mercoledì 15 febbraio 2017

L’udienza si è tenuta domani

La Stampa
mattia feltri

Il 28 novembre del 2016 un avvocato di Bologna sta cercando il modo di evitare la galera a un cliente. Il caso si discute l’indomani (29 novembre). L’uomo, un africano, secondo il pm deve andare in carcerazione preventiva, e il tribunale del riesame deve stabilire se ci andrà o no. In quel momento all’avvocato arriva una mail proprio dal tribunale. Avranno rinviato l’udienza, pensa. Apre il documento e macché, scopre che la decisione è presa: il cliente finirà in cella. 

L’avvocato si maledice, si dà dell’asino, della bestia: mi sarò appuntato male la data, ho saltato l’udienza, che disastro! Poi si accorge che la data della sentenza (in termine tecnico, dell’ordinanza) è quella giusta: 29 novembre. Cioè, è il 28 novembre, l’udienza è il 29, ma la sentenza c’è già. E piena di dettagli, di scienza, nove pagine in punta di diritto. Il giorno dopo l’avvocato va in udienza: «Che stiamo qua a fare? Avete deciso, e senza sentire le ragioni della difesa...». C’è un po’ di imbarazzo. I giudici decidono di astenersi perché, vedi mai, «si può ingenerare l’apparenza che si sia già assunta la decisione prima del contraddittorio». 

Eh, accidenti, magari sì, si è ingenerata, e però i giudici spiegano che è stato un errore materiale, non era una vera ordinanza, era una traccia, una bozza di lavoro, un bignamino per facilitare il lavoro. Si fa sempre. E cioè, signori miei: è la prassi. E se è la prassi, forse questa storia non è un’eccezione, è la regola. In prigione per la sentenza che è stata emessa domani.