martedì 14 febbraio 2017

Negli ospedali infezioni su del 15% se la ditta delle pulizie è esterna

La Stampa
nicla panciera

In Italia, causano più decessi degli incidenti stradali

L’esternalizzazione dei servizi di pulizia negli ospedali è associata ad una maggior incidenza di infezioni da batteri resistenti agli antibiotici, in particolare da Staphylococcus aureus. Lo dimostra per la prima volta uno studio britannico condotto tra il 2010 e il 2014 su 126 unità sanitarie secondarie amministrative britanniche (trust) ciascuna delle quali può comprendere fino a dodici ospedali.

L’analisi è stata condotta utilizzando i dati sulle infezioni da S.aureus e i dati sulla pulizia percepita da degenti e staff ospedaliero, emersi da indagini commissionate dal sistema sanitario nazionale britannico NHS e dalla Care Quality Commission. Ne è emerso che le strutture socio-sanitarie e gli ospedali che appaltano esternamente la gestione dei servizi di pulizia hanno il 15% in più di infezioni rispetto agli ospedali che non lo fanno. Questa differenza si mantiene analoga anche quando si considerano altre caratteristiche, come la dimensione della struttura e la complessità dei casi.

Meno pulizia, più infezioni
Lo studio, apparso sulla rivista Social Science and Medicine è il primo a dimostrare la correlazione tra esternalizzazione dei servizi di pulizia e infezioni da S.aureus meticillino-resistente (MRSA) ed ha inoltre mostrato anche che l’outsourcing è associato ad un minor numero di addetti alle pulizie per posti letto, ad una percezione di minor pulizia da parte di pazienti e staff ospedaliero e ad una minor disponibilità di impianti igienici per lavarsi le mani, tutti aspetti fondamentali per prevenire la diffusione delle infezioni, ma è emerso un certo risparmio in termini di costi per il servizio.

Appalto a servizi di pulizia esterni per risparmiare
Affidare i servizi di pulizia a ditte esterne è una scelta dettata dalla necessità di tagliare i costi. Questo è stato confermato anche dallo studio, che ha stimato che i servizi esternalizzati abbiano avuto un costo annuo per posto letto di 2894 sterline, rispetto ad un costo di 3130 sterline in chi gestisce al proprio interno il servizio.

«Pensiamo che la competizione quando si basa sul solo prezzo possa portare ad un peggioramento della qualità: le aziende a cui viene appaltato il servizio di pulizia degli ospedali tendono a vincere gli appalti perché propongono prezzi molto bassi pagando poco i loro dipendenti» ci spiega la prima autrice dello studio Veronica Toffoletti ricercatrice di economia sanitaria del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Oxford. 

«Tra i problemi più frequenti che riguardano gli operatori addetti ci sono la necessità di sviluppare un forte senso di responsabilità sull’importanza del loro lavoro, le modalità di esecuzione delle pulizie, la frequenza delle stesse e la qualità dei materiali usati: è necessario, quindi, effettuare selezioni più accurate e migliorare la conoscenza degli operatori. 

Ci sono ricerche che dimostrano come nel personale di pulizia ci sia uno dei più alti turnover, assenteismo ed insoddisfazione e un più basso grado di specializzazione all’interno nel settore sanitario inglese. Inoltre si riscontra, sempre attraverso la letteratura, che quando il personale di pulizia è assunto dall’ospedale anziché da un’azienda esterna tende ad avere uno spirito comunitario che consente una miglior esecuzione del lavoro». 

Il costo delle infezioni
Eppure, i costi dovuti alle infezioni non sono bassi: in Italia ogni infezione ospedaliera comporta una spesa di circa 9.000-10.500 euro, come emerge da una ricerca sul peso economico delle infezioni ospedaliere in Italia, condotta da Francesco Saverio Mennini, professore di economia sanitaria, direttore del centro Economic Evaluation and HTA del Ceis dell’Università di Roma «Tor Vergata». Ogni anno circa il 5-8% dei pazienti ricoverati in Italia contrae un’infezione ospedaliera, per un totale di circa 450-700 mila casi e 4.500-7.000 decessi. 

Le infezioni nosocomiali e la resistenza agli antibiotici
Quello delle infezioni da batteri antibiotico resistenti è un problema per tutti i paesi, nessuno escluso. L’Italia in particolare è particolarmente colpita. Secondo il rapporto annuale dell’European Center for Diseases Control (ECDC), redatto con i dati del sistema di sorveglianza Eears-Net dell’Unione Europea, l’Italia è al primo posto per uso di antibiotici e, dopo la Grecia, è il paese con il più alto tasso di microrganismi resistenti agli antibiotici. In molti casi, le infezioni ospedaliere sono sostenute da batteri multiresistenti e pan-resistenti agli antibiotici. 

Per quanto riguarda S.aureus, il primo studio di sorveglianza a livello nazionale è stato pubblicato nel 2012 ed ha mostrato che «le infezioni sostenute da questo microrganismo rappresentano il 11,6% di tutte le infezioni nosocomiali nei nostri ospedali, in linea con i dati di incidenza europei. Nel 35% dei casi si tratta di infezioni sostenute da ceppi meticillino-resistenti (MRSA) e questo è un dato piuttosto stabile nel tempo» spiega la responsabile del lavoro, la professoressa Stefania Stefani direttrice del laboratorio di microbiologia molecolare e di studio delle resistenze agli antimicrobici presso il dipartimento di Scienze Biomediche e biotecnologiche dell’Università degli Studi di Catania.

«S.aureus è un batterio persistente, che sviluppa resistenza a farmaci di uso sistemico anche di nuova generazione e/o importanti come i glicopeptidi, capace di cronicizzare e quindi di difficile eradicazione». S.aureus non è il solo patogeno ospedaliero ad altra frequenza. Nel nostro paese preoccupa l’aumento della resistenza ai carbapenemi nei batteri Gram-negativi e soprattutto negli enterobatteri. I carbapenemi sono una classe di antibiotici di grande utilità e diventano salvavita quanto tutti gli altri antibiotici non sono più efficaci a causa dell’acquisizione di resistenze multiple: è il caso dei ceppi MDR di Klebsella pneuomoniae, Acinetobacter baumannii ma anche P.aerugionosa e E.coli.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27842868