giovedì 19 gennaio 2017

Il “cembalo scrivano” antenato del computer

La Stampa
marcello giordani

Una mostra lo celebra a Novara


Il cembalo scrivano, chiamato così perché l’inventore aveva utilizzato i tasti di un pianoforte. Il suo sogno era realizzare una macchina che potesse aiutare i ciechi a scrivere

Non ci fosse stato Giuseppe Ravizza col suo cembalo scrivano, non avremmo avuto le macchine per scrivere, i pc e gli Ipad. È la storia raccontata con una mostra allestita a Novara all’istituto Omar. Parecchi pezzi provengono dal Museo della scrittura meccanica di Bra, raccolti da Domenico Scarzello, che ha recuperato esemplari ormai introvabili. La «Smith Premier n.1», made in Usa, targata 1888, ideata da Lyman Smith, un fabbricante di Syracuse che ebbe l’idea di introdurre la spazzola di pulizia dei caratteri;

la Remington n.7, costruita con sei tasti in più per poter consentire l’adattamento alle lingue diverse dall’inglese e destinata al mercato europeo; la Odell 1B, 1889, un’opera di cesello, ornata con un motivo artistico che riprende i decori dei nativi indiani d’America. Per non parlare della Visigraph, 1910, travolta dalla I guerra mondiale quando la fabbrica preferì produrre munizioni. E poi la gloria di casa, la sequenza delle Olivetti sino alla Programma 101, 1964, il primo vero personal al mondo, ideato e costruito a Ivrea, con supporto magnetico per la registrazione dei dati, l’antenato del floppy.

Il passato
La storia inizia però a Novara. Ravizza, è un avvocato con il sogno di realizzare una macchina per la scrittura. Ci lavorerà tutta la vita, a partire dal 1835 quando decide di dedicarsi anima e corpo al progetto e trasforma parte di casa in officina. Del 1837 è la prima bozza del prototipo del «cembalo scrivano», chiamato così perché utilizza i tasti di un pianoforte.

L’idea di Ravizza era quella di una macchina che potesse aiutare i ciechi a scrivere, e i primi modelli del cembalo erano a «scrittura cieca»: la macchina aveva 32 tasti quadrati su due file sovrapposte, con le lettere in mezzo e le interpunzioni ai lati. Ogni tasto comandava un martelletto; un campanello avvisava della fine della riga, con una finestrella che si apriva con la dicitura: «la linea è finita». L’inconveniente era che il dattilografo non vedeva quello che digitava. La macchina era costruita con 600 pezzi in legno e un centinaio in ottone: uno strumento poco maneggevole. 

I modelli
Ravizza migliorò il prototipo e creò 15 modelli a scrittura invisibile: il 14 settembre 1855 a Torino ottenne anche il brevetto, ma il successo commerciale non arrivava. Nel 1856 all’Esposizione Industriale di Novara ottenne solo una medaglia commemorativa; l’anno dopo presentò tre modelli all’Esposizione Industriale di Torino, dove ottenne solo una medaglia di bronzo. La macchina costava 200 lire, l’unica consolazione fu l’apprezzamento della baronessa Elisabetta Klinkowstrom, una delle pochissime acquirenti.

L’«onorevole menzione» arrivò solo nel 1881, all’Esposizione di Milano, quando Ravizza presentò il sedicesimo modello del cembalo, questa volta a scrittura visibile. Il cembalo non passò mai alla produzione industriale: Ravizza non era uomo d’affari, e l’Italia dell’epoca, come ricordò l’ingegner Camillo Olivetti nel 1927 celebrando l’inventore novarese, aveva una mentalità arcaica, e non aveva intuito le potenzialità di quella macchina che aveva anticipato la Remington.