venerdì 3 febbraio 2017

Il popolo di Trump contro Disney, Harry Potter e la birra belga

La Stampa
benedetta grasso


L’attore Idris Elba alla prima di Zootropolis. Ha dato voce al capo della polizia

Niente più birre Budweiser, film Disney e Harry Potter, se hai votato Trump.

«Pura propaganda! Zootropolis è un lavaggio del cervello di sinistra» scrive una mamma preoccupata su Amazon, dando la sua interpretazione di un cartone nel quale gli animali discutono gli istinti che ci rendono civili e incivili: forse in modo complesso, senz’altro con intenti edificanti. Anche la recensione di Jim (sempre su Amazon) concorda: «Incredibile!

Guai a osare, ad avere un’opinione diversa! Niente più Disney: non possiamo fidarci di loro per l’educazione morale dei nostri figli». «Ci vogliono dividere». Una sola stellina anche a Creed: «Troppi neri». Ma l’apoteosi è per The Americans, spy story che rievoca le gesta degli agenti russi infiltrati negli Usa ai tempi della guerra fredda: «Non voglio guardarlo, molti personaggi non sono americani».

Recensioni reali di utenti scontenti, capolavori del paradosso, come la hit parade dei peggiori film del sito Breitbart, diretto da Steve Bannon, che ha ora in mano la Casa Bianca (è il Chief Strategist del presidente). Animal House? L’ho amato tantissimo, ma rafforza l’idea che i perdenti vanno premiati. Il Dottor Stranamore: le armi nucleari hanno salvato un sacco di vite, il Giappone se lo meritava, insegna a delegare la responsabilità. Footlose: cosa c’entra il cattolicesimo vero con la danza? 

Sembrano parodie, leggerezze imperdonabili mentre una dodicenne con i genitori già cittadini negli Stati Uniti è bloccata a Djibouti, dopo che Trump ha firmato un decreto in fretta furia senza seguire convenzioni e protocolli tradizionali, senza consultarsi con il suo stesso team, o dipartimenti di governo (in maggioranza repubblicani che l’avrebbero reso semplicemente più attuabile e sensato), eppure i commenti a questa notizia non sono poi così diversi da quelle recensioni surreali. Sono senza filtri: «Non è la responsabilità del popolo americano essere i suoi genitori!».

Oppure: «Certo che se lasciano la figlia indietro, peggio per loro». Ancora: «Quando faranno un film su di lei?». Per concludere: «Figurati se una vestita così ama l’America, rimandateli indietro». Inutile indagare gli effetti se un suo amico iraniano che sognava la notte degli Oscar per vedere una regista premiato dal paese che ama di più al mondo, gli Stati Uniti, oggi è invece animato da un risentimento che infuoca una mentalità da vittima. Quella stessa mentalità che aveva criticato in qualche parente lontano e più estremista, ora gli sembra allettante.

La guerra all’arte ha echi di un passato autoritario, ma forse qui è un’esplosione di un’ipersensibilità moderna che - tra l’altro - viene spesso attribuita alla sinistra come anche causa della sua stessa rovina, ma si manifesta uguale anche tra gli altri. In tanti si sono accaniti contro i democratici accusandoli di aver esagerato con il simbolismo orwelliano, ma l’opposizione negli Stati Uniti non è becera, se creativa, e chi ha già letto e capito Orwell non è forse il nemico peggiore.

Il più piccolo graffio è una ferita mortale, il mondo è a squadre, ma questioni serie come la fiducia nei meccanismi neutrali, l’esperienza considerata basilare per ottenere una nomina, alcune libertà, e perfino la razionalità sono visti come secondari. Uno studioso, uno scienziato, una studentessa del college, una famiglia cattolica siriana, una famiglia curda a Nashville, un medico che doveva tornare dai suoi pazienti, due ragazze cresciute nel New Jersey che aspettano la mamma irachena, un impiegato di Apple o di Google non hanno solo da affrontare le intricate nuove leggi, districarsi, capire cosa è pericoloso, cosa xenofobo cosa puramente burocratico, devono sostenere anche lotte di pop culture.

E poi ci sono il Superbowl, il rito americano per eccellenza, e una pubblicità che circola online. È la storia della birra Budweiser: un immigrato arriva a Ellis Island, passa le pene dell’inferno tra insulti perché non è come gli altri e intemperie e infine diventa un businessman di successo. Questa stessa pubblicità qualche anno fa sarebbe stata vista come la cosa più patriottica del mondo e invece oggi: «Come puoi paragonare degli immigrati bianchi tedeschi con degli stupidi Musulmani che distruggono tutto solo perché gliel’ha detto Allah? Ma sei serio? hai perso un cliente!». «La Budweiser non è più americana ma belga, in Belgio Muhammad è il nome più comune».

Passando per il boicottaggio della destra contro Starbucks che ha annunciato l’intenzione di assumere rifugiati della destra, e quello della sinistra contro Uber perché non ha fatto sciopero come i taxi. Morale: meglio non confondere un Trump da domare, più che demonizzare, coi suoi elettori. Che sono una minoranza premiata dal sistema proporzionale combinata con elezioni poco convenzionali. Meglio non dipingerli come uno stereotipo ignorante perché molti non lo sono. Sono invece compulsivi della tastiera a cui manca il tempo di esaminare le questioni a fondo, americani che non percepiscono il tradimento degli immigrati legali o dimenticano che per ragioni geografiche i rifugiati non arrivano in massa e comunque, anche prima di Trump, erano costretti ad affrontare una burocrazia complessa, esigente e a tratti abbastanza insensata.

Resta il fatto che di fronte a storie di ebrei yemeniti bloccati alla frontiera, gente in lacrime, un’irachena morta - respinta, non è arrivata in tempo per curarsi - sembra che la preoccupazione principale sia che «A Hollywood ora trattano malissimo Nicole Kidman». La sensazione disarmante è che le persone non siano più in grado di ironizzare sugli eccessi né di provare empatia. Pur restando le eccezioni rimarchevoli: Ellen de Generes che ha spiegato con dolcezza, usandola come satira, la storia di Finding Dory per spiegare come ci insegni ad accettare il diverso. E pensare che Trump ha visto quel film proprio mentre famiglie intere restavano bloccate negli aeroporti. 

Forse uno dei paradossi più potenti è stato esemplificato dal tweet con cui JK Rowling, l’autrice di Harry Potter, ha risposto a una fan che le ha fatto sapere che dopo 17 anni di amore incondizionato per il maghetto aveva appena bruciato i libri disgustata e imbarazzata dalle sue opinioni politiche. La risposta della Rowling è stata: «Forse è vero quello che dicono: puoi far leggere a una ragazza dei libri che raccontano dell’ascesa e la caduta di un autocrazia, ma lo stesso non riesci a farla pensare per davvero…». Chi vede il bicchiere mezzo pieno passa oltre, magari appena infastidito da questa ipersensibilità collettiva che si nutre solo di capri espiatori.

Chi vede quello mezzo vuoto deve constatare che nel 2017 c’è qualcuno che, pur avendo studiato la Storia del Novecento, riesce a vantarsi pubblicamente di aver bruciato dei libri.