venerdì 3 febbraio 2017

«Illegittimi i ristoranti sull’acqua» La sentenza che scuote il Naviglio

Corriere della sera

di Paola D’Amico

Il Consiglio di Stato: via i barconi in 4 mesi. «Lo spazio acqueo costituisce un bene demaniale contendibile. Va messo a gara». Il Comune prepara il bando



Sono parte integrante del paesaggio urbano. Galleggiano in quel tratto di canale dalla metà degli anni Ottanta. Il Naviglio Pavese non è navigabile ma le grandi chiatte che ospitano bar e ristoranti danno l’illusione che lo sia. Anche nelle giornate nebbiose d’inverno. Ora i giudici del Consiglio di Stato, scrivendo la parola fine a un contenzioso che si trascina da quattro lustri, hanno deciso che quei tre barconi (un quarto è nella giurisdizione del Consorzio di Bonifica Est Ticino/Villoresi e resta dov’è) devono mollare gli ormeggi entro 120 giorni, come anticipato dal quotidianoIl Giorno. Sentenza senza appello.

La notizia ha colto di sorpresa lo stesso Comune, protagonista del duro braccio di ferro con i gestori dei locali galleggianti. La decisione non significa che lungo gli specchi d’acqua non sarà più possibile attraccare chiatte e barconi ad uso intrattenimento. Scrivono infatti i giudici: «Lo spazio acqueo occupato dal barcone costituisce un bene demaniale economicamente contendibile, il quale può essere dato in concessione ai privati, a scopi imprenditoriali, solo all’esito di una procedura comparativa a evidenza pubblica».
p
Non a caso gli uffici, dal giorno della riattivazione della Darsena,stanno studiando un regolamento d’uso innovativo. Ma la pratica non è completa e pare essere ancora lontana dal necessario passaggio in Consiglio comunale, cui spetterà l’ultima parola. Non è quindi escluso che un domani gli spazi demaniali occupati dai barconi siano messi a bando. Ma se la gara pubblica non arriverà entro i prossimi quattro mesi, le chiatte dovranno inevitabilmente essere portate via. «Ora è tutto nelle mani della politica», dicono sia i ristoratori, che lottano per la salvezza, sia i comitati cittadini, che invece sono tra i principali oppositori alla permanenza dei barconi, come conferma Gabriella Valassina.

Sono tre sentenze fotocopia quelle depositate martedì scorso dalla sesta sezione del Consiglio di Stato. Come già aveva fatto il Tar Lombardia, respingono il ricorso delle tre società che gestiscono attività di ristorazione su chiatte galleggianti. Si tratta del «Cristal Pub» di via Ascanio Sforza 11, dell’«Old Camillo’s Pub» ormeggiato in Ascanio Sforza 19 e del locale di via Scoglio di Quarto. Giovanni Rossi, legale rappresentante della società che ha ingestione Il Barcone, attraccato davanti al ristorante Frank Pummarola, spiega: «Se parteciperemo a un bando? Certo. Ma c’è un piccolo problema che sfugge a molti: la chiatta ormeggiata davanti al locale ne è parte integrante. La nostra licenza dal 1985 è unica e riguarda ristorante, dehors e barcone. Siamo in attesa di un incontro in Comune per tentare di trovare un accordo».

Intanto, la pratica è stata trasferita dal settore Commercio interamente al Demanio. nRossi racconta che il suo babbo Armando avviò il locale (pizzeria, pesce e carne) nel 1981. Oggi «è in tutte le guide del mondo e con il bel tempo i turisti cinesi chiedono di essere immortalati con la chiatta sullo sfondo». Il contenzioso è iniziato prima con la Regione che ha gestito il Naviglio fino a metà degli anni Novanta, per passarlo poi in parte al Comune in parte (dopo il ponte di via Pavia) al Consorzio di Bonifica Est Ticino/Villoresi.

«Ci fu data la concessione, perché diversamente non avremmo portato qui una chiatta, e un anno dopo ce la tolsero», racconta Rossi. Allora iniziarono i ricorsi. La faccenda s’è complicata con il passaggio delle competenze al Comune. Che ha tentato con due diverse ordinanze di sloggiare le chiatte. Nel 2009 e nel 2014. In quell’anno, tra l’altro, un’interrogazione del grillino Mattia Calise, portò a galla debiti pregressi delle tre società nei confronti dell’amministrazione, 140mila euro in tutto. «Debiti che stiamo sanando per quanto ci riguarda — dice Rossi — con cartelle esattoriali che abbiamo regolarmente pagato». I gestori hanno respinto più d’un attacco. Ordinarono la cessazione dell’attività le giunte Formentini, la Conferenza di Servizi nel 2009 e infine nel 2014, la giunta di Giuliano Pisapia.