lunedì 23 gennaio 2017

Nel rione Sanità 50 anni dopo Totò tra molta miseria e poca nobiltà

La Stampa
andrea malaguti

Napoli, il degrado è ovunque ma i volontari cercano di ridare dignità a persone e luoghi

Nel rione Sanità 50 anni dopo Totò tra molta miseria e poca nobiltà

Miseria e Nobiltà. È questo l’unico racconto possibile del Rione Sanità a 50 anni dalla morte di Totò, il suo cittadino più illustre? Forse. Anche se di nobiltà se ne vede sempre meno e di miseria sempre di più agli angoli dei vicoli che precipitano da Capodimonte a piazza Dante, dove i contrabbandieri di sigarette, ultimo anello della catena del disagio sociale, hanno ricominciato a mescolarsi agli spacciatori di cocaina e di eroina.

«La crisi ha accelerato il processo di sudamericanizzazione della città», dice Ernesto Albanese, presidente de L’Altra Napoli Onlus, cooperativa sociale che ha l’obiettivo di valorizzare il talento dei giovani. Di tirarli fuori dalla strada, allontanarli dalle piazze dello spaccio e magari di sostituire la droga con la musica, come succede dal 2008 con «Sanitansamble», orchestra ispirata all’esperienza del maestro venezuelano José Antonio Abreu. Un violino ti salva la vita. Un ago e un kalashnikov te la tolgono. Non tanto difficile da capire. Eppure. «A Napoli è scomparsa la classe dirigente. E quel poco che è rimasta è più diffidente che mai. La logica è quella di sempre: fottersene e tirare a campare». 

Se a pronunciare queste parole fosse stato un forestiero sarebbe esplosa una polemica infinita, ma Albanese è uno dei comandanti dell’esercito del bene, un gruppo non enorme ma sempre più largo di persone, organizzate da don Antonio Loffredo, prete di strada e guida della Basilica di Santa Maria della Sanità, che si è messo in testa di ribaltare l’irribaltabile, di sfidare la criminalità comune e organizzata, la stupidità della burocrazia e l’inerzia delle istituzioni, e di riscrivere una storia che va avanti identica da secoli. Lucida follia, che per trasformarsi in progetto efficace ha deciso di allearsi anche con la memoria di Antonio De Curtis, nato in via Santa Maria Antesaecula 109, il centro preciso della «guapperia» napoletana, e passato a miglior vita il 15 aprile del 1967. «Le celebrazioni per la sua scomparsa, che presenteremo domenica, saranno l’occasione per restituire al Rione un po’ dell’orgoglio di sé».

Il quartiere
Il Rione allora. Cinque chilometri quadrati con la densità abitativa di Macao, due scuole in tutto - una elementare e un istituto superiore con il secondo tasso di abbandono più alto d’Italia - nessuna banca, molti usurai, un teatro parrocchiale e zero cinema. I bassi e i palazzi del Settecento. Un paradosso complicato piantato nel centro della città, eppure periferia estrema, isolata, complicata da raggiungere, evitata da vigili e polizia, presidiata inutilmente dall’esercito e abitata da sessantacinquemila persone senza una palestra o un campo da pallone degno di questo nome.

Camorra, baby gang, disoccupazione. «Dire che tutto questo non esiste, come tende a fare il sindaco De Magistris è becero negazionismo. E così non se ne esce. Abbiamo perduto occasioni enormi come il porto e Bagnoli e se la politica non interviene, prima con la repressione, poi con la riqualificazione urbanistica, non oso immaginare che cosa sarà di questa città tra dieci anni».

Sostiene lo storico Isaia Sales che a Napoli l’integrazione economica e culturale sia stata resa impossibile dalla presenza di un vastissimo sottoproletariato e da un altrettanto grave e duratura questione criminale «dovuta all’accettazione delle attività illegali come parte integrante dei suoi equilibri economici». Ma la durezza di Albanese - che come vedremo non è rassegnazione - è giustificata dall’esperienza personale.

Suo padre fu assassinato davanti al portone di casa nel 2005 da due balordi che gli rubarono i tremila euro appena ritirati in banca. «Gli spezzarono il collo. Non dico che sia la normalità. Ma non è neppure un’eccezione». Per questo ha fondato l’Onlus, si è avvicinato a don Antonio ed è diventato socio della Fondazione di Comunità San Gennaro, che con i suoi tredici soci, a cominciare dalla cooperativa La Paranza che gestisce le Catacombe, guida le celebrazioni in memoria del Principe della Risata.

Le catacombe
«Faremo tre grandi concerti, molte iniziative e molti incontri in collaborazione con le autorità, ma soprattutto riqualificheremo largo Vita, piazzetta San Severo e il palazzo di Santa Maria Antesaecula. Le piazze devono tornare ad essere dei punti di ritrovo. Verdi. Accoglienti come se fossero dei salotti, perché come sostiene don Antonio: con le pietre sanate si sanano i cuori», dice Marco Cappella, direttore della Fondazione. Il potere della bellezza, che il Rione sembra avere dimenticato o che, peggio, non ha mai avuto. «La speranza è un pane raro. Ma qui adesso c’è. Il cambiamento è possibile». Viene voglia di credergli. Anche perché parte di quel cambiamento è visibile a pochi metri da lui.

Vincenzo Porzio, ha 31 anni, ed è uno dei ragazzi de La Paranza, la cooperativa che ha portato i visitatori delle catacombe da 6 mila a 80 mila l’anno. «Le vuole vedere?». Un posto favoloso. Che sembra un set teatrale. Gallerie di tufo alte sei metri, camminamenti e cubicoli che corrono tra le tombe. La città dei morti che parla con quella dei vivi. «Abbiamo completamente rifatto l’impianto di illuminazione. Ci siamo organizzati. Ci sono voluti tempo e pazienza. Ma i risultati sono arrivati. Prima i taxisti quando vedevano un turista gli dicevano: stai lontano dalla Sanità e dalle Catacombe, adesso gli consigliano di venire. Persone che poi scoprono il quartiere, le sue pizzerie, i suoi palazzi, che aiutano la nostra economia». Un lavoro fatto dai privati. Che oggi vorrebbero una mano dal pubblico. «Ma l’impressione è che per ogni soluzione la burocrazia crei un problema», dice Vincenzo. 

«Vede, la camorra è una cooperativa fondata sulla paura. Noi siamo una cooperativa fondata sulla fiducia. E ci ribelliamo all’idea che qualcuno continui a considerarci il bidone dell’immondizia di questo Paese. L’assistenzialismo non ci interessa. La collaborazione con le istituzioni sì. Perché qui il rischio è che il patto sociale salti definitivamente», dice Pasquale Calemme presidente della Fondazione San Gennaro. «Cultura, capitale umano e innovazione. Queste sono le nostre linee guida. La sfiducia nelle istituzioni e la povertà ti spingono verso altre strade. C’è bisogno di un grande sforzo collettivo». Svuotano l’oceano con un secchiello? Può darsi. Però lo fanno.

Lungo la strada che dall’ospedale in dismissione del Rione porta fino a via Toledo, un gruppo di ragazzini decenni dà fuoco a un bidone della spazzatura. Arriva una jeep dell’esercito. Esce un militare. Dice: che fate? Quelli ridono. Il più piccolo prende un cartone e lo butta nel fuoco. Se ne frega del soldato. La fiamma si allarga. I passanti ignorano la scena, forse condizionati da una scritta sul muro che dice: fatevi i cazzi vostri. Due turisti inglesi entrano in una pizzeria. C’è la margherita miseria e nobiltà. Trequarti ricca - funghi, salsiccia, prosciutto - un quarto solo pomodoro. Il menù è bilingue. Segno che un po’ di turismo arriva davvero.

Cala la notte. Una gigantesca foto di Totò che ingoia una forchettata di spaghetti occupa la parete di un bar. Ha ragione il giornalista scrittore Pietro Treccagnoli: «Alla Sanità ci si ammala. Ci si ammala di Napoli. Della sua anima aristocratica e plebea». Le macchine conto mano, i ragazzi in tre in motorino, le grida - dimmi che è un pregiudizio, dai, invece no è così davvero - l’illegalità visibile che si fa normalità, abitudine, sistema fondato su regole interne al quartiere che nessun forestiero è in grado di intendere. Mancano molte cose. Ma manca soprattutto una visione politica vera. «Cito Papa Paolo VI.

La politica è la forma più alta di carità. Noi, anche qui, adesso, siamo la politica», dice don Antonio Loffredo. Certo, l’ultima parola non è detta. E questi partigiani del bene la loro voce la fanno sentire forte. «C’è anche il Principe della Risata al nostro fianco, no?». Ma in questo scontro eterno tra miseria e nobiltà, tra criminalità e speranza, i cattivi danno ancora l’impressione di essere in vantaggio.