domenica 8 gennaio 2017

Viaggio nell’archivio storico fra milioni di foto e ritagli

La Stampa
federico reviglio

Così, prima di Internet, si ricostruiva il passato e si creavano le mappe


L’archivio de «La Stampa» in via Roma, sede del giornale dal 1934 al 1968, anno del trasferimento in via Marenco (foto a destra)

Ci si mise pure una bomba d’aereo della Raf, il 20 novembre 1942. Caduta sulla redazione de La Stampa, allora in via Roma, esplose proprio al centro dell’archivio. Meno male che non era incendiaria, per cui qualche migliaio di buste si salvò. Il resto fu ridotto in briciole, per la delusione degli storici che ancora oggi non credono a tanta sfortuna.

Già, le buste. Le più antiche, le poche scampate alla bomba, sono piccole, di una carta oleata giallina quasi trasparente. All’interno, alla rinfusa, molti ritagli di giornale e poche foto, perché allora sul giornale la fotografia era una rarità. Le buste nascevano per mano degli archivisti, dotati di lunghe forbici, che sfogliando i giornali la mattina li smembravano in centinaia di frammenti per poi riporli uno ad uno raccolti sotto il nome dei protagonisti degli articoli. Il criterio, più pratico che scientifico, era espresso in piemontese: «Susì a poeul sempre vni a taj», questo può sempre diventare utile, o meglio «venire a taglio», che trattandosi di un’opera fatta con le forbici non era un cattivo modo di esprimersi. 

Questo per smentire una leggenda sempre viva, che gli archivi dei giornali contengano chissà quali segreti. Qualsiasi informazione o immagine deve poter essere immediatamente pubblicata, quindi in archivio non si conserva nulla che un giornalista non possa tranquillamente utilizzare senza ulteriori controlli. Solo informazioni di pubblico dominio, nessuna corrispondenza privata, per esempio, e neppure appunti con retroscena, confidenze «off the records»; piuttosto, una sterminata memoria che - in tempi in cui i calcolatori erano al di là da venire - si poteva alimentare solo con la certosina raccolta e classificazione anche dei fatti più minuti. Ci si pensa poco, ma la parola inglese «file» che usiamo oggi sui nostri computer significa precisamente «archivio». 

Il risultato, piuttosto eterogeneo, era comunque impressionante. L’archivio de La Stampa - almeno dal Dopoguerra - non ha confronti nel ricordare la vita quotidiana, soprattutto di Torino, organizzandola in modo da poter ritrovare in pochi minuti qualsiasi fatto passato. Era allora uno strumento di efficacia incomparabile, non solo per fare il giornale: si ricordano ancora le visite molto discrete del commissario Montesano, con gli inseparabili occhiali scuri, che frugando tra le buste ricostruiva molto più rapidamente che al casellario giudiziario i precedenti di qualche balordo di cui era in caccia. 

Non sempre la ricerca era semplice. La notte in cui iniziò la prima guerra del Golfo, il 16 gennaio 1991, tutti si attendevano l’attacco americano al Kuwait occupato: invece, a mezzanotte, apparve in tv l’inviato della Cnn, Peter Arnett, sul terrazzo di un albergo a Baghdad, con alle spalle il cielo segnato dai traccianti delle bombe americane. Toccava rifare il giornale, e non esisteva Google Maps: trovare tra le decine di atlanti in archivio (non c’erano solo le buste, c’erano enciclopedie, libri, appunto atlanti) una mappa del centro di Baghdad, capendo anche dove precisamente fosse l’albergo di Peter Arnett, fu complicato. Ci si riuscì, e il giornale al mattino potè spiegare quelle confuse e incomprensibili immagini notturne che tutti avevano negli occhi. 

Si lavorava così: il giornalista telefonava in archivio con la sua richiesta, quasi sempre piuttosto vaga perché il fatto era appena successo, se ne sapeva ancora poco e si stava cercando qualche precedente. Gli archivisti cominciavano a mandare in redazione le buste che sembravano più promettenti; viste le distanze, in via Marenco c’era perfino una specie di trenino a cremagliera per trasportarle. I giornalisti iniziavano a lavorare svuotando le buste sulla scrivania, accompagnati dalle mute preghiere di tutti in archivio che poi foto e ritagli venissero rimessi nella busta da cui provenivano e non in un’altra, perdendosi così per sempre.

Per fare un giornale, viaggiavano su e giù tra archivio e redazione oltre un migliaio di buste al giorno: e ogni mattina bisognava rimettere tutto a posto. Carta, buste: in via Marenco il tutto stava in un salone lungo più di quaranta metri interamente occupato da 1250 cassettiere metalliche con oltre 500.000 buste di ritagli, più di due milioni di fotografie su carta, circa due milioni di negativi fotografici, 1500 bobine di microfilm; solo le collezioni complete del giornale - dalla prima Gazzetta Piemontese del 1867 - raccolgono oltre un milione e settecentomila pagine stampate. 

Quando apparvero finalmente i computer, gli archivi dei giornali furono uno dei primi settori ad utilizzarli. La Stampa anche qui fu pioniera: la prima banca dati, che raccoglieva gli indici degli articoli su bobine di nastro grandi come un 33 giri di vinile, risale al 1982. Di lì in avanti, fu tutta una storia di calcolatori, e non più di buste. Fino al progetto più ambizioso: nel 2003, si iniziò a lavorare per l’Archivio Storico digitale, con un Comitato che oltre a La Stampa vedeva presenti la Fondazione Crt, la Compagnia di San Paolo e la Regione Piemonte. Fu un lavoro colossale di scansione, riconoscimento dei testi, indicizzazione.

Nell’ottobre 2010, La Stampa fu il primo quotidiano al mondo a rendere disponibile gratuitamente on line la propria intera collezione digitale, che oggi si può consultare sul sito: oltre cinque milioni di articoli ricercabili in tutti i modi. Così, ma è storia di oggi, ogni nostro lettore è un possibile archivista. E senza bisogno di forbici.