venerdì 20 gennaio 2017

Livorno, i giorni del disincanto nell'ex baluardo rosso, l'ultimo sconfitto torna a fare il caldaista

repubblica.it
MATTEO PUCCIARELLI

Qui è nato il Pci, il Pd ha perso da Grillo e l’orgoglio operaio è in un limbo “Demonizzare i 5 Stelle non può bastare”

Livorno, i giorni del disincanto nell'ex baluardo rosso, l'ultimo sconfitto torna a fare il caldaista
Una nave nel mare antistante Livorno

LIVORNO. Del cantiere navale Fratelli Orlando è rimasta solo la facciata dell'ingresso dove una volta migliaia di operai entravano e uscivano, smontavano e saldavano, costruivano e varavano. Oggi si entra e ci si trova un quartiere chic vista porto con annesso parcheggio sotterraneo e grande supermercato (della Coop, come da tradizione). Qui dove nel 1921 il Psi si spaccò in due, con gli allora massimalisti che fondarono il Pci, la sinistra si è persa; perduta perché il lavoro di una volta, quello che creava identità, appartenenza e conflitto, non c'è più da un pezzo. Mentre altrove cadeva il Muro, nella città dei Quattro Mori era l'ora delle dismissioni, la fine dell'industria di Stato e di un tacito patto sociale che garantiva un po' tutti.

Due numeri della Camera di commercio rendono l'idea del declino: dal 2004 ad oggi il tasso di disoccupazione è aumentato del 70 per cento; sono 60mila gli iscritti alle liste di collocamento sui 340mila residenti della provincia. È così che a Livorno è successo ciò che in molti consideravano impossibile: gli eredi del grande partito ("il Partito", nel gergo popolare non occorreva aggiungere altro) sconfitti alle elezioni dai 5 Stelle, movimento senza storia, senza tradizione, senza potere. Vincenti proprio per questo. "Siamo stati identificati come la conservazione", dice oggi Marco Ruggeri, operaio caldaista all'Eni e candidato sindaco sconfitto nel 2014.

Era consigliere regionale, si è dimesso sul serio come aveva promesso al momento di correre per il Comune. "Io li sento i miei colleghi - racconta - e votano in maggioranza per il M5S". Il motivo? "Non sappiamo più parlare con chi sta male. E siamo lontani dal mondo del lavoro. Il Jobs Act è stato percepito come un attacco in un momento di difficoltà. Cioè togliere tutele ai lavoratori in un quadro economico comunque di crisi". Tornare in azienda gli ha fatto bene, a Ruggeri: "Inutile dirlo, quando la politica diventa un mestiere a tutto tondo si perde il contatto con la realtà. I titoli di giornale e gli status su Facebook non risolvono i problemi, purtroppo".

Il disincanto è il sentimento che va per la maggiore. La locandina del Vernacoliere, giornale satirico livornese sempre attento a dare voce in modo ironico agli umori popolari, titola: "Gentiloni ci ha già rotto i coglioni". Neanche il tempo di arrivare, di aprire bocca, di emanare un decreto. Quanto a Matteo Renzi, lui veniva definito il "ducetto di Rignano", un corpo estraneo per la sinistra. Eppure, con lo stesso disincanto, l'ex premier venne votato in massa alle famose europee del 40 per cento. Fu un giorno strano quello, a Livorno: il Pd premiato per l'europarlamento di Strasburgo e contemporaneamente bastonato per il Comune, con ben 17 punti di scarto tra i "due Pd".

Che sia finita un'epoca - culturalmente, politicamente - lo dicono i numeri. Nel 1976 il Pci da solo prese 69mila voti. Più di quelli di Pd, sinistra radicale e Cinque Stelle messi insieme oggi: 42mila, alle regionali di un anno fa. A Livorno perde la sinistra e perde la politica tutta: nel 1976 andarono a votare complessivamente 130 mila persone, nel 2015 solo 58 mila. "Noi - ragiona Alessandro Cosimi, ultimo sindaco della filiera Pci-Pds-Ds-Pd - siamo stati la prima città a soffrire la fine del paradosso fordista. Prima esisteva davvero una sorta di socialdemocrazia: si facevano i tavoli, si trovavano gli accordi, si ridistribuiva la ricchezza.

Poi c'è stata la trasformazione del manifatturiero, l'arrivo della globalizzazione, un'ondata migratoria fatta di bassa manovalanza". Dagli anni '80 in poi le fabbriche principali hanno chiuso una a una e il meccanismo "autarchico" di una città che fino ad allora bastava a se stessa si è inceppato: anche il centro, con i suoi portici e il florido commercio dell'antica e integrata comunità ebraica, ha perso smalto. Da qui, dalla fine di una promessa implicita, cioè che ce ne fosse un po' e per ognuno, è nata la sfiducia verso la politica e le istituzioni. E insieme la necessità di sfogare il malcontento.

"In questo momento - continua Cosimi, impietoso - il Pd non è considerato lo strumento per riconquistare la città, e lo dico da iscritto del Pd che non ha nessuna intenzione di andare via. Non c'è voglia di produrre idee né si è analizzata davvero la sconfitta. Demonizziamo il sindaco Filippo Nogarin e finisce lì". Già, Nogarin, il sindaco grillino che votava Democrazia proletaria. Che, quando muore Fidel Castro, decide di aprire un registro aperto ai cittadini per commemorare il leader cubano. Nogarin, votato dalla sinistra radicale al ballottaggio.

"Noi come M5S rappresentiamo una forza oltre le ideologie. Siamo pragmatici - spiega il sindaco - però se poi ci penso gli ideali di sinistra li abbiamo difesi noi in questi anni: la sanità pubblica, l'articolo 18, l'edilizia popolare, il no alle spese militari. Io quindi non credo che Livorno abbia perso la propria identità, in questa città c'è ancora la voglia di una sana sinistra, non politica ma valoriale". Nogarin ha anche varato il reddito di cittadinanza, anche se mignon: 500 euro al mese per sei mesi a cento persone nel 2016, lo stesso quest'anno.

E rivendica: "Non è una cosa di sinistra?". Qua e là, più o meno diffusa, resiste una sorta di tradizione quasi familiare, affettiva, nostalgica, verso le antiche bandiere. Un sentimento "religioso" che però non ha più un collegamento con il fare politica. "Oggi sento dire: "Io sono di sinistra ma voto Lega perché..."" racconta Andrea Raspanti, che con la sinistra radicale riunita nella lista "Buongiorno Livorno" sfiorò

il secondo turno. "C'è chi pensa di vivere nell'ottobre del 1917 e chi nel marzo del 1933. Temo di ritrovarmi nel secondo periodo. Se non ripartiamo dal lavoro - dice allarmato - ci attendono tempi ancora più bui: la destra sociale ci sta scippando anche quello".