domenica 26 febbraio 2017

Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"

repubblica.it
di MICHELE SMARGIASSI - foto di ANSEL ADAMS E DOROTHEA LANGE

Questo reportage d'autore, firmato Dorothea Lange e Ansel Adams, racconta la deportazione nel 1942 dei cittadini nippo-americani (ma anche italiani e tedeschi) in vari campi di concentramento, tra cui quello di Manzanar, in California, avvenuta con l'ordine esecutivo del presidente Roosevelt due mesi dopo l'attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941. Le fotografie però sono parte della "propaganda" americana, ed è per questo che i giapponesi sembrano quasi contenti nonostante la deportazione. Tutti i reportage fotografici di R2

Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"


Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"
Un’insegna “ Io sono americano” a Oakland, nel marzo 1942


Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"
Bagagli di giapponesi a Salinas


Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"
Una coppia di giapponesi a Manzanar in apparenza felici nel 1943


Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"
Lavoratori nei campi a Guadalupe, California, nel 1937 prima della deportazione


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Quando Roosevelt firmò l’ordine: "Internate i giapponesi"

"Nati liberi e uguali". Alla fine del 1944, nel momento più duro della guerra nel Pacifico, gli americani trovarono in edicola un libretto che aveva questo titolo, preso dalle costituzioni indipendentiste, futuro articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Era un libro di fotografie male stampate, ma erano firmate da Ansel Adams, già allora una star della fotografia americana. Raccontava la vergognosa storia della deportazione di centomila "alieni" nella patria dei liberi ed eguali.

L'Ordine Esecutivo 9066 venne firmato dal democratico presidente Usa Franklin Delano Roosevelt settantacinque anni fa, nel febbraio del 1942. Due mesi dopo l'oltraggio di Pearl Harbor.

Stabiliva che ogni cittadino americano di origine giapponese dovesse essere considerato un "nemico alieno" da internare in campi di sicurezza. Le operazioni furono rapide. I campi furono dieci. Gli alieni 110 mila. Fino a un momento prima erano "buoni americani", famiglie felici, piccola e media borghesia delle professioni e delle botteghe, working class laboriosa. Un attimo dopo erano spossessati di tutto, un tumore da asportare.

Presentata come precauzione contro il "nemico interno", l'operazione svelò subito il suo volto di fobia razziale. "La razza giapponese è una razza nemica" dichiarò il generale John L. De Witt, difensore del fronte occidentale, "i cui effetti non si diluiscono neppure dopo tre generazioni". I giornali tradussero così: "Una vipera nasce vipera dovunque sia stato deposto l'uovo", scrisse il Los Angeles Times. Sulle vetrine dei negozi californiani comparvero i cartelli No Japs Wanted. Life insegnava ai suoi lettori come distinguere i tratti somatici di un giapponese da quelli di un cinese.

Adams visitò il più affollato dei campi, Manzanar, in un'arida valle (la stessa di Ombre rosse) tra Los Angeles e San Francisco, nell'ottobre del '43, su invito del direttore di quella città- prigione per vittime incolpevoli. Una rivolta era appena scoppiata, due giovani nippoamericani erano stati uccisi dalle guardie. C'era bisogno di rimettere un po' a posto le cose con l'opinione pubblica. Gli fu vietato di fotografare il filo spinato, le torrette di sorveglianza, qualsiasi "atto di resistenza". Fu avvisato che i suoi provini sarebbero passati al vaglio della censura. Del resto, agli internati stessi era vietato fotografare.

Adams scelse allora, lui patriarca del paesaggio americano, di concentrarsi sui ritratti. Nella speranza che mostrassero l'umanità e la stoica dignità "nonostante tutto" di quegli americani negati dall'America. Born Free and Equal fu autorizzato. Era un libro innocuo. La potenziale critica del suo titolo fu contraddetta dal sottotitolo: La storia dei leali nippo-americani. Quello che gli americani non videro fu un altro reportage fotografico. Prodotto un anno prima da Dorothea Lange, fotografa consapevole (sì, quella della Madre migrante) su incarico della War Relocation Authority.

Ma la più coraggiosa Dorothea, indignata per quello che vedeva, forzò i divieti, allargò il campo visivo, fotografò lo spaesamento, la costrizione, la silenziosa resilienza degli internati. Le sue fotografie non furono mai stampate. Per decenni restarono chiuse negli archivi di Stato con la stampigliatura Impounded: sequestrate. Solo nel 1988 il Congresso Usa approvò una mozione di pentimento e scuse. Ma nell'America di Trump, del muro antimessicano, del Muslim Ban, quella storia dimenticata torna a rintoccare nel subconscio civile di una nazione. A Manzanar, oggi, c'è solo una bandiera americana che sventola su un deserto.