giovedì 16 febbraio 2017

"L'Italia, i torturatori e la mia giustizia negata". L'urlo di Maria, rubata ai genitori dalla dittatura uruguaiana

repubblica.it
di ALFREDO SPROVIERI

Padre e madre furono uccisi nel lager per dissidenti politici ma il tribunale penale di Roma ha assolto i presunti aguzzini. E ora lei accusa: hanno lasciato liberi i futuri golpisti. Un docufilm per raccontare trent'anni di vita alla ricerca della verità

"L'Italia, i torturatori e la mia giustizia negata". L'urlo di Maria, rubata ai genitori dalla dittatura uruguaiana
Maria Victoria Moyano Artigas

ROMA - Il docufilm “El Robo”, diretto da Carlos Asseph, (produzione indipendente che gira da mesi nelle università argentine) racconta la sua vita da nieta recuperada e il suo impegno da attivista per i diritti umani. Maria Victoria Moyano Artigas oggi studia in Argentina. Ha viaggiato da una parte all’altra del mondo per ottenere le risposte che attende da 30 anni, ma dovrà aspettare ancora. Nel 1987, grazie ad una segnalazione della scuola, si scoprì che quella bambina di nove anni era stata rapita alla nascita nel 'pozzo di Banfield', il famigerato lager per dissidenti politici.

I suoi genitori erano Alfredo Moyano Santander e María Artigas, due esuli uruguaiani. Maria Victoria è rimasta solo 8 ore con loro: li rapirono in casa in Argentina il 30 dicembre del 1977. Il padre era un giovane imbianchino, la madre una studentessa di medicina incinta al primo mese di gravidanza. Nessuno sa che fine abbiano fatto: sono desaparecidos.

La Corte Penale del Tribunale di Roma chiamata a giudicare una tranche del processo Condor - quella nella quale erano coinvolte vittime di origine italiana - ha assolto i loro presunti torturatori, fra cui l'italo uruguaiano Jorge Nestor Troccoli. Maria Victoria era in aula, e alla lettura della sentenza non ha contenuto la rabbia, cercando di ottenere spiegazioni.

Cosa voleva dire ai giudici?
"Che hanno sbagliato, che questa sentenza rappresenta un pericolo per le generazioni presenti e future perché, come dice mio zio Dardo Artigas, gli impuniti di oggi sono i golpisti di domani".

Prima della sentenza ha sostenuto che questo era un processo che si occupava non solo del vostro passato, ma anche del vostro futuro. Cosa farete adesso?
"Come prima cosa vorremmo che alla petizione che abbiamo lanciato aderissero tutti quelli che, come noi, sono indignati per questo errore. Dopo di che continueremo a lottare come abbiamo sempre fatto, perché siamo "lottatori sociali" come lo sono stati i miei genitori e tutti coloro che hanno lottato per un mondo più giusto".

Cosa avrebbe voglia di dire oggi ai suoi genitori?
"Che sono orgogliosa di loro, che sono grata dell’eredità rivoluzionaria che ci hanno lasciato loro e tutti gli altri compagni desaparecidos. E che finché continueremo nella lotta loro saranno con noi".