sabato 4 febbraio 2017

“Nonno” Naledi, così antico e così moderno

La Stampa
noemi penna

Mistero sulla datazione dell’ultima specie umana scoperta. “Cambia le idee sull’evoluzione”


L’Homo naledi era alto circa un metro e mezzo e disponeva di un cervello grande quanto un’arancia: finora sono stati trovati 1500 fossili

Quanti anni ha l’«uomo delle stelle»? La datazione dell’Homo naledi, l’ominino scoperto nel 2013 in Sud Africa e presentato al mondo nel settembre 2015, è uno dei «personaggi» più affascinanti della paleoantropologia. Gli studi proseguono per stabilire la datazione dei fossili rinvenuti nella «Camera di Dinaledi», una parte del sistema di grotte del Rising Star - la stella nascente - non lontano da Johannesburg. E mentre i ricercatori australiani fanno trapelare che a breve, probabilmente entro febbraio, annunceranno i risultati di nuove scoperte, l’unico italiano coinvolto nelle ricerche, Damiano Marchi dell’Università di Pisa, ospite a Torino della rassegna «GiovedìScienza», sta approfondendo i risvolti delle tre datazioni al momento più plausibili. Opzioni che in ogni caso - dice - «riscriveranno i libri di storia».

Le opzioni
Uno scenario è che l’Homo naledi sia vissuto tra i 3 e i 4 milioni di anni fa, agli albori dell’evoluzione degli ominini. «Mostra caratteristiche intermedie tra Australopithecus e Homo: cranio, polso, pollice, mandibola e denti sono moderni, mentre le dimensioni del cervello - non più grande di un’arancia - e la forma a imbuto della cassa toracica, che ci indica l’abilità ad arrampicarsi sugli alberi, sono elementi che lo avvicinano di più alle scimmie. Contraddizioni che, nel caso venisse confermata questa datazione, indurrebbe a scartare Lucy come antenato del genere Homo». La seconda opzione, «a mio avviso più verosimile», è che naledi risalga a un periodo tra i 2 e i 2,5 milioni di anni fa. In questo caso, «viste le conformazioni fisiche, potrebbe essere identificato come il primo vero ominino, prendendo il posto di Homo habilis, che potrebbe addirittura essere considerato un australopiteco o essere identificato come una “sperimentazione” nel vasto cespuglio dell’evoluzione umana».

La terza opzione, rivoluzionaria, è che «naledi sia più recente e appartenga al Pleistocene medio, tra i 300 e i 400 mila anni fa. In questo caso avrebbe convissuto con Homo evoluti, con capacità che gli altri hanno perso. Questa datazione - sottolinea Marchi - metterebbe in discussione alcuni fatti ritenuti fondamentali nell’evoluzione dello stesso genere Homo: l’accrescimento encefalico e il non vivere sugli alberi sarebbero quindi elementi validi di distinzione?». E, in ogni caso, come avrebbe fatto l’Homo naledi a «conservare caratteristiche così antiche e a sopravvivere in una nicchia ecologica già occupata da specie più evolute?».

Capacità cognitive
Le questioni in sospeso sono molte. E, più che dare risposte, una datazione dell’Homo naledi potrebbe in realtà aprire nuovi e intriganti quesiti. Uno tra tutti: come sono finite migliaia di ossa in fondo alla «Camera di Dinaledi»? Finora ne sono state rinvenute 1500, appartenenti a 15 individui di tutte le età, e mancano otto metri di grotta da esplorare. «Una delle ipotesi scartate - dice Marchi - è che vivessero lì, ma non abbiamo rinvenuto segni o altri elementi, come resti di focolari o strumenti litici.

Se la grotta fosse stata invece una trappola o la tana di un predatore, avremmo trovato detriti e ossa di animali». Si è quindi fatta largo l’ipotesi che si tratti di una «deposizione intenzionale dei morti. All’ingresso della “Camera” c’è un camino con una bocca molto stretta, su cui potrebbero essere stati lasciati i corpi. Le ossa potrebbero quindi essere scivolate lì dentro». Ma può un Homo con un cervello così piccolo essere in grado di seppellire i morti? «Pensiamo di sì: Homo floresiensis, con una capacità cranica di soli 380 centimetri cubi, inferiore anche a naledi, costruiva strumenti litici». E altri interrogativi sono legati a elementi come «la mandibola e i denti, che si presentano moderni, in grado di mangiare cibi cotti: non sono come quelli di Lucy, abituata ad una alimentazione “selvaggia”».

Le ossa e i denti
La «Camera di Dinaledi» è formata da terra argillosa e questa caratteristica «non ha permesso di datare le stalattiti, risultate contaminate». Diventano così essenziali le ossa e i denti di naledi. «Il radiocarbonio non si spinge oltre gli 80 mila anni. Sono anche al vaglio nuove tecniche, come la risonanza dello spin elettronico, la termoluminescenza e il paleomagnetismo, che si applicano al materiale fossile senza danneggiarlo - conclude Marchi -. Ma ora si è deciso di procedere oltre, “sacrificando” del materiale» che per essere analizzato verrà sbriciolato. Un bene inestimabile, certo, ma mai prezioso come le informazioni che fornirà.