mercoledì 15 febbraio 2017

Post-fascisti, il crepuscolo di una forte tradizione politica

La Stampa
fabio martini



Ben prima dell’avviso di garanzia a Gianfranco Fini (che peraltro non è una condanna), la vicenda politica che viene dal Movimento sociale, uno dei partiti “storici” della Prima Repubblica, aveva già subito una lunga sequenza di “infarti” che ne hanno reso residuale il peso politico sulla scena nazionale. Un paradosso se si pensa che alcuni dei valori di quel partito – a cominciare dal nazionalismo-sovranismo – sono tornati attualissimi nell’area della destra non solo italiana. L’Msi, che era nato nel 1946 con l’idea di raccogliere in un partito tutto quel che idealmente si richiamava al regime mussoliniano e dopo aver vissuto per 45 anni ai margini del consesso politico (con forme di ghettizzazione e di auto-emarginazione), al crollo della Prima Repubblica sembrò potesse vivere una nuova stagione.

L’Msi si presentò a quel passaggio d’epoca con due “atout”: uno storico (una classe dirigente del tutto immune da episodi di malcostume) e uno politico: la coraggiosa decisione del suo leader, Gianfranco Fini, di cambiare nome, tagliando i ponti ideali con la stagione fascista. Due requisiti apprezzati dagli elettori: due anni dopo la svolta di Fiuggi, Alleanza nazionale, nuovo nome del partito, ottiene alle elezioni Politiche del 1996 il 15,7%, diventando il terzo partito italiano, evento storico per gli eredi di un partito nato nel mito di Mussolini e guidato per anni da un gerarca di Salò come Giorgio Almirante.

Un patrimonio via via disperso. Alle ripetute prove di governo, esperienza sempre mancata a quella tradizione politica, i notabili di An hanno mostrato la corda. I vari ministri, presenti nei governi Berlusconi, senza sfigurare, non hanno mai lasciato un segno di destra e il colpo di grazia è arrivato quando gli eredi dell’Msi sono stati chiamati alla guida di una grande città. Il governo di Roma di Gianni Alemanno è stato segnato da una “abbuffata” clientelare con pochi precedenti e nel 2013 il giudizio degli elettori è stato molto chiaro.

Certo, il colpo di grazia a quel che restava dell’Msi lo diede, non tanto il divorzio da Berlusconi, ma la successiva decisione del neonato partito di Fli di allearsi con due personaggi che nulla avevano a che fare con la tradizione della destra post-fascista: Pierferdinando Casini e Mario Monti. Ne è derivata una diaspora, divisa da antichi dissapori: una parte dei quadri “missini” hanno formato Fratelli d’Italia, Maurizio Gasparri e Altero Matteoli sono dentro Forza Italia, mentre Gianni Alemanno e Francesco Storace si sono messi per conto proprio. Divisi e sostanzialmente irrilevanti, proprio ora che le sirene del nazionalismo tornano a suonare.