mercoledì 11 gennaio 2017

Il bisonte, simbolo degli Stati Uniti sopravvissuto con fatica al progresso

La Stampa
carlo grande



L’anno scorso il presidente Obama lo ha eletto (come l’aquila) simbolo della nazione, con il National Bison Legacy Act. Dunque non possiamo che ricordare i cento anni dalla morte di Buffalo Bill dal punto di vista del bisonte, agli inizi del 900 sopravvissuto con qualche centinaio di esemplari e oggi con alcune migliaia. La mandria più grande è nello Yellowstone National Park.

Ogni autunno nei «buffalo corrals» del Custer State Park, South Dakota, si svolge la selezione di questo animale alto quasi due metri e pesante anche una tonnellata. Qualche centinaio di capi vengono venduti, forse finiranno nei piatti dei Ted’s Montana Grill di Ted Turner. Il Parco ricorda il fanatico «Capelli Lunghi» generale Custer ed è nelle sacre Black Hills, nel cuore delle Great Plains, grandi pianure dove i «tatanka» un tempo si radunavano a milioni; migravano per 500 chilometri da Nord a Sud, verso pianure più erbose.

Sulle loro piste c’erano gli indiani delle praterie, era una delle più epiche migrazioni del regno animale, nelle terre Lakota e Cheyenne, dove tra gli altri avvennero i massacri di Wounded Knee, quello di Little Big Horn e quello di Sand Creek del 28 novembre 1864: il colonnello Chivington, «occhi turchini e giacca uguale» di De Andrè e Bubola, massacrò donne, vecchi e bambini radunati intorno a una tenda con in cima la bandiera bianca e quella degli Stati Uniti. Per i dettagli vedere il film Soldato blu e leggere Emilio Salgari, che parlò dell’accaduto nel romanzo Sulle frontiere del Far West.


AP

Oggi, fra laghi, boschi e colline, montagne di granito e animali selvatici, il bisonte sopravvive come può. Come i nativi, che dopo il genocidio hanno appena riportato una piccola vittoria: i tecnici dell’esercito americano hanno bloccato la costruzione di un oleodotto sotto il fiume Missouri, nella riserva lakota di Standing Rock. Anche Obama (e Robert Redford, che aveva lanciato un appello) erano con loro. Speriamo che l’immobiliarista Trump non riprenda il progetto, micidiale per le falde acquifere.

Il cosiddetto «progresso», si sa, è pragmatico. A chi sogna troppo forte fa uscire il sangue dal naso. Preferisce la ferrovia che taglia a metà la pista del bisonte e ferma la migrazione. Fra bufalo e locomotiva, canta De Gregori, la differenza balza agli occhi: «La locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere».