domenica 12 febbraio 2017

Padri di famiglia, spacciatori e mamme. Sono in 12 milioni a rischio espulsione dagli Usa

La Stampa
valeria robecco



Il presidente americano ha annunciato che vuole cacciare 3 milioni di irregolari in quattro anni. La sicurezza è tra i primi punti del suo programma di governo. Ma chi sono i rimpatriati?

Dal Ghana ha rischiato la vita per rifugiarsi in Canada
L’America di Donald Trump fa paura, e così sempre più spesso i profughi cercano di scappare in Canada, anche a piedi, sfidando le gelide temperature invernali. Come Seidu Mohammed, rifugiato 24enne del Ghana arrivato negli Stati Uniti, a San Diego, nel 2015. Il giovane è scappato dal suo Paese per paura di essere perseguitato, essendo gay e musulmano, e ha fatto domanda di asilo in America, ma dopo che un giudice americano ha negato la sua richiesta rischiava la deportazione.
Così, per non essere rimandato in Africa, ha deciso di fuggire nel vicino Canada insieme ad un connazionale.

I due hanno speso 400 dollari di taxi per farsi accompagnare nel punto più vicino al confine, poi si sono avventurati a piedi per i campi, camminando oltre sette ore tra neve e gelo. Seidu e il compagno d’avventura sono riusciti a passare la frontiera, rischiando però di morire per il freddo. A salvargli la vita è stato un camionista, che li ha visti sul ciglio della strada nella provincia di Manitoba e li ha portati in ospedale: al giovane ghanese hanno dovuto amputare tutte le dita delle mani a causa del congelamento, e ora rischia di perdere anche un braccio.

«È stata dura, la neve ci arrivava sino ai fianchi, se non fosse stato per quel buon samaritano che ci ha raccolti saremmo morti», ha raccontato. Mohammed ha già depositato la richiesta di asilo, ed è fiducioso che sarà in grado di rimanere in Canada. «Ne è valsa la pena - ha spiegato - se fossi tornato indietro, avrei perso la vita».

Il gommista della California condannato per evasione
Jose Isidro Mares è arrivato negli Stati Uniti dal Messico quando era un bambino: oggi ha 38 anni, ed è uno dei clandestini finiti in manette nell’ondata di raid dei funzionari federali che nell’ultima settimana ha portato ad un boom di arresti tra gli immigrati irregolari in sei Stati americani. Mares è stato catturato dagli agenti dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) mentre era al lavoro come gommista a Lancaster, nel Sud della California.

In realtà, però, non è la prima volta che l’uomo ha problemi con la giustizia: prima che nascesse la figlia Desiree, 18enne, era già stato espulso dagli Usa, dove poi è riuscito a rientrare clandestinamente. Ma sulla sua fedina penale c’è anche una recente condanna per aver fornito una falsa identità alle forze dell’ordine nell’Antelope Valley, mentre una decina di anni fa era stato condannato per evasione e possesso di metanfetamine. La figlia, che l’uomo ha cresciuto da solo, lo difende: ha raccontato che ora il padre si trova a Tijuana, vicino al confine con il Messico ed è molto preoccupata per lui.

«Non so perché hanno preso l’unica persona che ho nella vita», ha detto tra le lacrime. Donald Trump, d’altronde, aveva promesso non appena è stato eletto di deportare o incarcerare le persone con precedenti criminali, membri di gang e trafficanti di droga, e prima di lui lo ha fatto Barack Obama, con oltre tre milioni di deportati dal 2009 al 2015.

Vent’anni di sacrifici e lavoro con due figlie cittadine Usa
Il simbolo dell’ondata di raid contro i clandestini ordinata dal presidente americano Donald Trump è Guadalupe García de Rayos, madre di due figli (con cittadinanza americana) entrata illegalmente negli Stati Uniti quando aveva 14 anni. La donna è stata portata dall’Arizona in Messico, ed è la prima clandestina cacciata dal Paese dopo il giro di vite della nuova amministrazione. Guadalupe, 35 anni, era già finita in manette nel 2008 per impiego non autorizzato al Golf Land di Phoenix, e aveva ricevuto un ordine di rimozione con sospensione condizionale.

Mercoledì, quando si è recata in questura a porre come d’abitudine la firma richiesta, è stata arrestata dagli agenti dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) e caricata su un cellulare che l’ha trasportata a Nogales, al di là del confine messicano. Una deportazione che è divenuta il simbolo della protesta, tanto che i manifestanti si sono radunati intorno al furgoncino dove si trovava la donna tentando di bloccarlo. Lei, però, ha assicurato di non avere rimpianti: non ha rimpianti per essere venuta negli Stati Uniti da adolescente in cerca di fortuna, né per aver lavorato pur essendo una irregolare.

«Ero negli Usa per i miei figli, per dargli un futuro migliore, lavoravo per loro - ha spiegato - Non me ne pento, l’ho fatto per amore. E continuerò a combattere perché i loro sogni diventino realtà». In sua difesa si è schierato anche il sindaco di Phoenix, il democratico Greg Stanton, che ha definito la sua deportazione una farsa. «Invece che cercare criminali violenti e spacciatori - ha affermato - gli agenti usano le loro energie per deportare una donna con due bambini che vive qui da vent’anni e non rappresenta una minaccia per nessuno».

L’ex veterano dell’esercito scoperto a vendere droga
Mancano pochi giorni alla sentenza che probabilmente ordinerà la deportazione del veterano dell’esercito Miguel Perez Jr., inviato per due volte con le truppe americane in Afghanistan e condannato per spaccio di droga, per cui ha già scontato sette anni di carcere. Perez, 38 anni, è nato in Messico e cresciuto a Chicago: nel 2001 ha ottenuto la green card, il permesso di residenza permanente negli Usa, e ha raccontato che pensava erroneamente di essere diventato cittadino americano arruolandosi. La sua famiglia spiega che quando è tornato dall’Afghanistan ha sofferto di disturbo post-traumatico da stress e ha cercato rifugio nell’alcol e nelle droghe.

Poi, circa quattro anni dopo aver lasciato le forze armate, è stato scoperto, mentre consegnava della cocaina a un agente sotto copertura. Il suo avvocato ha spiegato che il giovane rischia di essere «torturato o ucciso» se torna in Messico: i membri delle forze armate che vengono deportati, infatti, spesso diventano un bersaglio essendo considerati soggetti che possono aiutare le gang criminali o i cartelli della droga grazie alla loro esperienza militare. Il suo destino è nelle mani di un giudice di Chicago, ma secondo diversi esperti la sua permanenza in America ha i giorni contati.