lunedì 2 gennaio 2017

Veltroni racconta una storia d’Italia con le prime volte dei cantanti in tv

La Stampa
piero negri


Mina con juke box, ospite del «Musichiere» nel 1959

Cristina D’Avena ha tre anni e mezzo e va allo Zecchino. Ed Emilio Fede è già lì: «Tu da grande cosa vorresti fare?», le chiede. E lei, sicura: «La dottoressa». Francesco Guccini ancora universitario («All’ultimo anno di Lettere»), che canta Auschwitz ospite di Caterina Caselli. Eros Ramazzotti diciassettenne a Castrocaro nel 1981: «Scuola? Fino alla terza media, poi ho lasciato perdere per studiare chitarra». Per Cantare, il documentario di un’ora e dieci minuti dedicato alla canzone italiana nella serie «Gli occhi cambiano», in onda oggi alle 23.20 su Rai 1, Walter Veltroni ha scelto la chiave della prima volta. Le prime apparizioni di voci destinate a lasciare il segno - rintracciate negli archivi Rai con un lavoro di sei mesi da Veltroni regista e una squadra tutta interna alla tv di Stato - costituiscono lo scheletro del racconto.


(Francesco Guccini debutta in tv con Caterina Caselli)

Dal Battiato leggero di fine Anni Sessanta («Cosa voglio? Sbattervi giù dalla torre, tutti e due», dice sfrontato alla Caselli e a Gaber) a Ligabue 1990, che ha appena pubblicato il primo album e che, ripreso a Correggio per strada, saluta i passanti senza interrompere l’intervista, il filo narrativo è quello di un mutamento del gusto epocale, arrivato molto oltre le contestazioni a Claudio Villa, pure molto presente nel documentario, anche perché spesso evocato come pietra di paragone.
Il Reuccio dal suo trono accetta tutto, ma non la definizione di «patetico»: «Io non sono patetico, non ti faccio pena, ti metto paura. Io picchio». Fino al suicidio sanremese di Tenco (1967), la canzone italiana racconta la storia di un Paese che non ha nulla e vuole tutto, è il veicolo privilegiato per l’ascesa sociale di tanti figli del popolo che rivendicano una nuova agiatezza.


(Claudio Villa risponde ai «contestatori» dal trono)

Rita Pavone si racconta nel nuovo salotto della casa che ha potuto acquistare ai genitori e sua madre candidamente confessa che su quella poltrona non si è mai seduta prima. Lo fa solo ora, per parlare con la Rai. E ci tiene a dire: «Non è mia, è di mia figlia». Poi, dopo Tenco, con i cantautori, tutto cambia, gli sguardi si allargano, le ambizioni pure. Ora aver successo non basta, bisogna farlo alle proprie condizioni: «Proprio perché c’era questa famosa canzone melodica, non potevamo che guardare in giro, rivolgerci ai francesi, Brel, Brassens, e a certi americani», dice Guccini a tavola.


(Vasco Rossi nel 1979, al quiz per cantanti esordienti)

Cantare, tra l’altro, dimostra quanto importante sia stata la Rai nel far affiorare l’undeground e trasformarlo in mainstream, per usare categorie nate dopo la gran parte di queste immagini. Ed è questa la riflessione che fa anche Veltroni: «Una delle caratteristiche straordinarie della Rai - ci dice - è che è riuscita a raccontare anche l’avanguardia o i mondi alternativi senza snaturarli. In archivio ho trovato interviste a Keith Haring, una molto bella a Ezra Pound ed è stato inevitabile domandarsi se oggi accadrebbe ancora.

Lo stimolo che questi documentari dovrebbero offrire è anche questo: la Rai se ne deve un po’ fregare degli ascolti. Deve indagare la realtà, fare qualità e - perché no - salvaguardare la memoria. Non ho nostalgie per gli ascolti pazzeschi de L’Isola dei Famosi, mi pare che il San Pietro di Alberto Angela e la diretta della Butterfly dalla Scala vadano in un’altra direzione. Chi fa televisione deve capire che ha una grande responsabilità, perché è l’offerta che guida: quando la qualità è alta, il pubblico risponde, chi rifiuta la gara al ribasso alla fine vince». 


(Eros Ramazzotti a 17 anni al festival di Castrocaro)