sabato 28 gennaio 2017

La scoperta di essere ebrei

La Stampa
alberto infelise



Era una valigia grande, sopra ci stavamo seduti tutti e due. Elena ed io ci guardavamo attorno, fermi alla stazione di una città che non avevo mai sentito, in un posto sconosciuto in mezzo al freddo dell’inverno piemontese. Mamma e i genitori di Elena sembravano preoccupati, parlavano pieni di agitazione mentre aspettavano che il treno ripartisse per portarci lontano.

Papà non era venuto con noi. “Andate sul lago per un po’, io non posso venire con voi, devo tornare in montagna”. Così mi aveva detto accompagnandoci alla stazione di Porta Nuova. Io non avevo mica capito perché papà dovesse andare in montagna da solo in quell’inverno del 1943. Però ero contento lo stesso.

Elena era la bambina più simpatica (e anche la più bella, ma questo non lo volevo ammettere neanche nei miei pensieri) tra tutte quelle che giocavano in piazza Bodoni. Eravamo quasi vicini di casa, visto che lei abitava al piano di sopra. Aveva sei anni, uno meno di me e stavamo sempre vicini a raccontarci le storie più strane e avventurose quando sentivamo arrivare gli aerei, fischiavano le sirene e noi di corsa dovevamo andarci a nascondere in cantina senza portarci niente dietro.

Ora eravamo in viaggio insieme, il nostro primo viaggio lontani da Torino, per raggiungere una casa che non avevamo mai visto, vicino a un lago grande, sperduta tra le colline. Ma la cosa bellissima era che Elena diventava praticamente mia sorella, perché con i suoi genitori veniva a vivere con noi. 
Io lo avevo chiesto a mamma: “Perché viene a vivere con noi?”. Mamma mi aveva guardato come se mi stesse rivelando un segreto da grandi: “Perché Elena e i suoi genitori sono ebrei, ma tu questo non dirlo mai a nessuno. Per un po’ andiamo a vivere insieme in un posto bello”. Bene! Dissi alla mamma. Ma non ci avevo capito niente.

Cosa voleva dire che Elena era ebrea? Ero anche io ebreo? Potevo diventarlo? “Tu no Vittorio, non sei ebreo – disse mamma – ma è lo stesso. La cosa importante è non dirlo mai a nessuno”.Avevo chiesto a Elena se lei lo sapeva di essere ebrea e lei mi aveva risposto che sì, lei lo sapeva, anche se non capiva bene che cosa volesse dire, visto che lei più che altro pensava di essere torinese. In pochi giorni avevamo capito, più o meno, che dovevamo scappare insieme perché c’era chi dava la caccia agli ebrei e forse anche a noi che eravamo vicini di casa e insomma eravamo proprio amici amici e scappavamo con loro.

Un po’ mi faceva paura, ma certo non quanto gli aerei che arrivavano e buttavano giù le bombe sulle nostre case e a volte succedeva che risalivi dalla cantina e la tua casa non c’era più. Così ora andavamo in un posto nuovo, in una nuova casa, con una nuova famiglia, anche se ancora non si capiva bene perché dovessimo scappare. Da quando ero diventato ebreo anche io, però, avevo paura di qualsiasi persona sconosciuta si avvicinasse per chiederci qualcosa. Papà l’ho rivisto dopo quasi due anni, quando con mamma ed Elena e i suoi genitori siamo tornati a casa in via Mazzini, a Torino. Ero felice, eravamo stati bravi a non dirlo a nessuno quel segreto.

Si vede che ora potevamo tornare a essere ebrei a casa nostra.