venerdì 10 febbraio 2017

“Perché un selfie è impossibile di fronte al Pantheon”

La Stampa
nicola quadri

L’archeoastronomia riscrive la storia dei monumenti del passato


Ogni 21 aprile il sole investe il Pantheon

«L’archeoastronomia? È l’unica disciplina che può dare senso ad alcune scelte architettoniche dei popoli antichi, altrimenti inspiegabili. Ad esempio, chi si è mai domandato perché non è possibile farsi un selfie davanti al Pantheon?». 
Giulio Magli, astrofisico e professore di archeoastronomia al Politecnico di Milano, di cui dirige il dipartimento di Matematica, non sta scherzando: è stato lui, insieme con Robert Hannah, della University of Otago in Nuova Zelanda, a contribuire a svelare il segreto dell’inusuale orientamento del Pantheon. Questa scoperta, con tante altre, sono raccontate dallo stesso Magli nel saggio «Da Stonehenge alle piramidi. Le meraviglie dell’archeoastronomia»: è un viaggio alla scoperta di come le conoscenze e le credenze astronomiche degli antichi siano racchiuse in tante costruzioni e manufatti archeologici e di come la loro decodifica ci permette di comprenderne meglio lo scopo. Questo viaggio Magli lo racconterà stasera, alle 18,30, in una conferenza alla Pinacoteca di Brera.

Professor Magli, perché non è possibile farsi un selfie davanti al Pantheon?
«Non è un caso se d’estate, quando lo si visita, c’è una folla di persone che si fermano a mangiare davanti all’edificio: sulla facciata del Pantheon c’è sempre ombra. L’edificio punta verso Nord e, quindi, il sole non batte mai sull’ingresso, il che ovviamente è un problema, se si vuole scattare una bella foto. Si tratta di una scelta insolita per un edificio celebrativo così importante, ma acquista senso se si guarda l’oculo al centro della cupola. I raggi del sole entrano nel Pantheon attraverso questa apertura. Nel corso dell’anno il sole di mezzogiorno raggiunge altezze differenti e il cono di luce illumina punti differenti dentro l’edificio. C’è solo un giorno in cui i raggi del sole investono l’ingresso e l’edificio, visto dalla facciata, sprigiona luce dall’interno. Si tratta del 21 aprile, l’anniversario della fondazione di Roma».

Dalla fisica pura al Pantheon. Come si è avvicinato all’archeoastronomia?
«Negli Anni 90, quando mi occupavo di fisica, mi interessai alle prime esplorazioni dei condotti della piramide di Cheope. Per il popolo egizio, come si vede nei suoi scritti, gli oggetti celesti hanno un ruolo simbolico di primo piano e sono quindi importanti nell’interpretazione di alcune scelte che furono compiute dai progettisti delle piramidi. I primi tentativi furono però deludenti: si passava dal rifiuto di utilizzare queste conoscenze a teorie deliranti e piene di errori dal punto di vista astronomico. Pensai che mi sarebbe piaciuto dare un contributo scientifico: avevo capito che mi interessavano di più gli aspetti culturali e storici di ciò che avevo studiato dal punto di vista fisico e matematico».

Se nel mondo accademico si è tornati al rigore nello studio dell’archeoastronomia, le bufale sul rapporto tra archeologia e astronomia sono invece ancora diffuse: perché?
«In parte credo che sia il frutto del fascino della disciplina stessa. Quello che le persone faticano a capire è che non c’è niente di esoterico nei riferimenti che questi popoli - dagli Egizi ai Greci e ai Maya - facevano rispetto alla posizione degli astri. Bisogna pensare che stelle e pianeti, oggi difficilmente visibili per l’inquinamento luminoso, hanno costituito in passato una presenza invadente. Erano parte del paesaggio, come le montagne all’orizzonte. I loro moti costituivano cicli utili per segnare il tempo, le stagioni e i fenomeni - come le piene del Nilo - che erano significativi per queste civiltà. Non per nulla le costruzioni sono spesso il risultato di una combinazione di riferimenti topografici e astronomici. Per questi popoli gli uni erano specchio degli altri. Basta pensare alla Via Lattea, a cui gli Egizi si riferiscono come a un fiume celeste, uno specchio del Nilo».

Dopo quasi 10 anni di lavoro sul campo in Egitto, che programmi ha per il prossimo futuro?
«Intanto, la scorsa estate, abbiamo misurato i monumenti della Valle dei Templi in Sicilia: per prendere le corrette inclinazioni degli edifici rispetto al Sud eravamo costretti a lavorare a mezzogiorno ed era la metà di luglio! I prossimi lavori, invece, saranno in Cambogia e nella zona dell’Impero Khmer, tra Thailandia, Laos e Vietnam. Sono territori ricchissimi di costruzioni straordinarie, ancora in gran parte da analizzare dal punto di vista archeoastronomico, a partire dall’impressionante complesso di Angkor Wat».

L’archeoastronomia svela una serie di momenti precisi dell’anno in cui i siti archeologici appaiono particolarmente suggestivi: sono i momenti in cui il simbolismo che ha guidato la loro costruzione diventa visibile. Oltre al Pantheon, quale altro «momento» non possiamo perderci?
«Di certo Giza al solstizio d’estate, quando il sole tramonta al centro delle due grandi piramidi, quella di Cheope e di Chefren, replicando la forma del geroglifico Akhet: raffigura il sole tra due montagne e viene tradotto con “orizzonte”, nome che indicava proprio il progetto funerario del faraone Cheope. È una delle esperienza più emozionanti che si può provare».