lunedì 20 febbraio 2017

Fiera di mia figlia che delinque

repubblica.it
Concita De Gregorio

Un momento degli scontri fra polizia e studenti a Bologna

 Da una lettera di Marina Ricci

Bologna. Scontri di piazza fra studenti e polizia durante le proteste per i tornelli “da banca” fatti mettere dal rettore Francesco Ubertini al 36 di via Zamboni, la biblioteca di Discipline umanistiche: i tornelli consentono di entrare solo chi sia in possesso di badge. Tornelli “neo-liberali”, “tornelli Gelmini” nelle cronache dei collettivi. Il 36 è luogo “aperto” della città, “luogo d’incontro e di diritto allo studio” – scrivono gli studenti di Univ-Aut sul sito dell’Antagonismo universitario. “E’ un luogo dove entrano persone che spacciano e si bucano”, replica il sindaco Virginio Merola, Pd, che appoggia il rettore.

Due ragazzi arrestati per “forte propensione a delinquere”, parole del giudice Roberto Mazza, moltissimi identificati dai filmati e “attenzionati” dalla polizia. Molte lettere. Tra tante quella della madre di Ilaria, 19 anni, di Cremona, fuorisede a Bologna, matricola a Filosofia. Si definisce “la madre di una delinquente”, avverto istintiva diffidenza. L’intervento dei genitori (certi genitori) a tutela dei figli è spesso per i ragazzi una sventura aggiuntiva. Quei padri che alle elementari si riuniscono perché imparare a memoria le tabelline per i bambini è stressante, alle medie si parlano in chat tutto il giorno facendo un caso di ogni infantile parola, alle superiori vanno a portare le palle di Natale per l’albero, durante l’occupazione. Se i genitori togliessero le mani.

Chiamo dunque Marina Ricci con qualche diffidenza. Ha scritto: “Giornali e tv danno notizie distorte di quello che sta succedendo. Quando ho visto la brutalità delle cariche e della irruzione della celere in biblioteca ho provato per un attimo dolorosissimo il desiderio, da madre che vuole proteggere l’incolumità fisica della sua “ bimba”, il desiderio di avere una figlia “al sicuro”, una che pensi ai propri interessi e si preoccupi solo di quelli. Sono invece felice che mia figlia si associ a delinquere con altri che sanno alzare la testa dai libri pur amandoli come lei li ama”. E’ una frase cruda, ne parliamo a lungo al telefono.

Marina Ricci è medico, neuropsichiatra dell’età evolutiva. Contraria, certo, a ogni forma di violenza. Sua figlia non fuma neppure tabacco, studia con profitto, vuole fare l’insegnante. Ha frequentato il liceo classico e un centro sociale, a Cremona. In entrambi i luoghi circolavano droghe, forse al liceo di più, dice. I venditori si arricchiscono nell’illegalità, sono ovunque ci siano consumatori: fuori e dentro le scuole, le università, le discoteche, i concerti sulla spiaggia. Qualcuno vende qualcuno compra, qualcun altro no. Dipende da come sei fatto, da chi sei: nessun tornello impedisce lo spaccio.

In piazza Verdi, fuori dalla Facoltà, c’è la polizia e ci sono gli spacciatori. Non barriere fisiche ma culturali è quello che dobbiamo costruire. Le alternative esistenziali al senso di smarrimento che causa qualunque dipendenza. Dice Marina: “Sono spaventata e orgogliosa insieme. Temo per mia figlia, certo, ma sono fiera che sappia combattere contro un sistema che vuole ragazzi passivi consumatori di università-azienda e biblioteche-banche. Sono fiera che abbia la passione di pretendere un mondo che apre, non chiude”.

Ha ragione Marina. La passione è un antidoto più potente dei tornelli. Non è la droga che genera il vuoto, è il contrario.