venerdì 3 febbraio 2017

Così può accadere che Abele diventi Caino

La Stampa
maurizio assalto



«Chi non punisce il male comanda che si facci», ammoniva Leonardo da Vinci. Il che può essere inteso in un duplice senso: che il colpevole impunito continuerà a fare il male; ma pure che l’impunità della colpa produrrà un male da cui si lascerà contagiare l’intera collettività. La vicenda del marito di Vasto che sette mesi dopo la morte della moglie, uccisa in un incidente stradale, si è vendicato uccidendo il giovane che l’aveva causato è un caso esemplare per capire a cosa serve in una società civile la giustizia penale, e quali effetti può provocare la sua mancata, o parziale, o differita, o inadeguata applicazione.

Sulle ragioni che fondano la giustizia penale sono state proposte nel corso del tempo diverse teorie: la punizione come vendetta (che è la risposta più immediata al male sofferto), come risarcimento (alla base per esempio della legge del taglione), come intimidazione (affinché il colpevole stesso o eventuali altri non ricadano nella medesima colpa). C’è anche - iscritta nella Costituzione della Repubblica italiana, all’articolo 27 -

l’idea che le pene «devono tendere alla rieducazione del condannato»: nobile preoccupazione, indubbiamente, ma secondaria rispetto alla loro effettiva funzione, di cui sembra si sia smarrita la consapevolezza. Con il risultato - sovente denunciato - che c’è più sollecitudine per il dramma umano dei carnefici che per quello delle vittime, che ci si preoccupa della sorte di Caino («Nessuno tocchi Caino») e Abele viene abbandonato a sé stesso. E che ogni tanto può succedere come a Vasto.

Quello che è successo non è soltanto grave in sé, ma per ciò che sottintende. È un dito che indica la luna, e la luna è la vera - cruciale - funzione della giustizia penale nel tenere insieme uno Stato. Nell’astrazione teorica dei giusrazionalisti secenteschi, nel momento in cui scelgono di uscire dallo stato di natura e, attraverso un pactum societatis, entrano a far parte della società civile, gli individui depongono uno o più diritti naturali.

Per Thomas Hobbes, teorico dell’assolutismo, li perdono tutti tranne il diritto alla vita - e va da sé che se lo Stato non è in grado di assicurarlo, il patto è violato e gli individui riprendono la propria libertà di autodifesa. Per il liberal John Locke, invece, l’unico diritto naturale a cui i futuri cittadini rinunciano è quello a farsi giustizia da sé, demandando questo compito allo Stato. Ma, anche in questo caso, se lo Stato è avvertito come inadempiente, il rischio è che gli interessati decidano unilateralmente di rompere il patto e di riprendersi il loro diritto, innescando una spirale potenzialmente disgregativa dell’ordine civile.

Nel caso di Vasto non possiamo sapere come sarebbe finita la vicenda giudiziaria: era appena stata fissata l’udienza preliminare per decidere sul rinvio a giudizio. Ma gli innumerevoli precedenti di colpevoli di delitti anche gravi che, tra pene incongrue e sconti vari, sono tornati ben presto in libertà (e magari liberi di delinquere ancora) genera inevitabilmente un senso di incertezza che alimenta i cattivi pensieri. E così può accadere che Abele diventi Caino.