giovedì 26 gennaio 2017

Il primo mitra del mondo era italiano

La Stampa
andrea cionci

Ha esordito nella Grande guerra. Si chiamava “Villar Perosa ed è stato progettato dal capitano Abiel Bethel Revelli di Beaumont nel 1914



Le armi: strumenti per uccidere il prossimo, o per difendere la propria vita? Dipende, ovviamente, dall’uso che se ne fa e dalle motivazioni di chi le imbraccia. In ogni caso, si tratta gioielli tecnologici, frutto dell’ingegno umano, che meritano di essere conosciuti per comprendere appieno l’aspetto più pratico e materiale della storia. Tra le armi leggere, i mitra - che fecero la loro comparsa durante la Grande guerra - si devono, al di fuori di ogni dubbio, all’inventiva e alla genialità italiane.


Arditi della prima guerra mondiale

La prima pistola mitragliatrice al mondo fu, infatti, l’italiana Fiat mod. 1915 “Villar Perosa” progettata nel 1914 dal capitano Abiel Bethel Revelli di Beaumont che, insieme a Tullio Marengoni, fu il più talentuoso disegnatore di armi italiano del ‘900. Revelli era un ufficiale di Artiglieria proveniente da una famiglia di antica nobiltà piemontese; si dedicò per tutta la vita alle armi leggere e, all’inizio del primo conflitto mondiale, era considerato un progettista affermato per già aver disegnato la pistola Glisenti Mod. 1906.


Pistola mitragliatrice Fiat Mod. 1915 Villar Perosa

La Villar Perosa aveva caratteristiche del tutto rivoluzionarie: univa infatti alla micidiale cadenza di fuoco delle mitragliatrici il munizionamento per pistola e la possibilità di essere trasportata a tracolla, da un fante appiedato, come fosse un’arma leggera. Poteva anche essere montata su una bici, una moto, un automezzo e perfino su di un aereo. Per tali caratteristiche, quest’arma, pur essendo ancora lontana, con le sue due canne, dall’aspetto di un mitra moderno (configuratosi invece, con la MP 18 tedesca, di due anni successiva), rientra a pieno titolo nella categoria delle pistole mitragliatrici.


L’MP 18 tedesca, primo mitra dalla classica configurazione

Già qualche tempo prima dello scoppio del conflitto, il Comando Supremo Militare Italiano aveva entusiasticamente giudicato questa nuova arma proposta dall’ OVP (Officine Villar Perosa). L’azienda era tra i molti fornitori delle Forze armate, e produceva per esse biciclette (essenzialmente per i Bersaglieri), serbatoi per autocarri, bossoli per artiglieria e svariati pezzi meccanici.


Bicicletta militare con Fiat Mod. 1915 montata

Nel 1915, il Sottosegretariato delle Armi e Munizioni ordinò una fornitura di 5.000 pistole mitragliatrici. Inizialmente l’obiettivo era quello di dotare ogni compagnia di Alpini, Bersaglieri e Finanzieri di almeno quattro pistole mitragliatrici, con 60.000 cartucce cal. 9 mm Glisenti.


Alpini con Fiat Mod. 1915 scudata

Tuttavia, con la consegna del primo lotto, tali ritmi produttivi apparvero impraticabili. Ai problemi di natura industriale si sommavano le anemiche risorse finanziarie dello Stato Italiano. L’ordinativo per le Villar Perosa fu, quindi, ridotto drasticamente di circa tre quarti. Le prime 350 armi furono consegnate alla fine del 1915 alla Regia Aeronautica e ricevettero il battesimo del fuoco montate su caccia, bombardieri e dirigibili.

Ma la Villar Perosa, proprio per il suo eclettismo, lasciò disorientate le truppe di terra, che ancora stentavano a capire come impiegarla al meglio: veniva troppo spesso interpretata come arma difensiva anziché offensiva. Alcuni storici militari sostengono che un corretto impiego tattico della nuova pistola mitragliatrice avrebbe forse potuto ribaltare le sorti del Regio Esercito a Caporetto.
Solo gli Arditi che, nel luglio del ‘17 formarono il 1° Reparto d’Assalto, seppero sfruttare al meglio, grazie all’intuito del colonnello Giuseppe Bassi, le sue potenzialità offensive adattandola con un bipiede e una speciale imbracatura che ne consentiva l’uso durante la corsa d’avanzata.


Villar Perosa con bipiede

Le migliorie non finirono qui: nel ‘17, fu dotata di un rallentatore pneumatico che consentiva tre possibili ratei di fuoco: 1500 colpi/min, 500 colpi/min e 300 colpi/min. L’arma aveva, infatti, il difetto di consumare troppe munizioni tanto che, per il caratteristico rumore della velocissima raffica, i soldati le avevano affibbiato l’irriverente nomignolo di “Pernacchia”.

L’ergonomia fu un altro tallone d’Achille di quest’arma, ma un buon tentativo per migliorarla fu il calcio in legno elaborato, prima dagli austroungarici, su armi italiane di preda bellica e poi, nella prima metà del 1918, dalla Scuola Mitraglieri di Brescia. Questa nuova versione, più simile al mitra comunemente inteso, fu data in dotazione ai Bersaglieri.

Caporetto era stata una dolorosa lezione: l’Italia decise, subito dopo la disfatta, di dare un impulso decisivo alla produzione della Villar Perosa, coinvolgendo anche direttamente la Fiat e la Canadian General Electric Company Ltd. di Toronto. Alla fine del conflitto mondiale furono 14.564 le pistole mitragliatrici prodotte e circa 836 milioni di cartucce, quasi triplicando gli ordinativi iniziali.


MAB Moschetto automatico Beretta

Ormai la strada per la nascita di un moderno mitra italiano era spianata. La successiva idea del colonnello Amerigo Cei-Rigotti di utilizzare una sola canna della Villar Perosa e montarla su un affusto da fucile risultò un’altra tappa fondamentale. Fu così che, negli anni a venire, la Beretta, grazie all’ingegnere Tullio Marengoni, sviluppò i vari modelli del moschetto automatico MAB, mitra divenuto poi leggendario nella storia delle nostre Forze Armate.