giovedì 5 gennaio 2017

Quei beffardi dieci centesimi in più

Maurizio Acerbi



Anno nuovo, vita vecchia. Almeno, nelle sale cinematografiche. Ieri, sono andato al cinema per recuperare il film di Siani, che non avevo ancora visto, in modo da poterlo inserire nella pagina delle recensioni. Costo del biglietto? 10,10 euro. Ho chiesto alla signora della cassa: “Ma è in 3D?”. Lei, quasi ingenuamente, mi ha risposto, sorpresa dalla mia domanda: “No, è normale”. Le ho spiegato che 10,10 euro per un film non mi sembrava tanto normale, ma era come parlare con un risponditore automatico: “No, Si, Grazie di averci chiamato”. Io mi domando: ma qualche esercente (non tutti, per fortuna) ha visto il dato delle entrate di questo Natale 2016?

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Ma veramente siamo convinti che aumentando in questo modo i prezzi di ingresso risolveremo il problema delle sale sempre più deserte, sconfiggendo lo streaming illegale? Io non dico che si debba applicare ogni giorno la lodevole iniziativa del secondo mercoledì del mese a due euro, ma santa pazienza una via di mezzo non converrebbe a tutti? Ma siamo certi che una famiglia media, al giorno d’oggi, sia disposta a pagare 40,40 centesimi per novanta minuti di film, quando con quei soldi si porta a casa mezzo carrello della spesa settimanale (certo, quando va bene)? La matematica, fino a prova contraria, non è un opinione.

Se tu fai pagare 7 euro (come fanno in molte sale) invoglierai di più, magari, una coppia di ragazzi ad entrare (costo 14 euro, se offre lui) che non un singolo che davanti ai  10 euro potrebbe avere ben più di un tentennamento. Di questo passo, il cinema in prima visione diventerà una forma d’arte riservata solo a pochi, a chi potrà permettersela. La maggior parte degli italiani finirà per rinunciarvi, ricorrendo sempre più, come già avviene, a forme illecite di fruizione. E’ questo che vogliamo? Far diventare esclusivo anche l’andare in sala? E poi, qualcuno mi spieghi quei dieci centesimi in più.

E’ il sovrapprezzo da pagare per il quasi quarto d’ora di trailer e spot pubblicitari che il povero (visto quello che ha pagato) spettatore deve sorbirsi dopo che è passato l’orario di programmazione del film? Ah, saperlo.