martedì 14 febbraio 2017

“Trolling”, ecco in che modo i giovani reagiscono alle “intrusioni” mentre navigano in rete

La Stampa
fabio di todaro

Ricerca dell’«Osservatorio Giovani» dell’Istituto Giuseppe Toniolo, il 13 per cento dei ragazzi risulta vittima di episodi

È ormai una certezza, come per i loro genitori lo sono stati i Pink Floyd e i Beatles. La quasi totalità dei giovani italiani tra i 20 e i 34 anni usa la rete e una quota pressoché analoga è presente sui social network. Aggiornamento professionale, acquisti di vacanze, contatto con amici lontani, confronto su temi di interesse comune, ricerca di un nuovo posto lavoro: sono diverse le ragioni per cui si passa sempre più tempo davanti al pc, anche se all’orizzonte non ci sono soltanto benefici. 

Stando ai dati emersi dal focus dell’«Osservatorio Giovani» dell’Istituto Giuseppe Toniolo, il 13 per cento dei giovani risulta vittime di episodi di «trolling», con cui si identifica la ricezione di messaggi provocatori, irritanti, falsi o fuori tema. A inviarli sono profili spesso sconosciuti, con un unico scopo: quello di disturbare l’utente e provocare una sua reazione. Un numero rilevante, che segnala la necessità di regolamentare in maniera più stringente l’accesso e soprattutto l’utilizzo di social network.

«Trolling»: un fenomeno troppo diffuso
L’indagine è stata condotta su un campione di 2182 persone, ritenuto rappresentativo dei giovani adulti italiani. La rilevazione sul «trolling» è stata condotta sia in maniera indiretta sia diretta. Nel primo caso più di un intervistato su tre ha dichiarato di averne avuto esperienza, assistendo a episodi di questo tipo sui propri contatti. Ma non trascurabile - di poco superiore al dieci per cento - è stata anche la quota di chi invece s’era imbattuto in prima persona in questo atteggiamento in rete. In alcuni casi gli intervistati si sono dichiarati finanche protagonisti di simili episodi. 

Come si reagisce al «trolling»? In oltre la metà dei casi, le vittime mappate dall’indagine hanno rimosso il messaggio e autonomamente bloccato l’utente senza replicare alla provocazione. In una percentuale rilevante (51,2 per cento) si è provato a rispondere al messaggio sul proprio profilo in modo educato. Il 49,4 per cento delle vittime ha invece anche dichiarato di aver usato lo stesso tono aggressivo. Una quota non trascurabile, pari al 31,6 per cento degli intervistati, è finito per rivolgersi a un legale.

I confini del web
«La difficoltà ad affrontare il fenomeno - commenta Alessandro Rosina, coordinatore dell’indagine - in combinazione con l’idea che il web debba essere un luogo in cui esprimersi liberamente, porta molti ad accettare, pur senza necessariamente giustificare, alcuni comportamenti che minano la fiducia comune e la possibilità di relazione autentica in rete. Un aspetto ambiguo di queste esperienze negative è che una parte di chi le subisce aumenta sensibilità e grado di attenzione, chiedendo maggiori strumenti per difendersi. Mentre una parte minoritaria ma non trascurabile le accetta come parte del gioco e rischia di prestarsi a diventare complice della loro presenza endemica e diffusione».

Twitter @fabioditodaro