mercoledì 4 gennaio 2017

Il Mein Kampf di Hitler bestseller in Germania

La Stampa

Il libro è tornato in vendita nel 2016, con un’edizione arricchita di note, dopo settant’anni di divieto



È diventato un bestseller da 85.000 copie vendute l’edizione critica del Mein Kampf di Adolf Hitler, tornato un anno fa nelle librerie ad opera dell’Istituto di storia contemporanea di Monaco dopo 70 anni di divieto. Lo riferisce la Dpa, ricordando come il volume abbia un importante profilo critico e storico, conti quasi 2.000 pagine, arricchite da note di studiosi che contestualizzano il testo hitleriano. 

Ed è probabilmente anche questa particolarità, oltre alla curiosità per un libro a lungo proibito, ad aver decretato un successo superiore alle aspettative. «I dati di vendita ci hanno travolto», ha detto alla Dpa il direttore dell’Istituto bavarese Andreas Wirsching, ricordando come il gruppo di esperti da lui messo insieme per l’edizione critica sia stato ospite in tante presentazioni del Mein Kampf anche internazionali, da Amsterdam a Mosca, da Zurigo a Toronto. «Non sono gli estremisti di destra» che acquistano questo poderoso volume, ha aggiunto Wirsching, «ma lettori appassionati di storia e politica e molti accademici». 


“Sì, lo dobbiamo pubblicare: il mito va distrutto per sempre”
origamisettimanale.it

Nel 2012 Christian Hartmann ha accettato di guidare una squadra di storici che hanno affrontato una sfida titanica: la prima edizione critica di Mein Kampf dopo il 1945. Tre anni, tremila e settecento note a piè di pagina e duemila pagine dopo, all’Institut fur Zeitgeschichte (IfZ) di Monaco, le prenotazioni per la prima riedizione del libro di Adolf Hitler arrivano a valanghe. Mancano pochi giorni al D-Day - il primo gennaio del 2016 - e in quest’intervista lo storico nato a Heidelberg, esperto di storia militare e nazismo, racconta la sua odissea nel libro più nero del Novecento.

Hartmann, perché è così importante un’edizione critica di Mein Kampf?
«Per due motivi: primo, è una fonte primaria della storia tedesca e internazionale. Secondo, perché è ancora un simbolo. La nostra edizione ha l’obiettivo di analizzare una fonte storica, ma anche di distruggerne una volta per sempre il mito. E cercare di affievolirne l’effetto politico, ora che il libro potrà essere ripubblicato».

È un libro così terribile?
«Mi ha disgustato, a tratti. Ed è stato scritto 90 anni fa, in molte cose è superato e vecchio ed è interessante solo per gli storici, ad esempio nei suoi passaggi sugli anni viennesi di Hitler o sulle riparazioni della Prima guerra mondiale. Ma il libro contiene quattro nuclei ideologici - l’idea della razza, dello spazio vitale, della violenza e della dittatura. E il rischio che qualcuno lo possa ancora trovare molto attraente, c’è». 

Ma non è pieno di inesattezze, bugie ed esagerazioni propagandistiche?
«Assolutamente: è il classico libro di propaganda demagogico, pieno di bugie. Ma c’è il pericolo che alcune di queste bugie vengano credute. Le faccio un esempio: Karl Marx viene ridotto a parte di una congiura internazionale ebraica per la conquista del mondo. Il bolscevismo e il comunismo vengono caricaturizzati come un trucco degli ebrei per dominare l’umanità. In una delle nostre note a pie’ di pagina spieghiamo che le origini di Marx non hanno mai avuto importanza per il padre del comunismo. Anzi, che in alcuni scritti di Marx si trovano addirittura passaggi antisemiti. È un classico esempio del quadro perverso del mondo che Hitler aveva in testa. E nel libro ci sono centinaia di esempi ».

Di recente il premier israeliano Netanyahu ha scatenato una polemica internazionale sostenendo che la “soluzione finale”, lo sterminio degli ebrei, fosse un’idea suggerita a Hitler dal Muftì del Gerusalemme. Che ne pensa? E c’è o non c’è l’idea dello sterminio in Mein Kampf, che è un’opera della metà degli anni Venti?
«Netanyahu sbaglia: bisogna sempre ripetere e sottolineare che la “soluzione finale” è stato un progetto tedesco, non musulmano. Ma in Mein Kampf non c’è ancora quest’idea, pur essendo un libro radicalmente antisemita. Però c’è il famoso passaggio in cui Hitler scrive che si sarebbero dovuti gasare 5.000 “traditori ebrei”, durante la Grande guerra».

È stato giusto non pubblicare il libro per così tanto tempo?
«È stato giusto non pubblicarlo subito dopo la Seconda guerra mondiale, quando la società tedesca sarebbe stata ancora troppo influenzabile. Ma oggi questo divieto non è più plausibile, e non lo è più da molto tempo. Questo libro gira il mondo: non è neanche un problema tedesco, è un problema internazionale. Una volta, a Bologna, ho trovato due libri, Adolf Hitler, la mia vita e Adolph Hitler, storia della Nsdap. L’editore italiano lo aveva riportato alle origini, quando erano due volumi. È un piccolo esempio per dimostrare che ne girano parecchie copie anche in Italia».

Quanto ha influenzato i tedeschi? Vista la quantità di bugie e mistificazioni, non è un po’ imbarazzante che milioni di persone gli abbiano creduto?
«C’è sempre stata un’intensa discussione sulla sua fortuna in Germania. I fatti sono questi: il 7-9% dei tedeschi l’ha letto interamente, e fanno parte di un 20% circa che l’ha letto almeno in parte. Tuttavia ai nazisti non è riuscito di imporlo come avrebbero voluto ai tedeschi. Lo slogan era “Il libro dei tedeschi”, ho molti dubbi che lo sia mai stato. Dal 1933 i tedeschi sono stati bombardati incessantemente con la propaganda nazista, Mein Kampf ne era solo una parte. Negli anni Venti è stato un libro importante, ma anzitutto per Hitler, che si è accreditato attraverso di esso come ideologo di destra e pensatore. All’epoca girava con un biglietto da visita su cui c’era scirtto “Adolf Hitler, scrittore”, in una capitale intellettuale come Monaco, città degli editori, un’immagine del genere era molto importante».

L’antisemitismo all’inizio del secolo non era una specialità tedesca come dimostra il caso Dreyfus in Francia, però in forma così ossessiva era un fenomeno piuttosto marginale, no?
«Esatto. Nelle società occidentali era diffuso a quei tempi una sorta di antisemitismo “tiepido”. Ma nei voelkischen, gli antenati di Hitler, era già molto radicale. Loro cercavano di spiegare tutto con l’antisemitismo. È difficile capirlo oggi ma per loro era chiaro che se fossero spariti gli ebrei sarebbe cominciata un’età dell’oro, così come per i comunisti, per esempio, è chiaro che con la scomparsa del capitalismo poteva cominciare una nuova età dell’oro. Ma sono partiti che avevano pochissimi elettori: crebbero vertiginosamente dopo la Grande guerra».

E in Hitler quando avviene la svolta? Si sa che negli anni giovanili, viennesi aveva persino amici ebrei (che lo finanziavano, peraltro).
«Chiamiamoli soci in affari ebrei - Hitler era un solitario e non aveva amici veri e propri. La svolta, la radicalizzazione del suo antisemitismo avviene, secondo me, ma anche a giudicare da Mein Kampf, dopo la Prima guerra mondiale, dopo la sconfitta tedesca. Su di lui ebbe un effetto-detonatore».

Ci sono passaggi attraenti o interessanti del libro?
«Sono interessanti i passaggi in cui racconta di sé - Hitler era un narratore monomaniacale. Anche Galeazzo Ciano disse che non finiva mai di chiacchierare. E per uno storico, ci sono degli aspetti interessanti quando ammette di aver avuto paura, nelle trincee della Grande guerra. Invece i passaggi dove tenta di elevarsi a pensatore e filosofo sono imbarazzanti, semplicemente penosi. Ed è esattamente il motivo per cui la nostra edizione critica vuole rappresentare un anti-libro, un anti-Mein Kampf»