sabato 7 gennaio 2017

Il ristorante che fa firmare una liberatoria per il piccante

La Stampa
paola italiano

“I ragazzi vogliono fare i duri, ma uno è finito in ospedale. Così ci tuteliamo”


la liberatoria che Rosso Piccante fa firmare ai clienti

«So che qui da voi si mangia piccante». Tono di sfida, atteggiamento baldanzoso, il ventenne ha ignorato i saggi avvertimenti dell’oste: la scala che misura quanto un peperoncino può mandare a fuoco la bocca ha circa 15 livelli, «ma dopo il sesto o il settimo non ha più senso neppure misurare». E si rischia solo di sentirsi male. Come è successo al ragazzo, che ha voluto mettersi alla prova con l’ottavo livello. Ed è finito all’ospedale. «Voleva fare il duro con la fidanzata. Ora faccio firmare a tutti una liberatoria, per tutelarmi: io li metto in guardia, poi decidano loro».

A confermare questa bizzarra nuova tendenza del machismo è Salvatore Marturano, nativo di Gerace e da trent’anni a Torino. Il suo è un osservatorio attendibilissimo: gestisce una bottega di prodotti tipici del Meridione che da sei anni è diventata anche un ristorante. Il nome dice tutto: «Rosso piccante». Grappoli di peperoncino pendono dal soffitto accanto a collane di teste d’aglio e mazzi di origano, barattolini con nuances dallo scarlatto al cremisi abbondano sugli scaffali - e i diavoletti sulle etichette lasciano pochi dubbi su cosa aspettarsi dopo l’assaggio. Nel menu spicca la «struncatura calabrese», la pasta con alici, olive, capperi, prezzemolo, mollica di pane e, ovviamente, peperoncino.

«I peggiori sono i giovani fidanzati - racconta Marturano - vogliono darsi un tono con la ragazza. Oppure, lo fanno perché sono convinti che abbia un effetto afrodisiaco. È un vasodilatatore, questo è risaputo. Ma non è che ci sia bisogno di un Habanero o di un Carolina Reaper». Quest’ultimo, per capire, sta al quindicesimo livello: la scala Scoville, che misura la piccantezza, ne ha anche di più alti, ma non si parla più di cibo: da lì in avanti il tasso di capsaicina (responsabile del bruciore) è quello contenuto negli spray al peperoncino in uso da alcune polizie, fino ad arrivare al composto puro.

Con un misto di tenerezza e compassione, Marturano narra degli eroismi improvvidi di chi è convinto di affrontare con scioltezza qualsiasi grado di piccantezza: «Noi calabresi sopportiamo meglio per una questione di abitudine, mangiamo peperoncino fin da bambini. Ma io stesso non vado mai oltre il secondo o il terzo grado: il senso è dare gusto, non togliere ogni sapore. È quello che consiglio sempre ai clienti: io ho interesse che si trovino bene e ritornino, mica che gli manchi il fiato e gli prenda una crisi di panico».

Nel caso, basta qualche sorso di latte o una crema al pistacchio di Bronte (mai medicina fu più buona): un paio di minuti e passa tutto. Ma il temerario ventenne, vergognoso e ferito nell’orgoglio, dopo i crostini di assaggio è sgusciato via dal locale senza dare nell’occhio. A chiamare l’oste è stata poi una dottoressa, come da prassi quando si sta male per qualche cibo mangiato al ristorante. Nessuna conseguenza, il giovane sta bene: «Anche perché tutto quello che vendo è perfettamente in regola - spiega Marturano mostrando i certificati di eccellenza e di qualità comprovata appesi accanto ai tavoli - ma un avvocato mi ha consigliato di far firmare una liberatoria.

Non è un documento necessario a termini di legge, ma funziona: se vedono che c’è qualcosa da firmare, ci pensano su due volte e danno più retta ai consigli». Per gli spericolati, c’è comunque una sfida aperta: «Cena gratis a chi riesce a mangiare le alette di pollo immerse nella nostra salsa in venti minuti». Salvatore ha anche comprato un Polaroid per mettere in bacheca i vincitori: è ancora vuota.