venerdì 13 gennaio 2017

I segreti del partigiano "Neri" sparito alla morte del Duce

Roberto Festorazzi - Ven, 13/01/2017 - 08:15

La madre di Luigi Canali ne cercò le spoglie perfino con l'aiuto di un sensitivo. Ma fu tutto inutile

Nel 1948, la famiglia di Luigi Canali, il capitano «Neri», carismatico leader morale della Resistenza comasca, si rivolse a una società di parapsicologia per ricevere lumi sulla scomparsa del proprio congiunto. «Neri», sul Lario, era stato il regista sia delle vicende seguite all'arresto di Mussolini, il 27 aprile 1945, sia della contabilizzazione dell'oro di Dongo, subito incamerato dal Pci. Siccome il comunista Canali «eccepì» sulla scelta del suo partito di impadronirsi del tesoro sequestrato ai gerarchi, ma anche sulla decisione di passare per le armi sommariamente il Duce, senza processo e senza testimoni, venne fatto sparire già pochi giorni dopo l'epilogo di Dongo: sequestrato, a Como, la mattina del 7 maggio '45, fece perdere le proprie tracce.

Si è sostenuto, da più parti, che fosse stato ammazzato sulle rive del Lario. Ma la versione più accreditata sulla sua fine induce a ritenere che fosse stato «scortato» a Milano, quindi assassinato in una Casa del Fascio rionale, divenuta dopo la Liberazione sede di una squadra speciale di sicari agli ordini del gruppo dirigente nazionale del Partito comunista. Questo luogo di orrori si trovava in via Andrea del Sarto, in zona Città Studi. La sinistra circostanza emerse soltanto durante il processo di Padova, che si celebrò nel 1957 contro i responsabili degli eccidi e delle ruberie del dopo Dongo. Ma, appunto, nel 1957 erano trascorsi ben dodici anni dalla brutale esecuzione di «Neri».

La famiglia aveva bussato a tutte le porte, per ottenere verità e giustizia su quel delitto che gridava vendetta. Anche perché neppure il cadavere del capo partigiano poté essere ritrovato e restituito ai suoi cari. A nulla erano valse le denunce, trasmesse alle autorità, ma anche del tutto inutili gli appelli rivolti tanto ai vertici delle Brigate Garibaldi quanto al Partito comunista, perché venisse fatta luce. La madre di Canali, Maddalena, si rivolse persino a Palmiro Togliatti, illudendosi che non fosse complice dei killer del suo figliolo. Ricevette, in casa sua, a Como, anche la moglie del Migliore, Rita Montagnana, che di lì a poco sarebbe stata sostituita, nel ruolo muliebre, dalla più giovane compagna Nilde Jotti.

In quella sfilata di ipocrisia, nulla le fu di conforto. Così, all'inizio del 48, in preda alla disperazione, la povera donna scrisse alla Fondazione accademica internazionale Borromeo, che aveva sede a Genova. L'istituzione era diretta dal medico Carlo Cosimo Borromeo, un singolare personaggio con oscuri trascorsi nel campo delle dottrine pseudoscientifiche dell'eugenetica. Questi, il 21 febbraio 1948, inviò alla signora Canali una lunga lettera, in cui forniva dettagli sui risultati degli approfondimenti medianici compiuti. Le indicazioni pervenute, per via spiritica, erano comunque tali da accendere qualche tenue fiammella di speranza, nella madre dolente, che cercava almeno di sapere dove si trovassero i resti del figlio.

Il dottor Borromeo, infatti, spiegava che tutte le fonti interpellate avevano concordato sulla natura violenta della morte di «Neri», «avvenuta fuori da ogni forma legale». I veggenti, tuttavia, non avevano indicato Milano come la più probabile località in cui si consumò il misfatto, quanto invece il lago di Como. Ne derivava, perciò, «la difficoltà assoluta di ritrovarne la salma», che sarebbe stata gettata nelle acque, non dalla località del Pizzo di Cernobbio, l'alto dirupo roccioso da cui i comunisti fecero precipitare le loro vittime dopo la Liberazione, ma da «una scogliera di Torno», località che si trova sulla sponda opposta del Lario. Continuava il medico-sensitivo: «Nella seduta medianica, l'evocazione dello spirito del defunto ha, con altissimo senso di umanità e di bontà, esternato il desiderio che la buona e cara mamma si astenga dal compiere atti o gesti contro gli autori: ha detto che vi è una giustizia superiore a cui non sfuggiranno i colpevoli».

Il dottor Borromeo, nella medesima lettera, forniva ragguagli anche sulla sorte della compagna di Canali, la staffetta partigiana «Gianna» (Giuseppina Tuissi). Questa, sulla base dei risultati dell'inchiesta condotta a suo tempo da chi scrive, la sera del 23 giugno 1945, mentre indagava sulla scomparsa del proprio uomo, fu scaraventata nel lago, dal Pizzo di Cernobbio, da elementi prezzolati del Partito comunista: una manovalanza del crimine politico attinta localmente. Ma ecco le parole del medico: «Per la Gianna invece, nel momento in cui sfugge alle ricerche altrui e se ne suppone la fine per martoriata violenza nel viaggio di ritorno a Como (proveniente dall'alto lago dove si era spinta per cercare la verità sulla fine di Neri, ndr), la seduta medianica accenna a una donna che getta nel lago la bicicletta, lascia sulla strada oggetti personali».

Ma, anziché finire vittima dei suoi sicari, «Gianna», nella raffigurazione degli eventi fornita dallo studioso del paranormale, fugge e riesce a salvarsi: «Risale una montagna non molto alta (Piazzola)», quindi valica «una frontiera e si nasconde timorosa e pavida sotto altro nome in un piccolo paesino sperduto del vicino Canton Ticino, dove dovrebbe trovarsi ancora». La felice sorte finale della giovane Tuissi non era altro che un'informazione fallace. Ciononostante, mamma Maddalena seguitò a sondare l'istituzione del dottor Borromeo, come fanno fede le successive lettere ricevute dalla donna, rimaste custodite nelle carte private della famiglia Canali.

Ricerche e tentativi analoghi vennero esperiti anche a margine del processo di Padova del '57. Nella speranza di ritrovare almeno le spoglie di «Neri», un rabdomante venne condotto sulle tracce di una ex Casa del Fascio che forse, dico forse, non era quella di via Andrea del Sarto di cui ci siamo occupati prima, perché l'indicazione portava in un'altra zona di Milano, vicina al Cimitero Monumentale. In base a informazioni che un sacerdote, don Luigi Granzella, aveva ricevuto in confessionale, era emerso infatti che «Neri» fosse stato murato in un pilastro o in una parete che un tempo aveva ospitato una fontanella. Il veggente, esaminato lo spazio, se n'era uscito con un responso sconcertante: «Qui non sento acqua, ma cadaveri».

La Corte di Assise di Padova domandò a quel punto a Roma il permesso di abbattere la porzione di manufatto, ma giunse un incomprensibile veto. Così, ancora oggi, al Cimitero Monumentale di Como, sulla lastra tombale della famiglia Canali, una fotografia ricorda «Neri», senza però che nel sepolcro riposino i suoi poveri resti.