lunedì 13 febbraio 2017

Chaberton, la fortezza delle nuvole cerca il riscatto

La Stampa
andrea cionci

L’epopea del forte costruito quando l’essenziale essere più in alto possibile, poi distrutto con l’arrivo di obici e mortai. Che oggi sogna una rinascita in chiave turistica



Una corazzata fra le nuvole, una gigantesca sentinella sulla cima di un monte, messa a guardia dei confini nazionali e poi ferita a morte dal progresso tecnologico. E’ la storia dello Chaberton, il forte più alto d’Europa, un primato italiano che costituiva uno dei principali capisaldi del Vallo Alpino. Era, quest’ultimo, un sistema di fortificazioni (paragonabile alla Linea Maginot) nato già alla fine dell’800 e poi fortemente implementato da Mussolini per proteggere i confini con la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Iugoslavia.

Immaginiamo, nell’alta Valle di Susa, la vetta di un monte aguzzo e roccioso, alto 3130 metri, con la cresta sbancata e modificata. Su questa piattaforma, una fila di otto torri di pietra sovrastate da cupole di acciaio di tipo navale, completamente girevoli, armate ognuna con un micidiale cannone da 140/39 mm. Questa era, dunque, la Batteria del monte Chaberton, una pazzesca sfida alla natura - e alla vicina Francia - che per la sua costruzione costò enormi fatiche a militari e civili.


L’interno del forte oggi

Nel 1882, l’Italia si era alleata con gli Imperi di Germania e Austria e i francesi, nello stesso anno, avevano costruito sul monte Janus, nuove, preoccupanti fortificazioni che, essendo poste a una altitudine maggiore di quelle italiane del Petit Vallon, rendevano le nostre del tutto inefficaci. Così, la Commissione per la Difesa dello Stato, negli anni ’90, decise di costruire una grande opera che portasse i cannoni italiani a una quota ancora più alta e, soprattutto, definitiva.

La direzione dei lavori fu affidata al capitano del Genio Luigi Pollari Maglietta, un ufficiale tanto apprezzato dai superiori quanto invidiato dai pari-grado, che definiva la sua creatura «un monumento nazionale». Solo un tracciato poco più largo di una mulattiera era stato realizzato per raggiungere la vetta del monte, e su questo, uomini e muli trascinarono i materiali da costruzione e le pesanti bocche da fuoco. Fu anche realizzata una spericolata teleferica per collegare la civiltà a quel presidio arrampicato nel cielo che restava irraggiungibile per diversi mesi all’anno. Lunga più di 3 km e mezzo, la teleferica superava un dislivello di 1785 metri con campate che si alzavano di oltre cento metri dal terreno.


Il forte integro grazie a un’immagine ricostruita in digitale

La Batteria, edificata in forma di parallelepipedo, sorgeva su due corridoi: quello occidentale accoglieva i magazzini, l’infermeria, il comando, le cucine; quello orientale comprendeva le sette camerate destinate ad ospitare i 320 uomini del presidio e i vani delle scale che consentivano l’accesso alle torri. Un lavoro ciclopico. Ma ne valeva la pena? Sì: all’epoca, in materia di artiglieria, aveva ragione chi stava più in alto, e lo Chaberton, situato addirittura al di là delle nuvole, signoreggiava su tutto, su Briançon, sui forti francesi che sovrastavano il valico del Monginevro e sulla Conca di Cesana. Era considerato invulnerabile sia perché fuori dalla portata del tiro diretto dei cannoni dell’epoca, sia perché protetto dallo spalto di roccia ricavato nella cresta del monte. Ci volle un quarto di secolo per terminarlo.

Nel 1915 era pronto, ma dato che il Regno d’Italia si era appena alleato con l’Inghilterra, la Russia e la Francia, i cannoni della batteria, ormai rivolti verso un paese amico, furono tirati giù e trasportati sul fronte orientale. Fu con il Fascismo che, nel 1927, i pezzi d’artiglieria furono nuovamente ricollocati sullo Chaberton; la gestione del forte fu affidata agli artiglieri della 515° Batteria della Guardia alla Frontiera, il cui motto era “Dei sacri confini, guardia sicura”. Mussolini aveva sempre temuto, infatti, il confine alpino e continuò a investire nelle fortificazioni del Vallo anche durante la guerra. Questo fu sempre motivo di discussione con Hitler che lo spingeva, invece, a destinare quelle risorse economiche ai soldati che combattevano sui vari fronti aperti.


La scala della polveriera. Il binario serviva per portare i proietti alle bocche di fuoco

Ancor oggi, nei dintorni della sola Bardonecchia, restano addirittura un centinaio di postazioni di cemento e calcestruzzo, del tutto abbandonate, che si snodano anche all’interno delle montagne. Grazie alla guida di Fabio Cappiello, giovane cultore della storia della cittadina piemontese, abbiamo potuto esplorare uno dei bunker più importanti, di cui pubblichiamo foto inedite. Si tratta del Centro 15 Caposaldo Bramafam, situato poco sotto all’omonimo forte, che scende, con 300 scalini, per 90 metri di dislivello nelle viscere del Colle della Forca.

Era armato con quattro mitragliatrici perfettamente mimetizzate, all’esterno, da rocce simulate, o da finte baite. Rispetto alla linea Maginot francese, le fortificazioni italiane, di carattere difensivo, erano molto più spartane, ma potevano ospitare dignitosamente fino a circa un centinaio di soldati. In queste strutture, la storia si è fermata: nei bunker più in quota, si trovano ancora cassette di munizioni, fotofoniche da segnalazione, impianti e attrezzature che non furono depredati nel secondo dopo guerra, come avvenne invece per le fortificazioni più accessibili.

E fu proprio all’inizio del secondo conflitto mondiale, che il Forte Chaberton ebbe il suo battesimo del fuoco. Il 10 giugno del 1940, i suoi artiglieri appresero dalla radio la notizia che l’Italia aveva dichiarato guerra alla Francia: da quel momento il loro compito sarebbe stato quello di supportare l’attacco delle divisioni “Assietta” e “Sforzesca” in territorio francese. Il 17 giugno le sue bocche da fuoco incominciarono a ruggire, distruggendo il forte nemico “Des Olive”, a 8 km di distanza e poi, ancora, quelli di Janus, Gondrans, Infernet, Les Aittes, Trois Tetes e alcune batterie campali che stavano massacrando i fanti italiani nella loro difficile avanzata.


Una visuale della piazzaforte: anche questa è ricostruita in digitale

Fino a quel momento lo Chaberton era rimasto avvolto dalle nuvole, ma la mattina del 21 giugno, le nebbie si diradarono e questo diede modo ai francesi di reagire. Fu allora che il titano dimostrò di essere troppo vecchio per quella guerra. Le artiglierie di più moderna concezione avevano infatti sviluppato le possibilità del tiro curvo: obici e mortai da 280 mm potevano adesso sparare i loro proietti con una parabola altissima e stretta. Questo diede modo agli artiglieri francesi di superare la scudatura rocciosa dello Chaberton e di colpire, con matematica precisione, sei delle sue otto torrette che non erano corazzate. Anche la teleferica e i collegamenti telefonici furono annientati, e così il deposito viveri. La riservetta munizioni prese fuoco: i soldati italiani, sfidando l’incendio, riuscirono all’ultimo istante a spegnerlo, evitando così danni peggiori.

Fra di essi si distinse il sergente maggiore Ferruccio Ferrari che, pur ferito in modo gravissimo, prima di morire si prodigò con energia per aiutare i compagni e soccorrere i feriti. (Fu poi decorato con la Medaglia d’oro al valor militare, alla memoria). Nove uomini erano rimasti uccisi, più di 50 feriti, ma nessuno abbandonò le postazioni. Gli artiglieri dello Chaberton erano ormai isolati, ridotti alla fame e alla disperazione, ma, aiutati dal provvidenziale sopraggiungere della nebbia, con orgoglio rabbioso continuarono a sparare con le due torri superstiti per altri tre giorni, fino alla definitiva capitolazione del nemico, avvenuta il 24 giugno.

Abbandonato dopo l’8 settembre 1943, il forte fu di nuovo occupato da reparti della Folgore della Rsi nell’autunno del 1944. Alla fine del conflitto, la Francia non si dimenticò di quel gigante che, da un empireo di 3000 metri di quota, aveva dominato minacciosamente le sue valli per oltre un trentennio. Nel 1957 costrinse l’Italia, sconfitta, allo smantellamento della Batteria; tutte le parti metalliche, comprese casematte e cannoni, furono portate via. Spogliato delle sue armi e abbandonato, lo Chaberton mostra ancor oggi la sua imponente carcassa di pietra, le torri, le costruzioni in muratura e i magazzini incavernati. Continua a combattere contro l’incuria dell’uomo e le proibitive condizioni atmosferiche di alta montagna.

Se dal 1968 la sua memoria è stata tenuta viva dai reduci del 34° Gruppo Artiglieria, da pochi anni, il testimone è stato raccolto dall’Associazione Monte Chaberton capitanata da Emanuele Mugnain e Riccardo Tabasso, coadiuvati da Mauro Minola e dallo storico delle fortificazioni montane Ottavio Zetta. Il gruppo ha raccolto, fin da subito, numerose adesioni. Sono state varie le commemorazioni e le mostre organizzate dall’associazione, che è soprattutto animata dall’ambizioso progetto di rendere visitabili le fortificazioni abbandonate del Vallo Alpino occidentale, creando u n grande museo a cielo aperto. Un’idea che i Comuni e la Regione potrebbero cogliere al volo, considerando le opportunità di sviluppo economico e culturale che offre, oggi, il cosiddetto turismo bellico.