venerdì 13 gennaio 2017

I pacchi di Norcia

La Stampa
massimo gramellini

Vorrei offrire il mio personalissimo mattoncino di comprensione all’assessora ai servizi sociali del comune terremotato di Norcia, crocifissa dai suoi compaesani per la bizzarra decisione di assegnare le prime venti «soluzioni abitative di emergenza» sulla base di un sorteggio. E che cos’altro poteva fare, povera donna? A parte cambiare nome, perché una burocrazia che chiama le case «soluzioni abitative» meriterebbe solo per questo di trascorrere il resto della sua esistenza all’addiaccio.

In teoria, per dare un tetto a chi lo ha perduto esisterebbero criteri migliori di una botta di fortuna. Ma non adesso e non nel nostro Paese, dove le istituzioni godono presso la cittadinanza della stessa fiducia suscitata da un ubriaco che cammina nudo in mezzo alla strada cantando una romanza di Al Bano. Non è difficile immaginarsi gli effetti che avrebbe un’assegnazione normale basata su requisiti normali, quale per esempio la data di presentazione della richiesta. Un attimo dopo, tra le care macerie spunterebbero le accuse di brogli, raccomandazioni, amanti, mazzette, ricatti. 

Sul web fiorirebbero i vaffa, i sospetti, i gomblotti. E gli esclusi finirebbero per appellarsi al primo Tar di passaggio, che sospenderebbe all’istante l’efficacia del provvedimento, rimandando democraticamente tutti - vincitori e vinti - a prendere freddo dentro le tende. Nella patria della sfiducia l’unica alternativa all’immobilismo è dunque diventata la tombola? Pare di sì. A patto che non cominci a girare voce che truccano pure quella.