sabato 28 gennaio 2017

La Corte dei conti accusa i Caf: 8 per mille alla Chiesa a nostra insaputa

La Stampa
paolo baroni

La magistratura contabile denuncia «anomalie rilevanti. Molti contribuenti non hanno dato indicazioni o hanno espresso altre preferenze». Nel mirino i centri gestiti da Acli ed Mcl



Siete sicuri che il vostro 8 per mille sia davvero finito al destinatario che avete prescelto al momento di compilare la dichiarazione dei redditi? Il dubbio è legittimo e lo solleva la Corte dei conti che continua a puntare il suo faro su questo importante canale di finanziamento della Chiesa rilevando molte criticità. A cominciare dall’attività dei Caf di area cattolica accusati esplicitamente di favorire la Cei.

L’8 per mille, in base ai dati del Dipartimento delle Entrate ,vale oltre un miliardo e 250 milioni di euro ogni anno (oltre 1 miliardi di euro nel 2016 sono andati alla chiesa cattolica, 187 milioni allo Stato, 37 milioni alla chiesa valdese, le briciole ad altre nove confessioni religiose. Naturale dunque che la Corte vigili attentamente su questo fiume di soldi che ogni anno vengono prelevate dalle tasse degli italiani.

Questa volta i giudici contabili hanno voluto verificare come i vari enti interessati, i Caf e le amministrazioni pubbliche hanno risposto ai rilievi che la stessa corte aveva già segnalato nel 2014 ed ancora nel 2015. Il risultato, in base ad una delibera del 23 dicembre appena resa nota, è «il perdurare degli elementi di debolezza nella normativa, ormai risalente ad oltre 30 anni, e nella gestione dell’istituto, che impongono valutazioni ed iniziative da parte dei molti soggetti coinvolti. E soprattutto restano attuali tutte le criticità già segnalate negli anni passati».

Risultano infatti «rilevanti anomalie sul comportamento di alcuni intermediari», sulle quali proseguono le attività di controllo dell’Agenzia delle entrate, e «perdura lo scarso interesse per la quota di propria competenza da parte dello Stato, nonostante fra le finalità finanziabili con la stessa sia stata aggiunta la ristrutturazione degli edifici scolastici». Inoltre «si conferma l’assenza di controlli sulla gestione delle risorse». Unico dato positivo il miglioramento nella trasparenza, completezza e correttezza della diffusione dei dati ad opera del ministero dell’economia.

E quindi restano insoluti anche altri nodi già emersi, dalla problematica delle scelte non espresse alla scarsa pubblicizzazione del meccanismo di attribuzione delle quote, dall’entità dei fondi a disposizione delle confessioni religiose alla poca pubblicizzazione delle risorse erogate alle stesse, quindi lo scarso controllo sui fondi di competenza statale; la rilevante decurtazione della quota statale, l’incoerenza nella destinazione delle risorse derivanti dall’opzione a favore dello Stato e la lentezza nella loro assegnazione.

Ma quello che forse più sorprende è il comportamento dei centri di assistenza fiscale. In passato, infatti, fa sapere la Corte, non vi sono stati nè controlli sulla correttezza delle attribuzioni effettuate dai contribuenti, né un monitoraggio approfondito sull’agire degli intermediari cui è demandato il compito della trasmissione delle volontà all’Agenzia delle entrate. E peraltro la stessa Agenzia ha segnalato che le scelte indicate nel modello 730 sono modificabili dall’intermediario nella successiva fase di trasmissione e, pertanto, potrebbero non coincidere con quelle effettivamente trasmesse.

Ciò «evidenzia che il contribuente non può esercitare un effettivo controllo sulla corrispondenza delle opzioni esercitate nel modello 730 con quelle successivamente trasmesse all’Agenzia» . E così a partire dal 2014 sono partiti i controlli sui primi centri di assistenza fiscale (Caf) per i quali, in base agli elementi informativi a disposizione, potevano emergere dati significativi in relazione ad alcuni fattori di rischio. In base alle indagini svolte a campione dall’Agenzia delle entrate sono così emerse diverse anomalie. In particolare “sono state esaminate 4.968 schede per la scelta dell’8 per mille, di queste, il 49% recano una scelta a favore della Chiesa cattolica, l’11% non recano alcuna scelta e il restante 40% indicano scelte a favore di altri beneficiari.

In diversi casi si è riscontrata una trasmissione di scelte relative alla destinazione dell’8 per mille difformi dalla volontà del contribuente. In particolare il contribuente ha espresso una scelta che il Caf ha omesso di trasmettere oppure il Caf ha trasmesso una scelta, nonostante il contribuente non ne avesse effettuata alcuna. E ancora, il contribuente ha espresso una scelta, ma il Caf ne ha trasmessa una diversa. «Tali irregolarità – è scritto nella relazione della Corte dei conti - sono state rilevate confrontando il contenuto delle schede per esprimere le scelte in questione, conservate dai Caf, e i dati che risultano trasmessi telematicamente all’Agenzia».

Gli interventi di vigilanza svolti hanno consentito di rilevare che nell’1,67% dei casi esaminati le scelte del contribuente non risultano trasmesse correttamente dal Caf. E in più della metà (54%) di questi casi le scelte riportate nel prospetto di liquidazione consegnato al contribuente non sono conformi a quelle espresse da quest’ultimo nel 730, col 65% scelte erroneamente trasmesse che alla fine sono state così indirizzate a favore delle Chiesa cattolica.

Non solo, ma la Corte dei conti segnala anche la mancata conservazione da parte degli stessi Caf delle schede relative alle scelte (5,35% del campione), una violazione della legge corrente che o rende impossibile il riscontro circa la corretta trasmissione delle scelte espresse. Anche qui (84,2% delle posizioni controllate) l’8 per mille aveva come destinazione la Chiesa cattolica. Sempre nel corso dei controlli, segnala infine la Corte dei Conti, è emerso che uno dei Caf controllati, in una nota riguardante la campagna di assistenza fiscale 2014 ha esplicitamente sollecitato gli operatori delle sedi periferiche a consigliare ai contribuenti di devolvere l’8 per mille a favore della Chiesa cattolica.

La Campagna dei controlli è partita nel 2014 con i Caf di Acli e del Movimento cristiano lavoratori (Mcl), a cui sono stati fatti molti addebiti, ed è poi proseguita nel 2015 coi Caf Coldiretti, Cisal, Cisl, Unsic, Centrimpresa, Fenapi, con Caf Italia e Caf Europeo destinatari di 148 interventi di controllo su 13.897 dichiarazioni: 93 si sono conclusi senza constatazione di alcuna irregolarità mentre in 55 casi sono state riscontrate varie tipologie di irregolarità. Non si conoscono invece ancora i dati relativi ai 92 interventi disposti nel 2016 che hanno interessato i Caf della Cgil e della Uil oltre a Caf Labor, Confartigianato e Confagricoltura.

In tutti i casi in cui sono state riscontrate delle irregolarità la Corte dei conti ha disposto una serie di approfondimenti nel corso degli interventi di vigilanza presso le sedi legali dei vari centri di assistenza fiscale in contraddittorio coi loro rappresentanti. E’ già agli atti la difesa del direttore generale del Caf dell’Mcl che in una nota del 14 aprile 2014 ha puntualizzato «che non è mai stata intenzione del Caf condizionare o indirizzare né tanto né obbligare i contribuenti ad effettuare scelte non scaturenti dalla loro libera e specifica volontà».

Come difendersi da questa manipolazione delle nostre dichiarazioni de i redditi? Come superare questa situazione? Da un lato i Caf stanno correndo ai ripari ed in particolare, è scritto nella relazione della Corte dei Conti, «nell’adunanza del 30 novembre 2016 il rappresentante della Consulta nazionale dei Caf ha riferito di aver sensibilizzato gli operatori sulle problematiche segnalate dall’Agenzia delle entrate e si è impegnato a inviare alla Corte dei Conti le linee guida e di indirizzo che la Consulta diramerà a breve a i suoi aderenti». Dall’altro, a partire da fine 2016, i contribuenti possono controllare le proprie scelte utilizzando il proprio cassetto fiscale. Ma questa è una modalità che vale solo per quanti fruiscono di questo servizio.