giovedì 23 febbraio 2017

Niklas Frank: “Grazie a Dio, papà è stato giustiziato”

lastampa.it
niklas frank

Pubblicato il 06/10/2016
 Ultima modifica il 06/10/2016 alle ore 07:32

Il figlio di Hans Frank, il governatore nazista della Polonia racconta a Forlì l’orrore per il padre


Settant’anni fa, in chiusura del processo di Norimberga, veniva impiccato Hans Frank, governatore generale della Polonia dal 1939 fino alla fine della seconda guerra mondiale Il tribunale lo aveva riconosciuto colpevole di crimini di guerra e crimini contro l’umanità La sua missione come governatore della Polonia consisteva sostanzialmente nell’uccidere il maggior numero di ebrei possibile. Dal matrimonio con Birgit Herbst nacquero cinque figli. Niklas, nato nel 1939, scrittore e giornalista, è l’ultimogenito

Dovete immaginarvi mio padre Hans Frank come un uomo viscido, dal carattere sfuggente. È stata la sua viltà a condurlo alla forca. Grazie a Dio è stato giustiziato a Norimberga il 16 ottobre 1946. Sono contrario alla pena di morte, ma per mio padre farei un’eccezione ancora oggi. Almeno, per una volta, ha potuto sperimentare quella paura della morte che ha imposto milioni di volte a persone innocenti.

Mio padre Hans Frank è stato ministro del Terzo Reich senza portafoglio e governatore generale della Polonia. In base alle leggi del Reich si trovava lì in qualità di rappresentante di Hitler, e dunque è stato il responsabile politico di ogni assassinio avvenuto nel governatorato. Al processo di Norimberga ha riconosciuto la sua colpa nel massacro degli ebrei - anche se solo per pochi minuti - e ha poi concluso la sua sorprendente confessione con la frase: «Passeranno mille anni e questa colpa della Germania non sarà cancellata». Perché ha sparso così, improvvisamente, la sua colpa personale sulle teste di 80 milioni di tedeschi? In chiusura ha però detto:

«Voglio rettificare solo una cosa: nella mia confessione ho parlato di mille anni, prima che la colpa del nostro popolo causata dal comportamento di Hitler venga cancellata. Non solo il comportamento dei nostri nemici di guerra - accuratamente tenuto fuori da questo processo - nei confronti del nostro popolo e dei nostri soldati, ma anche gli enormi stermini di massa commessi nei confronti di tedeschi, per quello che ho potuto io stesso constatare, soprattutto in Prussia Orientale, Slesia, Pomerania e nella zona dei Sudeti da parte di russi, polacchi e cechi, e che tuttora vengono perpetrati, hanno di fatto già oggi azzerato completamente la colpa del nostro popolo». 

Con queste parole marciava già sulla strada della negazione dei crimini tedeschi per il dopoguerra della Germania: compensando i propri crimini con quelli degli alleati, egli minimizzava i propri. Malgrado le prove schiaccianti presentate nel corso di un lungo processo, mio padre non aveva capito nulla. Malgrado in prigione si fosse fatto battezzare secondo il rito cattolico, anche se avesse avuto un’apparizione di Gesù nella sua cella, è rimasto un tipico tedesco: ostinato, deciso a non vedere, vile e viscido fino alla fine della sua vita. Io disprezzo lui e il suo Gesù tinto di nazionalsocialismo. Il modo in cui mio padre ragionava è ben rappresentato dal suo rapporto con Mussolini. Lui amava il Duce.

Così scriveva in un suo manoscritto strappalacrime redatto in prigione e che successivamente mia madre autopubblicò (ed ebbe anche un certo successo) con il titolo: Di fronte alla forca: «Oggi sono stato oggetto di un suo benvenuto davvero cordiale. Ci siamo seduti al tavolo uno di fronte all’altro. La sua testa aveva una struttura gigante con una fronte meravigliosamente geniale, sotto i grandi, potenti e nerissimi occhi brillava la vita, così come io non l’avevo mai vista in nessun altro uomo, non con questa inesauribile e fiammeggiante intensità. Mussolini era nato grande, e a differenza di Hitler era uno spirito libero, né possedeva, come invece Hitler, quell’ideologia pericolosa e fanatica». 

Mio padre era legato a lui da un amore pieno e untuoso. E continuava: «Tutto ciò che viene detto oggi su Mussolini dai suoi nemici, che con il suo ignominioso assassinio portano il peso di una tremenda ingiustizia, è completamente sbagliato. Egli amava il suo popolo sopra ogni cosa, e per esso voleva il meglio». Al contrario di mio padre sono ancora oggi profondamente invidioso del popolo italiano, che al contrario di quello tedesco, si è sbarazzato personalmente del suo Führer, anche se in modo brutale e in forme contrarie allo stato di diritto.

Per anni mia madre ha intrattenuto un affettuoso epistolario con Edda Ciano Mussolini, con alcuna consapevolezza, da entrambe le parti, dei crimini commessi dai rispettivi marito e padre. Nella nostra famiglia veniva spesso raccontato con orgoglio che Mussolini, dopo la sua liberazione da parte dei tedeschi, come prima cosa avesse detto. «E adesso deve venire il ministro della Giustizia Frank!». Per quanto ne so, mio padre è ancora cittadino onorario di Bologna… Chissà se in qualità di figlio posso girare gratuitamente sui bus della città?

Per quanto riguarda la colpa tedesca, lo Stato tedesco, in quanto successore legale del Terzo Reich, deve preoccuparsi che i risarcimenti alle vittime vengano garantiti nel modo più generoso possibile. La cosa però è stata accettata dalla Germania con riluttanza, e ancora molti procedimenti sono in attesa di essere regolati. Noi, un Paese ricco sfondato, non possiamo in alcun modo nasconderci dietro sofismi legali. 

Una colpa individuale sussiste solo ancora fra quei pochissimi tedeschi ancora in vita che all’epoca presero parte attiva ai crimini. Noi altri tedeschi siamo tutti non colpevoli. Ci rendiamo tuttavia colpevoli nella misura in cui non riconosciamo i nostri crimini come tali. E in conseguenza di questo, secondo me, alberga presso di noi un antisemitismo in divenire sempre più audace e un crescente odio per i richiedenti asilo. Io amo la Germania, ma non mi fido dei tedeschi. Non abbiamo imparato nulla dai crimini dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Dunque, temeteci.