lunedì 27 febbraio 2017

Ma ora la California sogna la secessione dall’America di Trump

lastampa.it
paolo mastrolilli

Lo Stato più ricco del Paese avanguardia dei democratici. Silicon Valley e Hollywood guidano la “Resistenza”


Venerdì Jodie Foster e Michael J. Fox hanno guidato la protesta organizzata a Los Angeles in vista degli Oscar. In tutte le città californiane sono in corso manifestazioni anti Trump

Il paradiso degli alternativi Haight Ashbury, la controcultura, la libreria City Lights di Ferlinghetti, Hollywood, il quartiere post industriale Dogpatch, la comunità gay, gli ambientalisti abbracciatori di alberi, la Silicon Valley, gli illegali ispanici che raccolgono verdura nei campi, e la Siberia. Cosa hanno in comune queste immagini, in apparenza elencate a caso? Sventolano tutte insieme sulla bandiera con l’orso della California Republic, e sognano la «Calexit» per dare un colpo a Trump. Col rischio, però, di fare in realtà il gioco di Putin.

Venerdì Jodie Foster e Michael J. Fox hanno guidato «United Voices», la protesta organizzata a Los Angeles in vista degli Oscar, per trasformare la celebrazione del cinema nella rivolta contro il presidente. Il rifiuto del regista iraniano Asghar Farhadi di partecipare alla premiazione, e il divieto all’ingresso negli Usa del siriano Khaleb Kateeb, hanno contribuito a legare la vanità del tappeto rosso alla drammaticità della cronaca politica. 

Oltre ai riflettori di Hollywood, però, la resistenza a Trump ha uno spessore assai più profondo, e la California, davanti all’impotenza parlamentare dei democratici, è diventata la sua avanguardia. «Noi - è il ragionamento - guidiamo l’economia e l’innovazione degli Usa: perché dovremmo farci governare dai minatori della West Virginia?».

Così una strana alleanza che unisce hippy e nerd, liberal sanderisti e arcigni conservatori, si è appassionata all’idea della «Calexit», ossia la versione americana della Brexit con l’uscita della California dagli Usa. È ragionevole prevedere che non avverrà mai, perché è difficile sul piano legale e non conviene a nessuno su quello pratico. Secondo un sondaggio della Reuters, però, un cittadino su tre vorrebbe l’indipendenza, e il movimento che la promuove spera di poter tenere un primo referendum già l’anno prossimo.

L’idea di trasformare la California in una nazione esiste grosso modo da quando questo stato è entrato negli Usa. È la sesta economia del mondo, ha un territorio benedetto dalla natura che va dalle montagne innevate della Sierra all’oceano, e una popolazione più numerosa del Canada. Ma il sogno della Calexit ha subìto un’imprevista accelerazione l’8 novembre scorso, quando Hillary ha stravinto lo stato, ma perso la Casa Bianca.

Fino a quel giorno il movimento «Yes California», inventato dal trentenne americano di origini italiane Louis Marinelli, era stato un gioco. Louis, infuriato col sistema che aveva negato l’integrazione alla sua moglie russa, aveva deciso di abbatterlo, lanciando la campagna per la «Calexit». Lo aveva fatto da destra, però, e a novembre aveva votato Trump, pensando che fosse la persona giusta per materializzare negli Usa il sentimento populista della Brexit. Con la vittoria di Donald le cose gli sono sfuggite di mano. 

La mailing list di Marinelli è arrivata in breve a 160.000 nomi, e 8.000 persone si sono registrare come volontari. Sono soprattutto liberal anti Trump, ma al cavallo donato non si guarda in bocca. Il progetto è tenere un referendum nel 2018, per cancellare dalla Costituzione della California la frase che la descrive come parte inseparabile degli Usa. A gennaio il ministro della Giustizia dello stato, Xavier Becerra, ha autorizzato l’iniziativa, e quindi ora Louis deve raccogliere entro il 25 luglio le 585.407 firme necessarie a indire la consultazione.

Se vincerà, nel 2019 organizzerà un altro referendum per chiedere ai cittadini se vogliono che la California diventi una nazione sovrana. A quel punto, a meno di scatenare una seconda Guerra civile, la richiesta di secessione potrebbe seguire due strade. La prima è la proposta in Congresso di un emendamento costituzionale per la Calexit, che dovrebbe ottenere due terzi dei voti di deputati e senatori. La seconda è invece la convocazione di una Convention di tutti gli stati dell’Unione, per approvare l’emendamento costituzionale con una maggioranza di due terzi, e sottoporlo poi al giudizio dei parlamenti locali, dove dovrebbe ottenere almeno 38 voti su 50 Stati. L’altro problema poi è che Marinelli vive a Yekaterinburg, in Siberia. 

Lui sostiene di essere andato prima delle presidenziali di novembre per insegnare inglese, ma ha ricevuto soldi da Mosca e ha partecipato alle riunioni del Movimento anti-globalizzazione russo, un gruppo finanziato dal Cremlino per contrastare il dominio economico di Paesi come gli Usa. In altre parole potrebbe essere una quinta colonna di Putin, incaricata di seminare nuove divisioni fra gli americani per indebolirli. «Tutti questi dubbi - commenta Stephen, esperto di pubbliche relazioni a San Francisco - sono veri. Ma il risentimento contro Trump è così forte, che i liberal della California sono pronti a fare un patto col diavolo pur di colpirlo, abbatterlo, o abbandonarlo».