo del lavoro che l’ha rifiutato fino alla fine. «Ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse... Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di colloqui di lavoro inutili, stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, stufo di fare buon viso a pessima sorte e di essere messo da parte...».
I genitori: «Per lui solo percorsi formativi e tanti no»
Trent’anni, udinese di un paese prealpino di confine, Michele faceva il grafico. Meglio, avrebbe voluto farlo. «Ma nessuno l’ha preso. Per lui sono stati solo percorsi formativi e corsi e poi risposte negative. E una e due e tre...», dice ora il padre al telefono con un groppo in gola. «Non siamo riusciti neppure noi a cogliere la profondità del disagio. Le sue parole sono un grido strozzato, è l’analisi spietata di un sistema che divora i suoi figli migliori».

È l’urlo di una generazione perduta, dice. La chiamano generazione Neet, giovani che non studiano e non lavorano e hanno pure smesso di cercare, di credere, di volere. Un popolo di sfiduciati e avviliti. I genitori hanno chiesto che la lettera del figlio fosse pubblicata integralmente dal Messaggero Veneto. «Perché questo è un allarme rosso, un grave fenomeno sociale, che lui ha voluto denunciare».
Michele e la sua lettera: «Un disastro»
Michele era un figlio di quel Nordest che dopo i fasti del boom ha conosciuto la grande crisi, lasciando sul campo i cocci di centinaia di aziende, di migliaia di disoccupati (in dieci anni sono triplicati), di decine di suicidi. «Da questa realtà non si può pretendere niente - ha scritto nelle ultime, drammatiche pagine - Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti». Dopo aver cercato lavoro per anni, aveva preso a vedere nero il presente e anche il futuro, in modo totale, cosmico. «Un disastro a cui non voglio assistere». Parole cariche di impotenza, rancore e frustrazione.
La richiesta di perdono a mamma e papà
«Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico...». Chiede perdono a mamma e papà. «Se potete». Un dolore immenso, quello di una madre e di un padre sopravvissuti al figlio. «Io lo so che questa cosa vi sembra una follia ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì».
«Questa generazione si vendica del furto della felicità»
Non è follia, scrive, non è caos. «Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità». Il padre lo traduce così: «Sono giovani che hanno vissuto come sconfitta personale quella che per noi è invece la sconfitta di una società moribonda». Suo figlio ne ha fatto un incubo: «Un mondo privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento».
Si scusa con gli amici e dà un titolo alla sua denuncia: «Questa è un’accusa di alto tradimento». L’ultimo schiaffo è per il governo: «Complimenti al ministro Poletti, lui sì che ci valorizza».

8 febbraio 2017 (modifica il 8 febbraio 2017 | 08:09)