domenica 19 febbraio 2017

Le scissioni che hanno cambiato la storia e quelle diventate un flop

lastampa.it
fabio martini



La storia della sinistra italiana è segnata da una striscia senza fine di strappi, spesso dolorosissimi, ma caratterizzati da una differenza essenziale: alcune scissioni hanno interpretato una necessità “storica”, lasciando un segno indelebile nelle vicende politiche e sociali; altre, fatte sulla spinta di una necessità della “cronaca” o per effetto di divisioni personalistiche, hanno finito per avere un respiro corto e alla lunga si sono trasformate in un flop, un danno per lo schieramento che si immaginava di rafforzare. Se è presto per capire come si concluderà la diatriba in atto all’interno del Pd, ancora più prematuro è prevedere se l’eventuale scissione apparterrà agli eventi storici o ai flop: ma i precedenti possono aiutare a capirlo.

La prima grande separazione nella storia della sinistra italiana è quella che nel 1921 porta la frazione comunista a lasciare il Partito socialista nel congresso di Livorno, che infatti da allora viene proverbialmente associato al termine scissione. Il nucleo raccolto attorno ad Amedeo Bordiga e ai più giovani Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti si separa dal ceppo socialista in nome del mito della “rivoluzione d’ottobre”, della violenza rivoluzionaria, dell’Internazionale comunista. I fatti si incaricheranno di dimostrare che quella scelta interpretava una “necessità” storica, condivisa da milioni di persone, in Italia e fuori. Certo la storia, alla lunga, avrebbe dato ragione al capo dei socialisti riformisti, Filippo Turati, che a Livorno ai compagni che lasciavano il partito, indirizzò parole fraterne e profetiche:

«La miseria, il terrore e la mancanza di ogni libero consenso in Russia produrrà decenni di patimenti e povertà, un paradosso per un Paese così ricco di risorse», «la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto» e «quando anche voi avrete impiantato il partito comunista in Italia, sarete forzati (lo farete, perché siete onesti) a ripercorrere la nostra via, la via dei socialtraditori». In Russia e in Italia andò come aveva profetizzato Turati, ma è altrettanto vero che la scissione del 1921 diede vita ad un partito, il Pci, che avrebbe segnato profondamente per 70 anni la vita politica e sociale italiana e che sarebbe diventato la più grande forza comunista dell’Occidente. 

Molto importante e interprete delle “necessità” della storia anche la scissione di palazzo Barberini, quella che nel 1947 portò i socialisti “autonomisti” di Giuseppe Saragat a lasciare il Partito socialista guidato da Pietro Nenni, nella convinzione che fosse strategicamente sbagliata l’alleanza stretta con il Pci stalinista di Togliatti. La scissione fu esiziale per il consolidamento di una forza socialista autonoma in Italia, ma i socialdemocratici, pur con un’identità sempre più sbiadita, contribuirono ai governi centristi guidati da De Gasperi, protagonisti della rinascita del Paese, la più poderosa della storia nazionale.

Sempre ai danni del Psi la scissione che nel 1963 portò alla nascita del Psiup, in dissenso dalla scelta di Nenni di dar vita a governi di centro-sinistra. Ispirata dai “carristi” che avevano preso posizione favorevole all’URSS in occasione della repressione della rivolta in Ungheria, i psiuppini si fecero il loro partito, costituirono una piccola nomenclatura, ma senza mai distinguersi dal Pci, chiusero i battenti dopo 8 anni e più tardi il più carismatico di loro, Lelio Basso, confessò che quella scissione era stato un errore.

L’ultima scissione importante risale al 1991: contestando lo scioglimento del Pci, nasce il Partito della Rifondazione comunista che per qualche anno intercetta, con risultati significativi, gli elettori che credono in una rinascita del comunismo, ma anche in questo caso a far la differenza è la “necessità” storica: nel 1921 il comunismo era un mito per milioni e milioni di persone, nel ventunesimo secolo per tanti è un incubo, per altri non evoca più qualcosa di trascinante.