sabato 28 gennaio 2017

Intervista al giudice Esposito, assolto il Mattino

Il Mattino
di Leandro Del Gaudio



Un articolo vero nel titolo e nel contenuto, rispettoso del pensiero e delle considerazioni espresse dal soggetto intervistato. E anche l’operazione di «editing», vale a dire la sintesi necessaria di un colloquio durato venticinque minuti, è perfettamente in linea con il contenuto della stessa intervista. Quanto basta a raggiungere una conclusione certa: il sei agosto del 2013, il Mattino non ha diffamato il giudice di Cassazione Antonio Esposito, pubblicando lo scoop del giornalista Antonio Manzo sul retroscena della condanna di Berlusconi per il processo Mediaset.

Sono queste le motivazioni che hanno spinto il giudice napoletano Pietro Lupi, presidente della quarta sezione civile del Tribunale di Napoli, a rigettare le richieste di risarcimento avanzate dal giudice di Cassazione, sulla scorta di doglianze oggi ritenute prive di fondamento. Ma andiamo con ordine, a seguire il ragionamento dei giudici di primo grado che hanno assolto il direttore del Mattino Alessandro Barbano e il giornalista Manzo (difesi dall’avvocato Francesco Barra Caracciolo). In trentasei pagine, i giudici partenopei analizzano il caso nato dall’intervista resa all’indomani della condanna dell’ex premier, sintetizzata nel titolo di apertura del giornale con il virgolettato «Berlusconi condannato perché sapeva».

Dopo aver ascoltato il giornalista Manzo e analizzato il contenuto della registrazione del colloquio telefonico avuto con Esposito, i giudici del Tribunale di Napoli non hanno dubbi: il testo è vero, pienamente rispondente al contenuto del colloquio registrato da Manzo. Quindi: «L’operazione di cosiddetto editing effettuata nell’articolo può ritenersi sostanzialmente fedele al senso delle dichiarazioni del dottor Esposito che si appalesa dall’ascolto della registrazione». Diritto di cronaca rispettato di fronte alla rilevanza della questione, ma anche rispetto alla pertinenza dei contenuti trasmessi da Esposito a Manzo.

Il giudice di Cassazione, che aveva chiesto un risarcimento di due milioni di euro, si era detto diffamato perché il giornalista aveva inserito nell’intervista pubblicata una domanda che non era presente nella conversazione registrata. Una aggiunta che non ha stravolto il contenuto dell’articolo, né il valore della notizia pubblicata dal Mattino. Ma proviamo a ripercorrere il ragionamento dei giudici partenopei: «Pertanto, anche l’inserimento della domanda («Non è questo il motivo per cui si è giunta alla condanna? E qual è allora?») trova una giustificazione sul piano dell’editing e della resa giornalistica dell’intervista, perché fornisce al lettore un riferimento ad una risposta che, pur in assenza di un’espressa domanda, il dottor Esposito aveva incautamente fornito al giornalista».

Dunque, siamo nel pieno di una ricostruzione aderente al vero. Chiosano i giudici: «La forma espressiva utilizzata dal giornale può ritenersi ardita e spregiudicata, considerati anche i rapporti che vi erano tra il cronista e l’intervistato, ma è sostanzialmente corrispondente al contenuto dell’intervista, come si apprezza dall’ascolto della registrazione». E c’è un punto che spinge i giudici ad approdare a questa convinzione. È la domanda con cui Manzo chiede un chiarimento rispetto al 43esimo motivo di appello (su 46) avanzato dai legali di Berlusconi sul principio del «non poteva non sapere». Come risponde il giudice alla sollecitazione del giornalista? Usa il verbo al futuro, anticipando nell’intervista il ragionamento da riversare in sentenza:

«Noi non andremo a dire quello non poteva non sapere, no tu, noi possiamo, potremo dire, diremo nella motivazione eventualmente... tu eri, tu venivi portato a conoscenza di quello succedeva». Chiaro? Inevitabile la domanda che si pongono i giudici di Napoli: come può il giudice lagnarsi del titolo del Mattino? Non sapeva che, dando quella risposta che ha inizio con «noi andremo a dire...» stava di fatto anticipando le motivazioni sulla condanna di Berlusconi? «Il dottor Esposito - insiste il Tribunale di Napoli - doveva necessariamente essere consapevole di ciò»; mentre pochi righi più avanti, si ricorda che Esposito «tuttavia, non riesce a trattenersi ed in pochi secondi pronuncia quelle frasi che non possono che rivolgersi ai giudici che devono scrivere la motivazione del caso Mediaset».

Giovedì 26 Gennaio 2017, 08:43